BCE, dimissioni della tedesca un avvertimento della Germania alla Lagarde

La Germania "ritira" il suo attuale membro esecutivo alla BCE con le dimissioni di Sabine Lautenschlaeger e segnala al prossimo governatore Christine Lagarde di non essere più disposta a cedere sulla politica monetaria.

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La Germania

A cinque settimane dalla conclusione del mandato, terremoto dentro la BCE per il governatore uscente Mario Draghi. Sabine Lautenschlaeger, membro esecutivo tedesco, si è dimessa con 2 anni e tre mesi di anticipo, annunciando nella serata di ieri che lascerà l’incarico alla fine di ottobre, ossia all’insediamento di Christine Lagarde a capo dell’istituto.

La decisione non è stata motivata, ma sembra fin troppo chiaro che sarebbe legata alla sua contrarietà alla linea adottata dall’ultimo board, che ha ripristinato gli acquisti di assets con un secondo round di “quantitative easing” e ha tagliato i tassi sui depositi overnight. Hanno votato contro 7 su 25, mai così tanti nell’era Draghi. E Lautenschlaeger è stata tra i 7, verosimilmente insieme ai componenti di Francia, Olanda e Austria.

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Non è la prima volta che la Germania segnala nervosismo a Francoforte. Anzi, la donna è il quarto componente tedesco ad avere sbattuto la porta prima del tempo. L’hanno preceduta l’allora capo economista Juergen Stark, l’ex governatore della Bundesbank, Axel Weber, nonché il membro esecutivo Joerg Asmussen, tutti a seguito delle decisioni del predecessore di Draghi, il francese Jean-Claude Juncker, relative all’acquisto di titoli di stato dei paesi in affanno sui mercati finanziari tra il 2010 e il 2011 sotto il “Securities Markets Program”, antesignano del QE.

Certo, visti i precedenti non si direbbe che i tedeschi abbiano avuto fortuna. La loro linea dopo le numerose defezioni non solo non è stata portata avanti con maggiore vigore in seno al board, anzi è diventata ancora più minoritaria con l’arrivo dell’italiano alla presidenza. Stavolta, però, sarebbe un po’ diverso, nonostante la Lagarde abbia esternato a più riprese e ben prima della sua nomina a capo della BCE di condividere l’impostazione ultra-espansiva di Draghi. Addirittura, si specula che sarebbe pronta a compiere qualche altro passo in avanti nella direzione del cosiddetto “helicopter money”. E forse è proprio il timore che si passi da misure non convenzionali a vere e proprie assurdità in campo monetario ad avere spinto la Germania a inviare un chiaro segnale di irritazione all’Eurotower, cioè alla francese che sta per arrivarvi da Washington.

Un esordio difficile per Christine

A differenza di Draghi, che quanto meno ebbe sin dall’inizio le spalle coperte in casa, Lagarde incontrerà l’opposizione della sua stessa Francia ad eventuali nuovi stimoli monetari. E ciò non peserà poco sulle sue decisioni. Trichet venne spalleggiato dall’Eliseo agli inizi della crisi dei debiti sovrani, così non sarebbe oggi con Emmanuel Macron, intento a giocarsi la partita dell’euro su altri piani, a partire da quello fiscale.

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E chiaramente la voce della Germania continuerà ad essere rappresentata all’interno del consiglio esecutivo, composto da 6 membri, governatore incluso, di cui 4 (informalmente) di nazionalità delle economie più grandi, cioè Germania, Francia, Italia e Spagna. Al posto di Lautenschlaeger arriverebbe Claudia Buch, economista apprezzata in patria, mentre con l’uscita di scena di Draghi l’Italia avrà diritto a un suo uomo, indicato nel nome di Fabio Panetta, attuale direttore generale della Banca d’Italia. La Francia, invece, dovrà perdere il suo Benoit Coeuré, avendo Lagarde alla presidenza. E chissà chi prenderà il suo posto, se un esponente del nord o del sud dell’Eurozona, un “falco” o una “colomba”. Anche su questo i tedeschi faranno valere le loro ragioni e quasi certamente si batteranno per fare entrare nel board un alleato, magari olandese o austriaco.

Possono apparire giochi di equilibrio legati a posizioni di potere, e in buona parte lo sono. Al tempo stesso, comunque, sono il riflesso di un’accentuata divisione tra stati del nord e quelli del sud sul prosieguo della politica monetaria, percepita eccessivamente accomodante e a rischio di destabilizzazione finanziaria (e dei prezzi futuri) dai primi e necessaria per contrastare la stagnazione dell’economia dai secondi. Draghi ha voluto forzare la mano a fine mandato, così da ipotecare i primi passi del successore.

I tedeschi non hanno apprezzato, convinti che sia stato uno sgarbo, oltre che un errore in sé il potenziamento degli stimoli. Per questo, stanno passando all’attacco e avvertono Lagarde: se intende proseguire sulla strada dell’italiano, dovrà passare sui loro corpi.

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