BCE ai tempi del Coronavirus: per Lagarde giorno difficile, come Draghi con il “whatever it takes”

Riunione difficile alla BCE oggi, mentre montano i timori per un collasso dell'economia nell'Eurozona con l'epidemia di Coronavirus. Christine Lagarde dovrà convincere i mercati di avere il controllo della situazione. Non sarà facile.

di , pubblicato il
Riunione difficile alla BCE oggi, mentre montano i timori per un collasso dell'economia nell'Eurozona con l'epidemia di Coronavirus. Christine Lagarde dovrà convincere i mercati di avere il controllo della situazione. Non sarà facile.

Che la situazione sia grave lo dimostra il fatto che nella notte tra martedì e mercoledì, il governatore della BCE, Christine Lagarde, abbia avvertito l’urgenza di tenere una conversazione telefonica con i capi di stato e di governo della UE per spiegare loro che serve agire, altrimenti si rischia una crisi come nel 2008. L’epidemia di Coronavirus dilaga ormai in tutto il Vecchio Continente, con l’Italia sostanzialmente in quarantena e la cancelliera Angela Merkel a spiegare a un raggelato Bundestag di attendesi che il virus contagerà circa i due terzi dei tedeschi.

La Banca d’Inghilterra ieri ha tagliato i tassi di 50 punti base allo 0,25%, seguendo le orme della Federal Reserve, che aveva tagliato i tassi della stessa entità nel corso di una riunione di emergenza. E tra meno di una settimana, l’istituto americano quasi certamente tornerà a ridurre il costo del denaro al board in programma il 17-18 marzo. Prima di tutte era stata l’Australia a tagliare e dopo la Fed lo ha fatto anche il Canada. Il problema per la BCE è che i suoi tassi siano già a zero, per cui i margini d’intervento sembrano ridotti all’osso.

Emergenza Coronavirus: BCE pronta a sbarcare in borsa e a comprarsi le case

Le azioni possibili della BCE

Per segnalare ai mercati di possedere ancora munizioni sufficienti per contrastare la crisi, l’unica opzione non consentita oggi sarà l’inerzia. Lagarde annuncerà con ogni probabilità un ulteriore taglio dei tassi overnight, già negativi dello 0,50%, abbassandoli al -0,60%. Acqua fresca nel concreto, ma che servirebbe a convincere le banche a non chiudere i rubinetti della liquidità all’economia reale, agevolando i loro prestiti con nuove aste T-Ltro e magari a condizioni ancora più favorevoli di quelle già fissate da Mario Draghi a scadenza di mandato.

Tra le altre opzioni, l’aumento del “quantitative easing” dai 20 miliardi di euro al mese attuali. Politicamente non esiste accordo sul punto, anzi la Bundestag sarebbe nettamente contraria. E se la BCE dovesse acquistare ancora più assets, l’offerta di titoli come i Bund si rivelerebbe insufficiente molto presto, a meno che non venissero mutati i criteri fissati ai tempi del varo del primo round, nel gennaio 2015. Due le soluzioni tecniche immaginabili: elevare la soglia di bond acquistabili rispetto al totale delle singole emissioni e/o abbandonare il “capital key”, la regola che lega l’entità degli acquisti alle dimensioni economiche di ciascuno stato, riflesse nel capitale detenuto nella BCE.

Soprattutto in questo secondo caso, gli spread si restringerebbero, in quanto Francoforte avrebbe modo di acquistare stabilmente più bond da stati come Italia, Spagna, Portogallo, finanche Francia, a discapito di quelli di Germania, Olanda, etc. Lagarde avrà il coraggio di compiere un simile passo? Il suo appello ai governi è rivolto essenzialmente a Berlino, affinché utilizzi i margini fiscali disponibili, aumentando la domanda interna e stimolando di riflesso l’economia nel resto dell’Eurozona. Sarebbe qualcosa, ma certamente non basterebbe. La sola Germania, per quanto grande sul piano economico, non sarebbe da sola capace di trainare il pil dell’area, specie in tempi duri come questi.

Debito pubblico italiano appeso alla BCE

Un secondo “whatever it takes”?

Volete che sia un +1% di pil di spesa pubblica e/o di minori tasse in Germania ad arrestare la crisi? Certo che no. E allora, con una politica monetaria sostanzialmente a fine corsa, il sostegno fiscale dovrebbe arrivare dall’insieme dell’area, cioè da tutti i 19 stati che la compongono. Tuttavia, in pochi possono permetterselo, mentre la gran parte del club, in testa l’Italia, non verrebbe seguita dai mercati. Gli investitori pretenderebbero di essere meglio remunerati per acquistare i BTp, percepiti sempre più a rischio, per cui lo spread volerebbe e, anziché risolvere la crisi economica, ne causeremmo anche una finanziaria.

Come uscirne? Lagarde dovrebbe prendere il coraggio che ebbe Mario Draghi quel 26 luglio 2012, quando dichiarò che avrebbe salvato l’euro in qualsiasi modo (“whatever it takes”), spegnendo di fatto la speculazione sui mercati che stava per travolgerlo. Adesso, serve un secondo passo estremo: dichiarare che, mentre gli stati attuano piani fiscali espansivi di sostegno alle rispettive economie e auspicabilmente abbassando le tasse e non certo aumentando la spesa pubblica corrente improduttiva, impegnandosi, anzi, a tagliarla credibilmente negli anni e al contempo a realizzare riforme economiche strutturali, la BCE garantirebbe la tenuta dell’area, non tollerando spread oltre un certo livello (50-100 punti base).

I mercati smetterebbero di colpire le economie già deboli, le quali si ritaglierebbero quei margini necessari per agire a sostegno del pil, creando anche le condizioni “politiche” necessarie per varare riforme di stimolo alla crescita nel medio-lungo termine e il cui impatto non sempre è socialmente accettato o poco costoso per gli stessi conti pubblici. Insomma, Lagarde ha dinnanzi a sé una grande sfida a distanza di pochi mesi dal suo insediamento come governatore, esattamente come accadde a Draghi dopo il suo arrivo alla BCE a fine 2011. Non basteranno aspirine per fermare il disastro economico provocato dal Coronavirus. Serve una cura da cavallo e solo un cambio di mentalità alla BCE può consentirne la somministrazione.

Mario Draghi e quel che resta del “whatever it takes”

[email protected] 

 

Argomenti: , , , , , , ,