Crisi banche: controlli BCE falliscono ancora, mentre rischio bail-in in Italia cresce

Il caso Banco Popular evidenzia ancora una volta la scarsa efficacia degli stress-test, mentre in Italia sale il rischio bail-in, benché tutti rassicurino.

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Il caso Banco Popular evidenzia ancora una volta la scarsa efficacia degli stress-test, mentre in Italia sale il rischio bail-in, benché tutti rassicurino.

Il capitolo Banco Popular si è chiuso con l’acquisizione dell’istituto da parte di un’altra banca spagnola, la Santander, per la cifra simbolica di un euro. Il 6 giugno, il Single Resolution Board della BCE, l’istituzione che presiede ai controlli delle principali banche europee, aveva comunicato lo stato di fallimento imminente, provocato da una montagna di crediti deteriorati per 37 miliardi di euro, il 16% del monte-prestiti totali.

Nei giorni precedenti, l’istituto aveva chiesto e ottenuto liquidità di emergenza dalla banca centrale spagnola (ELA), ma due miliardi erano stati bruciati in appena una settimana, a causa della fuga dei depositanti, probabilmente perlopiù della clientela corporate. (Leggi anche: Santander comprato Popular a 1 euro)

Eppure, dagli stress-test della BCE condotti nel corso del 2016 e pubblicati nel luglio scorso, Banco Popular non sfigurava affatto, piazzandosi al 21-esimo posto tra le 51 grandi banche europee monitorate per solidità con un Cet 1 ratio del 13,7%, un livello piuttosto adeguato di capitale sugli attivi. In altre parole, gli esami di Francoforte non avevano riscontrato anomalie, bocciando solamente una banca, ovvero MPS, che nei casi di scenario avverso presentava, invece, un Cet 1 negativo, di gran lunga inferiore al 5,5% minimo richiesto.

La crisi della banca spagnola

La banca spagnola ha dovuto svalutare crediti per 4,2 miliardi di euro nel 2016 alla fine dell’esercizio, relativi sostanzialmente al settore immobiliare, risentendo della crisi esplosa nel 2008 e che ha travolto l’intera economia nazionale, dopo anni di bolla. Per questo, ha chiuso l’anno con una maxi-perdita di 3,5 miliardi e ad aprile aveva annunciato una ricapitalizzazione da 2,5 miliardi.

La copertura dei crediti deteriorati all’epoca degli ultimi stress-test era del 38%, molto più bassa di quella effettuata da MPS e della stessa media del 50% delle banche europee. Ma allora come mai la BCE ha fallito ancora una volta nell’individuare un possibile rischio default, quando tali test nascono proprio per anticipare sviluppi negativi e per stanarli ancora prima che nascano? (Leggi anche: Banche, stress-test inutili: gli esami li sta facendo il mercato)

Si consideri che nel 2011, l’olandese Dexia era risultata anch’essa solida, salvo fallire solo qualche mese dopo.

E sempre nel 2016, Deutsche Bank è stata promossa, come quasi tutte le altre banche esaminate, ma aveva superato i test annoverando tra le entrate anche una cessione di attività a una controparte cinese, che ad oggi non si è conclusa.

Stress-test inutili?

Che gli stress-test siano inutili? Il dubbio è più che legittimo, considerando che non sono stati ad oggi quasi in nessun caso in grado di evidenziare i rischi degli istituti monitorati. Il problema è essenzialmente metodologico. Gli stress-test verificano il rispetto di livelli minimi di capitali in fasi ordinarie e avverse, ma basandosi sugli stessi dati inviati dalle banche alla BCE.

Per essere chiari, se sostengo di avere crediti per 100 miliardi e che questi sarebbero quasi totalmente esigibili, l’authority non è in grado di stimare l’ammanco esatto di capitale potenziale, sottovalutandone i rischi. Nello specifico, Banco Popular aveva sovrastimato i crediti esigibili, per cui le perdite potenziali risultarono contenute e il capitale adeguato. (Leggi anche: Stress-test, esame farsa su banche europee)

E ora sale rischio bail-in in Italia

Siamo in presenza, quindi, di una falla, che difficilmente potrà essere superata con esami più rigorosi. Da qui, la scarsa utilità dei test nell’anticipare specifiche situazioni di crisi. Un aspetto poco dibattuto di quanto è accaduto questa settimana in Spagna, però, risiede nell’applicazione del bail-in a carico di azionisti e obbligazionisti subordinati, legata all’operazione di salvataggio privato.

Un precedente che dovrebbe preoccupare gli obbligazionisti non privilegiati delle due banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca), oltre che di MPS, perché non si vede il motivo per cui gli spagnoli abbiano dovuto fare riferimento alla nuova disciplina sui salvataggi bancari, mentre gli istituti italiani vorrebbero bypassarla. Peraltro, nessuna conseguenza negativa si è materializzata dopo l’annuncio di Santander, per cui a Bruxelles ci si potrebbe convincere della bontà di adottare il modello spagnolo, pur consapevoli i commissari dei rischi politici che ciò comporterebbe in un paese a ridosso delle elezioni e con formazioni euro-scettiche potenzialmente maggioritarie.

Sarà un caso, ma dopo il caso Santander-Banco Popular, la stessa Intesa-Sanpaolo, che fino a pochi giorni fa respingeva con forza l’ipotesi di sostenere le banche venete tramite il fondo Atlante, adesso apre a un’operazione “di sistema”, che imbarchi tutte le banche italiane solide. I banchieri nostrani hanno compreso l’aumento delle probabilità di un bail-in in Italia, che creerebbe profondi malumori tra i risparmiatori, possibilmente scatenando una fuga dei conti correnti all’estero. E chissà che tra qualche settimana non si convinceranno a mettere mano al portafogli anche per Siena. (Leggi anche: Libretti postali salveranno banche venete?)

 

 

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