Crisi Barcellona, Messi non sarebbe potuto rimanere neppure con lo stipendio azzerato

Il Barcellona aveva offerto a Messi uno stipendio dimezzato con il rinnovo del contratto. Non è bastato, non per colpa dell'attaccante argentino.

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L'addio di Messi al Barcellona

La gigantografia di Lionel Messi al Camp Nou è stata rimossa già nella giornata di martedì. Non per ingratitudine del Barcellona, quanto per il semplice fatto che la società blaugrana non ne detiene più i diritti d’immagine. E’ la fine di un amore durato 21 anni. L’attaccante argentino ha già firmato un contratto con il PSG: 25 milioni di euro alla firma, 35 milioni netti a stagione più bonus.

A prima vista, sembrerebbe un addio legato essenzialmente a una questione di soldi. Non è andata esattamente così. Lo stipendio di Messi fino alla stagione conclusasi a giugno era di 71 milioni di euro lordi. Inclusi i vari bonus, arrivava a 138 milioni. Il presidente del Barcellona, Joan Laporta, gli aveva offerto un rinnovo del contratto per una cifra dimezzata relativamente allo stipendio netto. In tutto, l’ammontare sarebbe sceso a 100 milioni. E pare che Messi stesso avesse accettato.

Il problema è che il Barcellona è sottoposto a limitazioni stringenti sul monte-ingaggi. Nel 2019, il suo “salary cap” era stato fissato dalla Liga a 657 milioni. Un anno dopo, già scendeva a 347 milioni. Il crollo è stato determinato dalla caduta dei ricavi con la pandemia. Per la prossima stagione, il limite insuperabile è stato fissato a 382,7 milioni. In teoria, esso dovrebbe incidere per non oltre il 70% del fatturato societario. Con il rinnovo del contratto di Messi, però, il Barcellona avrebbe raggiunto il 110%. Senza, è sceso al 95%.

Stipendio Messi e conflitto con la Liga spagnola

In altre parole, anche senza il maxi-stipendio di Messi, il Barcellona non presenta quelle condizioni minime per garantire il rispetto delle condizioni finanziarie imposte dalla Liga. Per quanto gli acquisti di Depay e Aguero siano avvenuti a parametro zero, i loro ingaggi non incideranno poco sul bilancio.

Laporta non ha nascosto le criticità, spiegando di avere ereditato una situazione molto difficile. Il suo predecessore Josep Bartomeu dal 2014 aveva intrapreso campagne acquisti costosissime e, in diversi casi, rivelatesi fallimentari. Si pensino ai 160 milioni investiti per Philippe Coutinho nel 2018, ai 120 milioni per Antoine Griezman nel 2019 e ai 147 milioni per Ousmane Dembélé nel 2017.

Il debito del Barcellona è stimato conservativamente a 1,2 miliardi di euro. Le perdite inflitte dalla pandemia nel solo 2020/2021 hanno sfiorato il mezzo miliardo (487 milioni). Ma la perdita di Messi pesa sull’umore dei catalani. Laporta ha giustificato l’addio con il fatto che avrebbe altrimenti dovuto “ipotecare i diritti TV per 50 anni”. Si riferiva all’offerta da 2,7 miliardi del fondo CVC per la gestione dei diritti di tutta la Liga, di cui 270 milioni spettanti al Barcellona. Per tutta risposta, il presidente della Liga, Javier Tebas, ha replicato a Laporta che l’operazione non è per 50 anni e mira a consentirgli di accendere ipoteche con le banche e a ripagare l’enorme debito.

Il calcio spagnolo, comunque la si pensi, ha perso il suo più grande protagonista e a distanza di tre anni dopo l’addio a sorpresa di Cristiano Ronaldo, ingaggiato dalla Juventus. E il Real Madrid non ha più replicato sul campo i successi incassati con il portoghese. I catalani temono di seguirne le sorti e di avere posto fine a un lungo ciclo vincente. Già per Brand Finance, il Barcellona varrebbe 137 milioni in meno. La perdita d’immagine pesa già.

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