Bankitalia, Visco “sfiduciato” da Renzi potrebbe parlare e sarebbero guai

Lo scontro politico sul caso Bankitalia rischia di diventare esplosivo a fine mese per Matteo Renzi, in lotta contro tutti e tutto per il proprio futuro.

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Lo scontro politico sul caso Bankitalia rischia di diventare esplosivo a fine mese per Matteo Renzi, in lotta contro tutti e tutto per il proprio futuro.

Il caso Bankitalia sta scuotendo il mondo politico e spaccando il PD. Il partito di Matteo Renzi ha presentato alla Camera una mozione (approvata con parere favorevole del governo), che impegna il governo a cercare una nuova figura autorevole per il ruolo di governatore dell’istituto, in pratica negando a Ignazio Visco un secondo mandato. Dietro alla richiesta dei democratici vi è l’accusa ai vertici dell’ente di non essere stati in grado di ben vigilare sulla crisi delle banche italiane. In sostanza, i renziani ribaltano la narrazione prevalente di questi mesi e addebitano al governatore uscente la responsabilità della cattiva gestione della crisi bancaria. Tuttavia, il PD appare spaccato, se è vero che l’ex segretario Walter Veltroni ha definito la mozione “incomprensibile”, un errore, così come molti altri esponenti si sono affrettati a gettare acqua sul fuoco, percependo l’irritazione del Quirinale sulla vicenda, con il presidente Sergio Mattarella a difendere pubblicamente la persona di Visco e chiamando quest’ultimo al telefono per esprimergli vicinanza. (Leggi anche: Bankitalia, sul secondo mandato per Visco è scontro tra Renzi e Mattarella)

Ieri, i colpi di scena non sono mancati. Visco, contrariamente a quanto ci si potesse immaginare, non ha affatto reagito da “tecnico”, ovvero trincerandosi in un cupo silenzio, ma si è recato in Parlamento, davanti alla Commissione d’inchiesta sulle banche, consegnando al presidente Pierferdinando Casini i faldoni, contenenti documenti sui nostri istituti e sull’attività di Palazzo Koch di questi anni. Nulla di formalmente irrituale, visto che era già stato invitato dalla Commissione a comparire, se non fosse che il governatore si è trattenuto per ben un’ora con i due vice-presidenti Renato Brunetta (Forza Italia) e Mauro Maria Marino (PD) a porte chiuse. Di cosa avranno parlato? Non solo. Incontrando il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, i due si sono stretti la mano in maniera molto amichevole, quasi un’ostentazione pubblica di vicinanza.

Renzi vuole scongiurare un governo tecnico

A questo punto, parrebbe che Renzi sia isolato politicamente e sul piano istituzionale, se anche un membro del governo mostra vicinanza all’uomo che il segretario del PD vorrebbe impallinare. Ieri, mentre era in corso un evento pubblico sul referendum in Lombardia con il governatore Roberto Maroni, l’ex premier Silvio Berlusconi ha confermato la posizione di difesa di Visco per Forza Italia: “E’ proprio della sinistra voler occupare tutti i posti di potere dopo le elezioni, adesso hanno fatto un passo avanti e vogliono occuparli anche prima”. Nel centro-destra, la posizione della Lega Nord resta formalmente contraria a un secondo mandato a Visco, mentre quella di Fratelli d’Italia è meno netta, con Giorgia Meloni a parlare di tentativo del PD di scaricare “solo” sul governatore le responsabilità della crisi delle banche.

Nel complesso, dunque, i renziani (e i grillini) restano molto convinti della necessità di una svolta, come ha confermato lo stesso Renzi ieri pomeriggio. E allora, cosa succede davvero? A cosa punterebbe il segretario dem ed ex premier? Voci di corridoio vorrebbero che Renzi ambisca a sostituire Visco con Padoan. D’altra parte, anche il ministro ha un pedigree da economista, già a capo dell’OCSE fino al 2014. Cosa ancora più importante per lui, è stato in questi oltre tre anni e mezzo di governo un fedele esecutore della linea impartitagli da Palazzo Chigi. Renzi ipotizza, quindi, che con Padoan a Palazzo Koch, avrebbe un “alleato”. Sì, ma per fare cosa?

E qui si aprono scenari ben più ampi del solo caso banche. Sappiamo tutti che il segretario del PD stia disperatamente tentando di tornare a guidare il governo, ma che allo stesso tempo intraveda tale prospettiva sempre più lontana, specie se dovesse perdere le regionali in Sicilia tra un paio di settimane e se il suo partito non riuscisse a prevalere alle elezioni politiche di febbraio/marzo prossimo. Una cosa più di ogni altra lo turba: l’eventualità di un governo tecnico sostenuto da PD e Forza Italia. Un’ipotesi non molto peregrina sarebbe quella di un Mario Draghi premier. Egli lascerebbe la poltrona di governatore della BCE con un anno e mezzo di anticipo, spostandosi a Roma, dove affronterebbe il caos post-elettorale. I tedeschi non vedrebbero l’ora, prendendo due piccioni con una fava: governo italiano “amico” e non in mano a euro-scettici; presidenza della BCE libera e occupabile finalmente da un loro uomo. (Leggi anche: Draghi premier, perché Renzi rischia di finire male)

A fine mese sarebbero guai

Visco è vicino a Draghi, così come lo è Salvatore Rossi, direttore generale di Bankitalia, che a differenza del primo non è un keynesiano e appare ancora più in sintonia con il governatore della BCE sulla politica economica. Nella mente di Renzi, piazzando in Via Nazionale un suo uomo, spezzerebbe quel  coro, che saluterebbe unanime in positivo l’arrivo di un governo Draghi. Certo, difficile immaginare che un Padoan si metta realmente di traverso e si opponga a un simile scenario, ma essendosi dimostrato ad oggi uomo riconoscente verso chi lo ha nominato, Renzi forse ci spera.

Fatto sta, che adesso la nomina di Visco si è trasformata in un caso politico dal significato molto pregnante. Se il secondo mandato gli fosse negato, i renziani la interpreterebbero come una loro vittoria contro tutti, Quirinale compreso. Se, invece, Visco lo ottenesse, allora Renzi avrebbe perso anche stavolta la sua battaglia personale e si ritroverebbe a capo di Bankitalia un “nemico”. E la cosa non dovrebbe essere sottovalutata dal Nazareno, perché già il 31 ottobre, nel suo ultimo giorno di mandato, il governatore si presenterà a deporre in Commissione sulla crisi delle banche. Se a quel punto si ritrovasse già con una conferma in tasca o se fosse certo di non potere più ambire a un secondo mandato, quella seduta rischia di essere tutt’altro che noiosa. Più che sassolini dalla scarpa, si toglierebbe macigni e li lancerebbe contro il governo Renzi, magari con accuse velate di incapacità di gestione della crisi o molto peggio. Insomma, la scommessa del segretario PD è stata molto rischiosa e potrebbe provocare un terremoto politico, a ridosso delle regionali in Sicilia. (Leggi anche: Crisi banche italiane, la difficile verità)

 

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