Bankitalia, rischi e verità del ddl di Lega e 5 Stelle per nominare il direttorio

Lega e Movimento 5 Stelle puntano a far nominare a governo e Parlamento i dirigenti di Bankitalia. L'ipotesi non è affatto scandalosa, ma presenta numerosi rischi al momento.

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Lega e Movimento 5 Stelle puntano a far nominare a governo e Parlamento i dirigenti di Bankitalia. L'ipotesi non è affatto scandalosa, ma presenta numerosi rischi al momento.

L’agenzia Reuters ha riportato ieri la notizia della presentazione, niente di meno che alla fine di maggio, di un disegno di legge al Senato, a firma di Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (Movimento 5 Stelle), che punta a riordinare l’assetto della Banca d’Italia. Come? Governo e Parlamento nominerebbero tutti i membri del direttorio. Nel dettaglio, il presidente del Consiglio nominerebbe il governatore, un direttore generale e un vice-direttore generale, previa deliberazione del Consiglio dei ministri.

Camera e Senato, invece, nominerebbero i restanti due vice-direttori generali. Inoltre, le modifiche allo statuto di Bankitalia dovrebbero essere apportate dal Parlamento. L’obiettivo del ddl, si legge all’atto della sua presentazione, consiste nell'”evitare che attraverso l’indipendenza, si possa esulare dal sistema di bilanciamento e controllo tipico delle democrazie liberali”.

Bankitalia, nazionalizzazione e mani del governo su oro e nomine dei dirigenti?

Cosa prevedono oggi le norme e lo statuto di Bankitalia? Il governatore viene nominato con decreto del Presidente della Repubblica, su indicazione del Consiglio dei ministri e su proposta del Consiglio superiore di Bankitalia. Tutti gli altri membri del cosiddetto “direttorio”, invece, sono nomine interne. Inoltre, le modifiche allo statuto avvengono approvate dall’assemblea dell’istituto, i cui soci sono sostanzialmente le banche e le assicurazioni italiane, oltre a enti come l’Inps. Con il ddl, le novità legislative entrerebbero in vigore il giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per cui ne deduciamo che le cariche attuali decadrebbero contestualmente.

Come funziona all’estero

Il modello a cui s’ispira il governo giallo-verde, anche se l’iniziativa è formalmente parlamentare, sarebbe quello tedesco: presidente, vice-presidente e un membro del board della Bundesbank vengono nominati dal governo federale, mentre i restanti tre membri del board dal Bundesrat, la Camera alta tedesca. In America, il meccanismo delle nomine è simile: governatore e membri del board vengono nominati dal presidente e devono essere approvati dal Senato. Addirittura, il presidente può formalmente licenziare il governatore, come si vocifera che Donald Trump voglia fare in questi mesi per il suo disappunto verso la politica monetaria di Jerome Powell, da egli stesso nominato solamente nel settembre 2017, sebbene l’iter legale sia meno facile di quanto il tycoon creda.

Attentato all’indipendenza dell’istituto o rischio per il sistema Italia? Partiamo da una premessa: Bankitalia non batte più moneta e se anche il governo riuscisse a mettervi le mani sopra, non avrebbe più quel potere che vantava fino alla famosa lettera inviata dal ministro del Tesoro, Beniamino Andreata, al governatore Carlo Azeglio Ciampi, quando sostanzialmente il debito pubblico italiano veniva finanziato a colpi di emissioni di lire, con contraccolpi dannosi per la stabilità dei prezzi. Tuttavia, sbaglia chi crede che Palazzo Koch sia un ente ormai inutile. Anzitutto, perché ha poteri di vigilanza sulle banche operanti in Italia. E sappiamo quanto questo abbia danneggiato la sua credibilità negli ultimi anni, a seguito dei vari scandali e salvataggi a carico dei contribuenti necessari per porvi rimedio. E parliamoci con franchezza: in nome dell’indipendenza (sacrosanta) dal potere politico, non è che Bankitalia abbia brillato per trasparenza, meritocrazia nelle nomine ed efficacia.

Secondariamente, Bankitalia detiene oro per 2.452 tonnellate, le quarte riserve al mondo dopo quelle di USA, Germania e Fondo Monetario Internazionale. Al momento, il loro valore si aggira sui 105 miliardi di euro, a cui si sommano le riserve monetarie, per un totale di quasi 1.000 miliardi di euro di assets posseduti e che, obiettivamente, fanno gola a ogni governo, specie a fronte di un debito pubblico da 2.322 miliardi al 31 dicembre scorso. Detto questo, se com’è vero che anche le altre principali banche centrali risultino maggiormente controllate dai rispettivi governi all’atto delle nomine, perché mai dovremmo avere timore della riforma studiata dalla maggioranza e ispirata, si dice, dal Prof senatore Alberto Bagnai, candidato “in pectore” della Lega per ricoprire la carica di ministro delle Politiche europee, al posto di Paolo Savona, appena insediatosi a capo della Consob?

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Problemi di opportunità

Il problema appare di opportunità.

Alla fine del 2017, un po’ tutto il mondo politico e non, compresa gran parte del PD, scattò dalla sedia quando l’ex premier Matteo Renzi, sotto pressione mediatica sul caso banche, cercò di impallinare la riconferma del governatore Ignazio Visco. Giustamente, molti notarono come si trattasse di un tentativo di scaricare su Bankitalia ogni responsabilità “politica” della mala gestio della crisi bancaria. Oggi, il problema riguarderebbe la sensazione che i mercati ricaverebbero, cioè che il governo intenda occupare Palazzo Koch per agevolare i piani di uscita dell’Italia dall’euro. In questo senso, sembrano andare iniziative discutibili come il dibattito sull’opportunità che sia il governo a controllare le riserve auree, i “minibot” e adesso il cambio delle regole per nominare il direttorio.

Per quanto perfettamente in linea con la governance internazionale, si allungherebbero le ombre sulla permanenza dell’Italia nell’euro, dato che sostanzialmente sarebbero quattro, agli occhi dei mercati, i poteri con capacità di indirizzo strategico nel Bel Paese con riguardo alla finanza: il governo, la presidenza della Repubblica, Bankitalia e Consob. Il primo è nelle mani di una maggioranza palesemente euro-scettica; l’ultima lo è da pochi giorni con il succitato Savona, il quale ha esordito una settimana fa con un discorso irrituale su debito ed euro; restano Quirinale e Via Nazionale. Se quest’ultima “cadesse” proprio ora, tenuto conto che il mandato di Sergio Mattarella scadrà a inizio 2022, al più tardi tra due anni e mezzo i mercati si attenderebbero un controllo completo delle istituzioni che contano da parte degli euro-scettici e si riposizionerebbero di conseguenza.

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