Bankitalia, nazionalizzazione e mani del governo su oro e nomine dei dirigenti?

Fratelli d'Italia punta alla nazionalizzazione di Bankitalia, ma sarebbe tecnicamente complicato e colpirebbe i bilanci delle banche italiane.

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Fratelli d'Italia punta alla nazionalizzazione di Bankitalia, ma sarebbe tecnicamente complicato e colpirebbe i bilanci delle banche italiane.

Fratelli d’Italia, con la sua leader Giorgia Meloni come prima firmataria, ha presentato una proposta di legge alla Camera dei Deputati per la nazionalizzazione della Banca d’Italia. Il testo arriva dopo la querelle delle scorse settimane sulla riconferma di Luigi Federico Signorini a vice-direttore generale dell’istituto, che la maggioranza vorrebbe che il governo respingesse. Il Quirinale sta cercando di fare pressioni sui due vice-premier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, affinché desistano dal provocare uno scontro con Palazzo Koch, visto che la proposta di riconferma, ad oggi congelata, è partita dal governatore Ignazio Visco, secondo statuto, dovendo essere ratificata dal presidente Sergio Mattarella su parere consultivo del premier Giuseppe Conte, sentito il Consiglio dei ministri.

La proposta della Meloni, a dire il vero, accenderebbe una miccia nel dibattito pubblico attorno al presunto tentativo del governo di attentare all’autonomia di Via Nazionale, sinora smentito dallo stesso Visco. Pur dando attuazione a una legge del 2005, che l’allora governo Berlusconi aveva voluto per rivedere la governance di Bankitalia all’epoca delle dimissioni forzate di Antonio Fazio, avrebbe effetti dirompenti sul nostro sistema bancario, anche perché essa prevedrebbe che il Ministero dell’Economia paghi le 300.000 quote in cui è suddiviso il capitale dell’istituto ai valori di emissione del 1936, cioè di 52 centesimi ciascuna.

Nulla di straordinario, se non fosse che nel 2013 il governo Letta emanò un decreto per la rivalutazione di dette quote a 25.000 euro ciascuna, valorizzando l’intero capitale a 7,5 miliardi di euro dai 156.000 a cui ancora formalmente compariva in bilancio ed evidentemente di gran lunga inferiore anche solo al prezzo di mercato dell’immobile in cui si svolgono le attività amministrative centrali della nostra banca centrale. Allora, si gridò allo scandalo, visto che la rivalutazione andò a beneficio delle banche e delle assicurazioni italiane detentrici delle quote, anche perché lo stesso decreto impose un limite del 3% all’esercizio dei diritti di voto ed economici. Di fatto, i soci furono quasi costretti a vendere le quote eccedenti tale percentuale, cioè superiori alle 9.000 unità.

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Cos’è avvenuto con la rivalutazione delle quote

Tuttavia, ciò è avvenuto parzialmente. Intesa-Sanpaolo, Unicredit, Cassa di Risparmio di Bologna, Generali e Generali sono rimaste ugualmente sopra il 3% e rispettivamente con in possesso quote per 15,3%, 12,88%, 6,2%, 4,33% e 4,03%. Rispetto a prima che il decreto fosse emanato, però, Intesa ha venduto il 10,3% del capitale complessivo, realizzando una plusvalenza lorda di 772,5 milioni e netta di 680 milioni; Unicredit ha venduto il 5,8%, realizzando 435 milioni lordi e 383 netti; Generali ha ceduto solo l’1,14%, incassando 85,8 milioni, che al netto dell’imposta sulle plusvalenze fanno 75,5 milioni. Insomma, il decreto del governo Letta è servito ad abbellire i bilanci delle banche italiane, già allora in affanno per via dei crediti deteriorati.

Il problema che ci si pose in sede di rivalutazione delle quote fu il seguente: è giusto che banche e assicurazioni oggi private, ma un tempo pubbliche, beneficino di operazioni contabili legate al valore di una banca centrale nazionale? La rivalutazione, infatti, superò di gran lunga lo stesso ricalcolo delle quote basato sull’inflazione e secondo il quale, l’intero capitale di Bankitalia avrebbe dovuto essere valutato sui 900 milioni di euro al 2013.

