Bassi tassi reggono il mercato azionario USA, ecco cosa spiegherebbe la bolla

A Wall Street c'è una bolla finanziaria o esiste anche (almeno in parte) una spiegazione alternativa al boom delle quotazioni azionarie?

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A Wall Street c'è una bolla finanziaria o esiste anche (almeno in parte) una spiegazione alternativa al boom delle quotazioni azionarie?

Wall Street non smette apparentemente di correre. Quest’anno il Dow Jones sfiora guadagni del 23%, ma anche se si guarda al lungo periodo si nota come la borsa americana, che rappresenta un terzo della capitalizzazione mondiale sui mercati finanziari, sia cresciuta di molto: +290% negli ultimi 20 anni. Da tempo si analizzano le quotazioni e si cerca di capire se e in che misura a New York vi sia una bolla finanziaria, anche perché gli USA sono reduci da un decennio di allentamento della politica monetaria senza precedenti, con tassi azzerati e acquisti di assets per migliaia di miliardi da parte della Federal Reserve.

Ha senso preoccuparci per la corsa dell’azionariato americano? Stando ad alcuni dati della Fed, esisterebbe una certa spiegazione al boom delle quotazioni. Iniziamo dal ribadire la legge fondamentale per ogni mercato ai fini della formazione del prezzo, ovvero l’incontro tra domanda e offerta. Prezzi crescenti segnalano l’aumento della domanda e/o la riduzione dell’offerta. Ora, negli ultimi 20 anni è crollato il numero delle società americane quotate in borsa, contrariamente a quanto s’immaginerebbe. Dalle oltre 8.000 del 1996, sono scese alle 4.331 di fine 2016.

La ragione di questo dimezzamento avrebbe diverse cause. La prima sarebbe il crescente numero di operazioni di fusione e acquisizione tra società, cosa che riduce i soggetti presenti sul mercato, creando spesso concentrazioni oligopolistiche. Secondariamente, grazie all’avanzamento tecnologico risulta oggi possibile avviare nuove imprese (start-ups) con capitali relativamente bassi, senza il bisogno di ricorrere a Wall Street per reperirli. Terzo, il trend calante dei tassi: i rendimenti dei corporate bond negli USA è passato da una media del 7% di fine 1996 per gli “investment grade” a una attuale del 2,8%. In pratica, può convenire sempre più indebitarsi per finanziare un investimento, anziché sbarcare in borsa e rischiare anche di perdere il controllo della società fondata. (Leggi anche: Buyback, magico mondo fittizio della finanza moderna)

Buyback supera IPO

A fronte della riduzione imponente del numero delle quotate, i margini di profitto per le società americane sembrano nettamente crescere, passando da una media del 6,5% del pil USA nel 1996 a una superiore al 10% nell’ultimo lustro.

Tutto questo, mentre le emissioni nette di azioni sono state sempre negative nell’ultimo ventennio, con un risultato netto cumulato di circa 5.500 miliardi di dollari, pressappoco un quinto delle attuali dimensioni della borsa americana.

Ciò significa che il valore delle azioni di nuova emissione risulta inferiore a quello delle azioni riacquistate (“buyback”) e delle operazioni di M&A (fusione e acquisizione). E con la crisi finanziaria del 2008-’09, sembra che la tendenza si stia accentuando, con il 2016 a segnare un bilancio superiore a -586 miliardi per Wall Street, complici i 3.000 miliardi di dollari spesi nel riacquisto delle azioni proprie dalle società americane sin dal 2009. (Leggi anche: Buyback senza freni, così Wall Street reagisce alla fuga di capitali)

Tendenza anche europea

Riepilogando, l’offerta di azioni a New York tende a diminuire e ciò starebbe contribuendo a sostenere le quotazioni di quelle rimaste. I bassi tassi agirebbero in tal senso, non solo aumentando la liquidità sui mercati, che molti investitori impiegano per acquistare azioni, in cerca di un rendimento maggiore, ma anche e forse, soprattutto, consentendo alle società stesse di indebitarsi a costi più contenuti, rifuggendo dal ricorrere alle IPO e tenendo così basso il numero delle azioni offerte in borsa.

Il fenomeno non riguarderebbe la sola America, ma anche l’Europa, se è vero che dal 2009 alla fine dello scorso anno si è registrato un calo del 23% delle società quotate tra la City e Francoforte. In valore assoluto, il calo è stato di quasi 800. Siamo in presenza di un fenomeno noto come “de-equitisation”, ma che non avrebbe radici ideologiche, bensì rispecchierebbe condizioni di mercato profondamente diverse oggi di qualche decennio fa. Resta da capire fino a quando ci si potrà spingere in questo processo e se il rialzo dei tassi conterrà la crisi delle emissioni azionarie, rendendo meno conveniente optare per l’indebitamento. (Leggi anche: Fed assicura bassi tassi a lungo)

 

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