Derivati in euro via da Londra, UE prova a punire la City per la Brexit

La Brexit sarà una battaglia tra UE e Regno Unito e a farne le spese sembra già il mercato dei derivati in euro.

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La Brexit sarà una battaglia tra UE e Regno Unito e a farne le spese sembra già il mercato dei derivati in euro.

Mentre UE e Regno Unito hanno appena iniziato a ingaggiare la battaglia sulla Brexit, con il capo negoziatore per Bruxelles, Michel Barnier, che minaccia di imporre a Londra il pagamento di una fattura stimata fino a 100 miliardi di euro per spese da regolare anche dopo l’uscita dalle istituzioni comunitarie, la City si è quasi rassegnata a vedere perdere una fetta importante dei suoi affari finanziari, quella relativa al mercato dei derivati in euro. I tre quarti di questi contratti vengono negoziate a Londra presso le stanze di compensazione, note come “clearing houses”. Si tratta di entità, che fungono da controparte per ogni parte negoziale, ovvero da acquirente nei confronti dei venditori e da venditore nei confronti degli acquirenti.

Il business vale quotidianamente quasi 575 miliardi. La Francia, che in Europa è seconda per questo mercato, supera appena i 100 miliardi, mentre in Italia non si arriva a 10. Numeri, che rimarcano la forza preponderante che la City vanta, gestendo più del 75% dei derivati denominati in euro, appunto. (Leggi anche: Cosa sono questi contratti derivati e a cosa servono)

Niente più contratti derivati in euro a Londra?

Se già oggi viene considerato un paradosso che nella capitale britannica transitino ogni giorno più euro di quanti non ne passino nell’Eurozona, ora che il divorzio con la UE è solo questione di tempo, Bruxelles non sembra intenzionata di consentire più alla finanza britannica di continuare a possedere questo dominio. Le soluzioni sarebbero due: costringere le società a spostare tali contratti in euro nell’Eurozona o obbligare le “clearing houses” londinesi a sottostare alle norme europee.

Il caso più temuto dalla City è il primo. A rischio vi sarebbero migliaia di posti di lavoro; si parla fino a 83.000, anche perché il timore è che andando via il mercato dei derivati in euro, le società che negoziano contratti di questo tipo nella divisa europea preferiscano spostare anche altre negoziazioni altrove, preferendo per avere in un’unica sede la gestione dei propri affari.

(Leggi anche: Crisi Deutsche Bank, i derivati sono il vero problema?)

Rischio aumento dei costi finanziari

Lungi dall’essere una soluzione conveniente per banche e società europee, il rischio è un aumento dei costi, oltre che della volatilità, in conseguenza di una frammentazione dei mercati, per cui ciascun investitore tenderebbe ad aprire posizioni sui derivati nel proprio paese, ma così facendo si tornerebbe a una dimensione più nazionale della finanza, con relative riduzione della liquidità e crescita dei costi.

Se alle banche fosse imposto, poi, di aumentare i propri margini come collaterale, una volta che spostassero i contratti derivati in euro nell’Eurozona, l’aggravio per loro sarebbe stimato in 77 miliardi, un importo doppio del monte-margine attuale.

Ritorsione UE contro City

Nel tentativo di iniziare ad attirare capitali in questo segmento di mercato, la Commissione europea ha esentato i fondi pensione per altri tre anni dall’aumentare il collaterale a garanzia delle esposizioni, cosa che richiederebbe un esborso di svariati miliardi. E allo stesso tempo, a marzo ha riconosciuto alla Commodity Futures Trading Commission di New York lo status di “Central Counterparty”, al pari delle stanze di compensazione europee, un passo che in molti hanno inteso quale tentativo di Bruxelles di deviare il business sui derivati verso l’America, riconoscendo che l’Eurozona non sarebbe all’altezza del compito di sostituire Londra, almeno non nell’immediato.

Se quest’ultima interpretazione fosse vera, Bruxelles avrebbe gettato la maschera. La richiesta di ricondurre i contratti in euro nell’unione monetaria non sarebbe legata all’esigenza di tutelare la propria finanza da negoziazioni sfuggenti alle proprie normative, ma appare un atto di ritorsione contro Londra per la Brexit. Non si capirebbe altrimenti, perché New York potrebbe assurgere a nuova capitale dei derivati in euro, non essendo notoriamente una capitale dell’Eurozona.

LCH l’ente più colpito

Una delle realtà più colpite, nel caso prevalesse la linea dura della UE, sarebbe la London Clearing House (LCH) della London Stock Exchange (LSE), dalla quale oggi passano contratti derivati in euro per il valore nozionale di 49.500 miliardi, un quarto del totale e quota superiore ai 46.600 miliardi negoziati in dollari. Se le banche si spostassero, optando per la gestione del business in un’unica seria, il colpo sarebbe duro da digerire per la City. Ma i sostenitori della “hard” Brexit nel governo May non sembrano impensieriti dallo scenario, convinti come sono che la moneta unica, comunque vada, avrà vita breve e che nei fatti staremmo discutendo del nulla.

 

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