Ad ogni modo, non si pensi che le banche azioniste abbiano chissà quali privilegi. Esse possono attingere ai dividendi distribuiti dall’istituto, ma fino alla misura massima del 6% del capitale, ovvero di 450 milioni su un totale di 7,5 miliardi. In realtà, è stata e continua ad essere politica del governatore di turno distribuire una percentuale nettamente inferiore. Prendete lo scorso anno: utile record per 3,9 miliardi di euro, grazie alle plusvalenze realizzate dalla BCE di cui Bankitalia è azionista con il “quantitative easing”, ma a fronte del quale il dividendo è stato di appena 218 milioni, il 5,6%. E allora, perché questa smania di nazionalizzare? La risposta andrebbe ricercata nelle altre competenze degli azionisti, tra cui la nomina dei 13 membri del Consiglio superiore, che a sua volta nomina, su proposta del governatore, il direttore generale e i vice-direttori generali, nonché concorre a formulare un parere sulla nomina dello stesso governatore.

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Cosa cambierebbe con la nazionalizzazione di Bankitalia?

Dunque, se il Tesoro controllasse Bankitalia, le nomine spetterebbero al ministro dell’Economia. E così, il governo di turno avrebbe modo di influire sulle scelte decisionali dell’istituto, che dal 1999 non sono più di politica monetaria, essendo stata la competenza su quest’ultima trasferita in capo alla BCE con la nascita dell’euro, bensì di natura amministrativa e di vigilanza sulle banche. Sarebbe un attentato alla indispensabile autonomia dell’istituto? Ad essere sinceri, se lo fosse, dovremmo ammettere che nessuna banca centrale al mondo sia ad oggi realmente autonoma. Lo stesso governatore della BCE è informalmente nominato dai capi di stato e di governo dell’Eurozona, così come quello della Federal Reserve è di nomina presidenziale, insieme a tutti i membri del board, sebbene questi ultimi perlopiù con mandato di ben 14 anni per impedire l’assoggettamento dell’istituto al potere politico. Inoltre, che le banche-azioniste non abbiano modo di nominare il loro stesso vigilante sarebbe semmai auspicabile, anche perché le polemiche di questi anni sull’incapacità o le presunte connivenze di Bankitalia nella gestione delle singole crisi bancarie verrebbero finalmente spazzate via.

Resta il fatto che nemmeno Claudio Borghi, spesso incendiario presidente della Commissione Bilancio alla Camera, già fautore della proposta di assegnazione delle riserve auree in capo allo stato italiano, sembra convinto della nazionalizzazione così come la vorrebbe Fratelli d’Italia, considerandola “problematica”. In effetti, dal 2014 ad oggi, un terzo degli attuali 124 soci azionisti di Bankitalia risulta avere acquistato quote al valore di 25.000 cadauna, per cui se dovessero trovarsi costretti a cederle al Tesoro a 52 centesimi, dovrebbero riportare a bilancio una perdita. E che dire della svalutazione degli assets che dovrebbero tutti registrare per il ritorno alla valorizzazione di oltre 80 anni fa? Le quote di Intesa, che oggi varrebbero 1,15 miliardi, sprofonderebbero a meno di 24.000 euro. E se c’è una cosa che le banche italiane proprio in questi anni non potrebbero permettersi sarebbe una riduzione del loro grado di patrimonializzazione.

Se nel 2014 hanno ricevuto un regalo, adesso si rischia di batostarle.

Infine, la questione oro. Appartiene al popolo italiano, anche se in sé l’espressione significa tutto e niente. Non emettendo più lire, Bankitalia non lo detiene più tra le riserve a garanzia della moneta stampata, ma allora a cosa serve? Difficile capirlo, anche se ipotizziamo che possa essere percepito dai mercati come una garanzia implicita per il debito pubblico, nonostante vi abbiamo dimostrato di recente come vi inciderebbe per una percentuale bassa. Legittimo che si discuta su come mettere a frutto l’asset, anche se il rischio che venga sprecato per operazioni sterili di corto respiro sarebbe elevato. Fioccano le proposte, tra cui quella di sfruttarlo per lanciare un piano di investimenti pubblici per stimolare l’economia italiana. Il punto è che bisognerebbe impedire che un governo abbia la possibilità di intervenire sulle riserve auree con il placet della sua sola maggioranza, finendo magari per impiegarle per scopi di gretto consenso e non per il reale benessere degli italiani.

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