BCE, Draghi convince i mercati a buttarsi sui bond: nuovi stimoli monetari in arrivo?

Tassi BCE fermi e nessun nuovo stimolo per adesso, ma i mercati stanno scontando l'arrivo dell'asta T-Ltro. I dati mettono in dubbio l'efficacia della politica di Draghi.

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Tassi BCE fermi e nessun nuovo stimolo per adesso, ma i mercati stanno scontando l'arrivo dell'asta T-Ltro. I dati mettono in dubbio l'efficacia della politica di Draghi.

Tutto come previsto alla prima riunione del board dell’anno della BCE. Tassi invariati nell’Eurozona e nessuna novità nemmeno per la famosa cassetta degli attrezzi di “Super Mario”. L’annuncio dell’asta T-Ltro non è arrivato e né era previsto che arrivasse proprio ieri. Probabile, invece, che ci sarà a marzo o al più tardi in aprile, cioè quando Francoforte diramerà le nuove proiezioni macro per il triennio in corso, le quali dovrebbero segnalare più delle precedenti di dicembre l’indebolimento della congiuntura nell’area.

Il governatore Mario Draghi, a tale proposito, ha delineato uno scenario di rallentamento, ma ha chiarito che “all’unanimità” il Consiglio direttivo intravede “basso” il rischio di recessione. Basso non significa nullo e già questa è una novità rispetto alle precedenti conferenze stampa, in cui i rischi per la crescita venivano definiti “bilanciati”, mentre adesso tendono più al ribasso. In buona sostanza, più probabile che le previsioni vengano smentite in negativo che non al rialzo.

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Quanto all’inflazione, anche per effetto del calo delle quotazioni petrolifere, Draghi ritiene che nell’area potrebbe rallentare nei prossimi mesi, ma nel medio termine, sostenuta dalla crescita dei salari, risalirebbe. E precisa che la BCE dispone ancora di strumenti da utilizzare all’occorrenza per centrare in target. In altre parole, la cassetta degli attrezzi di cui sopra non sarebbe vuota, come eppure si mostra guardandola con occhi smaliziati. Che cosa significa? In codice, il governatore potrebbe aver voluto segnalare l’arrivo di qualche nuovo stimolo. Il più atteso e scontato riguarda, come dicevamo, l’asta T-Ltro, ossia l’erogazione di liquidità alle banche a medio-lungo termine (durata 3-4 anni) e a condizioni iper-agevolate, purché i prestiti siano almeno in parte utilizzati per accrescere il credito all’economia reale, vale a dire alle imprese e alle famiglie, ad esclusione dei mutui (per non alimentare la bolla immobiliare).

La reazione dei mercati

La reazione dei mercati alle parole di Draghi non è stata irruenta, ma ha avuto una direzione precisa.

Il cambio euro-dollaro ha chiuso la seduta in leggero calo rispetto ai livelli di mercoledì sera e sempre sopra 1,13, mentre i rendimenti sovrani nell’area sono diminuiti, con i Bund a 10 anni a scendere allo 0,18% e sulla stessa scadenza i BTp hanno ripiegato al 2,67%, il livello più basso dal 21 settembre scorso, una settimana prima che esplodesse lo spread con la presentazione della manovra di bilancio per il 2019. Anche i titoli a breve si sono apprezzati, con i BoT a 3 mesi a passare dal -0,23% al -0,24%, così come quelli a 12 mesi sono scesi da quasi lo 0,10% a meno dello 0,9%. E nelle stesse ore, l’oro superava la soglia dei 1.280 dollari l’oncia, arrivando all’apice di oltre 1.283 alle 15.50, poco dopo la fine della conferenza stampa, livelli attualmente superati ulteriormente di qualche dollaro.

