Banchieri, stipendi super e risultati modesti: più potere agli azionisti?

I mega-stipendi dei banchieri sono al centro di tensioni con gli azionisti negli ultimi tempi. Sono giustificati e come si possono evitare gli abusi?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I mega-stipendi dei banchieri sono al centro di tensioni con gli azionisti negli ultimi tempi. Sono giustificati e come si possono evitare gli abusi?

Quanto guadagnano i grandi banchieri dell’Occidente? Un’analisi condotta da Financial Times ed Equilar ha trovato che i più importanti amministratori delegati dei colossi bancari di USA ed Europa hanno guadagnato lo scorso anno il 7,6% in più rispetto al 2014, mentre gli utili delle banche da loro guidate sono cresciuti in media del 4,2%. In media, un grande banchiere americano ha percepito qualcosa come 20,7 milioni di dollari, il doppio dei 10,4 milioni riscossi dagli “sfortunati” colleghi europei.

Le cifre, lungi dal poter essere utilizzate per fare facile populismo, si prestano, però, a qualche riflessione, ovvero: siamo sicuri che i banchieri percepiscano quanto effettivamente meriterebbero sulla base delle performance registrate dagli istituti?

Stipendi banchieri, qualche tensione con azionisti

Qualche dubbio sta sorgendo anche tra gli stessi azionisti, che evidentemente iniziano ad avvertire una certa contrapposizione tra il proprio interesse e quello dei ceo. E di recente, infatti, un terzo de soci di Goldman Sachs ha votato contro il compenso da 23,4 milioni di dollari ricevuto dal ceo Lloyd Blankfein per il 2015, mentre un altro terzo degli azionisti di Citigroup si è espresso contro l’aumento del 31% dello stipendio del ceo Michael Corbat.

Una maggiore possibile tensione tra azionisti e banchieri potrebbe registrarsi nei prossimi trimestri, quando a fronte di un tracollo dei prezzi dei titoli in borsa nel Vecchio Continente, molto difficilmente gli amministratori delegati si taglieranno lo stipendio o rinunceranno ad incassare lauti bonus, anche dinnanzi a risultati modesti.

 

 

Come misurare l’operato dei banchieri

Il punto è proprio questo: quali sono i risultati su cui basare la politica retributiva in favore dei banchieri? In teoria, se una banca produce utili, chi la gestisce avrà fatto il suo dovere. Vero, ma fino a un certo punto; perché se a produrre utili sono tutte le banche, non si capisce chi abbia fatto meglio o chi semplicemente si è trovato favorito da un trend positivo generale del mercato.

Ecco, allora, che potrebbe risultare utile l’utilizzo di indicatori specifici di performance, che siano in grado di cogliere l’eventuale plus effettivo apportato dal singolo banchiere in termini di utili, redditività, qualità del credito, etc. E proprio qui, stando ad alcuni, cascherebbe l’asino.

Assetti proprietari poco contendibili

Essendo le grandi banche controllate da fondi d’investimento con interessi diffusi nell’industria bancaria, in quanto azionisti di più istituti, questi non avrebbero alcun incentivo a mettere in seria competizione gli uni contro gli altri banchieri, preferendo optare per una politica retributiva improntata a una sorta di pax settoriale, per la quale non si richiede a chi gestisce di fare meglio, ma di fare risultato e basta.

Se le cose stessero davvero così, il vero male di cui soffrirebbero le banche si chiamerebbe “scarsa contendibilità degli assetti proprietari” o anche “concentrazione monopolistica” dei loro azionisti di controllo. E’ probabile, invece, che la verità sia un po’ più semplice, ossia che i ceo più importanti siano diventati una sorta di élite, in grado di influenzare le politiche retributive in loro favore più di quanto non sia opportuno.

 

 

 

Le proposte del neo-premier May

Dinnanzi a questi dilemmi della società contemporanea, il neo-premier britannico Theresa May, che proprio oggi riceverà l’incarico di formare il nuovo governo, pur essendo leader dei Tories, ovvero di un partito da sempre pro-business, specie da Margaret Thatcher in poi, offre una soluzione, che a suo dire cercherebbe di rispondere all’esigenza di legare le retribuzioni dei super-manager ai risultati e agli stipendi dei dipendenti. La May vorrebbe far passare obbligatoriamente per approvazione dell’assemblea degli azionisti le retribuzioni degli amministratori sociali, nonché portare nei board anche rappresentanti di lavoratori e consumatori.

La filosofia alla base del nuovo premier non è quella di colpire le alte retribuzioni dei manager, quanto di evitare che queste siano frutto di azioni non controllate, ovvero in conflitto con l’interesse degli azionisti, che sono coloro che fanno girare i capitali. Perché nell’intento di incentivare l’efficienza gestionale di imprese e banche, abbiamo forse perso di vista che il capitalismo si fonda non sui banchieri o sui ceo, bensì sui quattrini dei piccoli, medi e grandi investitori. Sono questi a dovere pretendere maggiore rappresentanza, non chi lavora formalmente per loro.

 

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Europa, Economia Italia