Bassi tassi, Draghi si difende dagli attacchi tedeschi: non scoraggiano le riforme

Mario Draghi difende i bassi tassi della BCE, che stanno sulla pancia ai tedeschi. E si ragiona sull'uscita dagli stimoli monetari. Diverse le ipotesi.

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Mario Draghi difende i bassi tassi della BCE, che stanno sulla pancia ai tedeschi. E si ragiona sull'uscita dagli stimoli monetari. Diverse le ipotesi.

Il nuovo governo tedesco non è ancora nato, forse ci vorranno un paio di mesi ancora, ma già il governatore della BCE, Mario Draghi, mette in chiaro un dato: i bassi tassi d’interesse non si toccano, e comunque, non sono stati un errore. Partecipando a un convegno sulle riforme strutturali nell’Eurozona, ha rivendicato la sua politica monetaria, sostenendo che i bassi tassi non solo non avrebbero disincentivato le riforme, come i detrattori ci spiegano, ma al contrario “sarebbe più probabilmente vero l’opposto”, perché essi aiutano a migliorare il contesto macroeconomico, rendendo più agevole l’adozione delle riforme. E cita Spagna, Portogallo, “ma anche l’Italia”. Nel nostro caso, il riferimento è al Jobs Act, grazie al quale, nota, risultano creati mezzo milione di posti di lavoro.

Proprio oggi, la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe ha rigettato la richiesta urgente di sospensione dell’acquisto di titoli di stato da parte della BCE, avanzata da due ex esponenti politici dell’AfD, la formazione euro-scettica appena entrata al Bundestag, Hans Olaf Henkel e Bernd Lucke. In Germania, il cosiddetto “quantitative easing” non ha mai riscosso simpatie tra l’opinione pubblica e la Bundesbank, oltre che nel governo, essendo considerato una forma mascherata di monetizzazione dei debiti sovrani e un disincentivo per le riforme, visto che i governi perdono l’impulso ad agire, ritrovandosi i costi di rifinanziamento del debito abbassati. I tedeschi temono che finirà per surriscaldare eccessivamente i prezzi, destabilizzandoli, e per aumentare i rischi sovrani, a tutto danno per le loro tasche. (Leggi anche: Oggi parla Draghi e Germania chiede rialzo tassi e stop stimoli)

Stimoli monetari: niente addio, ma solo “tapering”

Il tema giunge a una fase critica, perché proprio al prossimo board del 26 ottobre, Draghi e il Consiglio dei governatori dell’Eurozona dovranno decidere se prorogare il programma di acquisto dei bond e in quale misura. Gli analisti prevedono che il QE verrà esteso di altri sei mesi, ma abbassato a 40 miliardi di euro mensili dai 60 attuali (“tapering”). Il Financial Times crede, invece, che il piano durerà per tutto il 2018, seppure tagliato a soli 20 miliardi mensili. Appare molto probabile, in ogni caso, l’estensione della durata per diversi mesi ancora, tenuto conto che l’inflazione nell’area resti al di sotto del target (“di poco inferiore al 2%”) e che nel caso di cessazione degli acquisti, Francoforte teme un eccessivo rafforzamento dell’euro, con implicazioni negative sull’inflazione (si ridurrebbe il costo dei beni importati) e sulla crescita economica (si avrebbero minori esportazioni).

La difesa appassionata di Draghi della sua politica dei bassi tassi punta forse a segnalare ai mercati il mantenimento della rotta anche dopo le elezioni in Germania, che hanno visto l’ascesa degli euro-scettici dell’AfD, nati nel 2013 proprio in opposizione alla sua politica monetaria, nonché degli stessi liberali dell’FDP, i quali restano contrari sia all’Unione bancaria, sia ai salvataggi pubblici di banche e stati, sia ancora al QE e ai bassi tassi della BCE. Se i primi saranno certamente all’opposizione, i secondi entreranno in maggioranza con i conservatori della cancelliera Angela Merkel e i Verdi. Un brutto colpo per Draghi, che si ritrova politicamente non più con le spalle coperte dalla prima economia dell’Eurozona, la quale reclama da tempo che il successore alla guida dell’Eurotower sia proprio un tedesco. (Leggi anche: Infinita flessibilità per Renzi deriva dai due grandi errori di Draghi)

 

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