Il senso di questi movimenti appare chiaro: il mercato ha colto nelle dichiarazioni di Draghi un mood accomodante. Non che sia stata una vera sorpresa, ma non era del tutto scontato che fosse così. Per quanto non siano arrivate misure pratiche, così com’è accaduto a dicembre con la Federal Reserve, sembra che anche la BCE stia preparando gli operatori a scontare tassi bassi più a lungo e forse anche il potenziamento dell’apparato degli stimoli. Ormai, il varo della prima stretta è atteso per l’anno prossimo, quando fino a qualche mese fa veniva intravisto già nella seconda parte di quest’anno, intorno alla tarda estate.

Del resto, c’è qualcosa che non va nella condizione finanziaria dell’area. A fronte di tassi negativi al -0,4%, i depositi bancari presso Francoforte in eccesso rispetto alle riserve minime obbligatorie ammontano a qualcosa come 1.800-1.900 miliardi di euro. Significa che nel complesso le banche dell’Eurozona tengono parcheggiata una quantità immensa di liquidità, che su base annua costa loro tra 7 e 8 miliardi, perché questo significa tassi negativi. Tanto varrebbe prestare questo denaro anche a interessi contenuti, ma pur sempre positivi. Eppure, non sta avvenendo.

Evidentemente, le banche non si fidano delle condizioni economiche, temendo che famiglie e imprese costituiscano per i loro bilanci un rischio potenziale che supererebbe il costo certo dei depositi a interessi sottozero. Non esattamente un biglietto da visita positivo per chi dovesse giudicare lo stato di salute della nostra economia.

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Politica monetaria espansiva poco efficace

In effetti, i crediti deteriorati continuano a incidere per circa il 5% del totale delle erogazioni bancarie, 3 volte in più che negli USA e in Giappone. Questo vuole dire solo una cosa: le condizioni del credito in Eurolandia non si sono normalizzate e restano vistosamente critiche in economie come Italia, Grecia e Irlanda, dove il rapporto tra gli NPL e il totale dei prestiti supera di gran lunga la media europea. Attenzione, però, perché il problema sarebbe tutt’altro che solo delle economie più deboli. Secondo la stessa BCE, alla fine del 2017, tra l’80% e il 90% dell’eccesso di liquidità depositato presso di sé proveniva da soli 5 stati: Germania, Francia, Olanda, Finlandia e Lussemburgo. Come mai nemmeno le banche degli stati in cui l’economia sembra essere più solida non prestano denaro? La risposta avrebbe a che fare con le recriminazioni tedesche di questi ultimi 4 anni: i tassi sono troppo bassi e le banche non hanno incentivi a fare credito. Se questo fosse vero, verrebbe parzialmente meno, però, il timore di un surriscaldamento eccessivo dei prezzi, dato che l’eccesso di liquidità determinato dall’allentamento monetario non entrerebbe in circolo, restando confinato ai conti della BCE.

Sarebbe come se alcuni scolari in gita avessero gli zaini pieni di bottiglie d’acqua e altri lamentassero di avere sete, chiedendo agli insegnanti di fermarsi a comprare nuove bottiglie. Per essere più espliciti, il grande dilemma di questo fine mandato di Draghi riguarda l’effettiva efficacia degli stimoli. Numeri alla mano, non sembra siano stati così in grado, contrariamente agli USA, di sostenere l’economia dell’Eurozona, la quale ha smesso sì di arretrare, ma è cresciuta lentamente e in maniera disomogenea.

E proprio la frammentazione dei mercati finanziari nell’area sarebbe la causa principale dell’insuccesso. In pratica, abbiamo circa 1.500 miliardi di liquidità eccedente le necessità regolamentari nel nord, che non vengono prestati e rimangono fermi nei conti di Francoforte, quando al sud si ha fame di prestiti, con le banche a non potere soddisfare l’intera domanda per via della bassa patrimonializzazione a cui rimangono esposti a causa degli NPL. Nord e sud non sono vasi comunicanti, a dimostrazione di come un’unica politica monetaria per tutti appaia sempre più come un vestito di taglia standard, che si pretende vada bene a cicciottelli e mingherlini.

Primo board BCE dell’anno tra venti di crisi e grattacapi per Draghi sugli stimoli 

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