Barack Obama vendicativo e frustrato dalla disfatta dem avvelena la transizione

La disfatta elettorale dei democratici USA sta spingendo il presidente uscente Barack Obama ad avvelenare il clima, durante la transizione che porterà tra una settimana Donald Trump alla Casa Bianca.

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La disfatta elettorale dei democratici USA sta spingendo il presidente uscente Barack Obama ad avvelenare il clima, durante la transizione che porterà tra una settimana Donald Trump alla Casa Bianca.

Inizia da oggi l’ultima settimana di permanenza del presidente uscente Barack Obama alla Casa Bianca, perché il 20 gennaio prossimo Donald Trump giura e s’insedia ufficialmente come 45-esimo presidente USA. Che la transizione tra i due non sarebbe stata facile lo si era intuito già dalle prime luci dell’alba del 9 novembre scorso, ma che sarebbe stata così avvelenata negli ultimi giorni dell’era Obama ce lo aspettavamo in pochi, almeno non a questi livelli. (Leggi anche: Elezioni USA, Trump è presidente, Clinton sconfitta: il punto della situazione)

Prima di dire addio alla Casa Bianca, l’amministrazione Obama si sta distinguendo per uno spirito vendicativo, che mai era arrivato a tanto nei pur difficili passaggi che si sono succeduti nei decenni precedenti. Le cronache riportano di qualche dispetto della coppia Bill-Hillary Clinton nel 2000-2001, quando dovendo lasciare la presidenza al repubblicano George W.Bush, si portarono dietro persino gli arredi e allo studio ovale gli fecero trovare, si racconta, la macchina da scrivere senza il tasto W, in modo che il loro successore non potesse scrivere il proprio nome. I Clinton pagarono persino un’ammenda per avere portato con sé alcuni oggetti, che per legge sarebbero dovuti rimanere dove erano.

Dossier anti-Trump

Bazzecole, bambinate, rispetto a quello che sta accadendo in questi giorni, quando scopriamo che la CIA ha presentato un rapporto allo stesso Trump, in cui lo si avverte di una possibile azione di ricatto da parte del governo russo ai suoi danni, godendo il Cremlino di presunte e “non verificate” prove di alcuni suoi atti sessuali con prostitute, nonché di rapporti opachi con ambienti politici e finanziari russi.

Prima ancora, era stato lo stesso Obama, avvalendosi del rapporto delle tre agenzie di sicurezza nazionale, ad avere espulso dagli USA 35 dirigenti russi, in forma di ritorsione contro una presunta operazione di hackeraggio informatico ad opera di Mosca, con la finalità di influire sulle elezioni USA. (Leggi anche: Russia, Trump un affare per rublo e borsa)

 

 

 

 

Le ritorsioni contro Fiat Chrysler

Da ultimo, il caso Fiat Chrysler. A poche ore dai complimenti rivolti da Trump alla casa automobilistica italo-americana, nel corso della sua prima conferenza stampa da presidente eletto, in seguito ai piani comunicati dall’ad Sergio Marchionne di investire un altro miliardo negli USA, creando 1.600 nuovi posti di lavoro, arriva l’apertura delle indagini dell’EPA, l’Agenzia di protezione ambientale americana, con l’accusa di avere truccato i dati sulle emissioni inquinanti su un centinaio di migliaia di veicoli. (Leggi anche: FCA ai massimi da agosto 2015, Lingotto aderisce a politiche trumpiane)

Non sfuggirà la coincidenza tra il flirt Trump-Marchionne e i guai giudiziari per la FCA, un colpo di coda degli apparati statali ancora sotto l’egida obamiana, nel tentativo di sminuire il più possibile la nuova presidenza sul nascere. In confronto, le proteste post-elettorali a New York di novembre sono state roba da scolaresche.

Obama frustrato per la disfatta democratica

Dietro allo spirito vendicativo di Obama si nasconde un probabile sentimento di frustrazione. Mai nessuno dal Secondo Dopoguerra aveva lasciato il proprio partito così mal messo, al termine della propria amministrazione. I democratici hanno perso la presidenza e non sono riusciti a riconquistare né la Camera, né il Senato, mentre governano appena 16 stati su 50. Si tratta di una disfatta senza precedenti, che ha origine nella delusione dell’elettorato di sinistra per gli otto anni di Obama, che non rimarranno nella storia per alcun atto significativo, fatta parziale eccezione per la riforma sanitaria. (Leggi anche: Economia americana, ecco l’eredità di Obama)

Da qui a un anno, i democratici potrebbero perdere pure l’ultima carica istituzionale a loro vicina: la presidenza della Federal Reserve.

Non corre buon sangue tra Trump e il governatore Janet Yellen, che quasi certamente non sarà riconfermata alla fine del mandato, in scadenza formalmente nel gennaio 2018, anche se già da settembre-ottobre partiranno i colloqui dell’amministrazione per individuarne il successore.

 

 

 

 

L’obiettivo di Obama è dividere i repubblicani

La frustrazione di Obama si sta riversando sul successore con attacchi indiretti, nella speranza di minarne la credibilità agli occhi della sua stessa maggioranza. L’obiettivo vero del presidente uscente non è certo di far perdere consensi a Trump tra l’opinione pubblica, dato che si tornerà a votare solo tra due anni per il Congresso e quattro per la presidenza, bensì di farlo inciampare tra i banchi di deputati e senatori repubblicani, molti dei quali sono veementi anti-russi e hanno subito la vittoria del tycoon.

D’altronde, per capire in quali condizioni versi il Partito Democratico, basti pensare che le accuse di Obama ai russi non sono di avere truccato il risultato delle elezioni presidenziali, bensì di avere influito sulle primarie democratiche, favorendo la Clinton contro Bernie Sanders, ovvero puntando sul candidato più scarso sul piano dei consensi. Non poteva esserci un congedo più triste per il primo afro-americano alla Casa Bianca della storia. (Leggi anche: Debito USA a +88% nell’era Obama)

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