Banche venete, salvataggio all’italiana incentiva l’azzardo morale

Le due banche venete salvate con soldi pubblici sono un pessimo esempio di gestione di una situazione di crisi. Il governo Gentiloni ha spalancato le porte all'azzardo morale. Da oggi, ognuno potrà fare come crede, sia tra i banchieri, che tra i risparmiatori.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le due banche venete salvate con soldi pubblici sono un pessimo esempio di gestione di una situazione di crisi. Il governo Gentiloni ha spalancato le porte all'azzardo morale. Da oggi, ognuno potrà fare come crede, sia tra i banchieri, che tra i risparmiatori.

Il salvataggio della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca potrebbe arrivare a costare ai contribuenti italiani fino a 17 miliardi di euro, tra garanzie per 12 miliardi e trasferimenti in favore di Intesa-Sanpaolo per 5,2 miliardi, affinché la banca piemontese rilevi le attività in bonis delle due venete. Senza considerare le perdite sulla montagna di crediti deteriorati per 10 miliardi, che verranno appioppati a una “bad bank” a partecipazione statale. Eppure, agli organi di controllo sono sfuggiti diversi segnali sul deragliamento dei due istituti, che erano emersi già in piena crisi finanziaria e dell’economia. (Leggi anche: Banche venete, salvataggio a carico dei contribuenti)

Mentre le banche italiane si ritraevano dal mercato del credito, centellinando ogni centesimo di prestito alle imprese e alle famiglie, Popolare di Vicenza e Veneto Banca registravano un boom di impieghi, fatto alquanto singolare, visto che la crisi stava travolgendo anche l’imprenditoria del Nord-est, la clientela-tipo delle due banche venete. E così, se nel 2007 la Popolare di Vicenza risultava avere erogato crediti per 20,8 miliardi e Veneto Banca per 14,2 miliardi, 5 anni dopo erano rispettivamente a 30,7 e 26,9 miliardi, segnando rialzi del 48% la prima e dell’89% la seconda. E si consideri che Veneto Banca tra il solo 2006 e il 2007 aveva incrementato i prestiti ai clienti di ben il 66%.

Che le due banche venete non fossero in possesso di alcuna formula magica per prestare denaro sicuro in tempi di crisi lo dimostrarono subito le sofferenze iscritte a bilancio, le quali al netto delle svalutazioni esplosero da 300 milioni a 1,27 miliardi per la Popolare di Vicenza e da 258 milioni a 1,2 miliardi per Veneto Banca. Per quest’ultima, il loro ammontare indiceva per il 65% del patrimonio netto a fine 2015.

Storia di pessima gestione

Dunque, la storia delle banche che stiamo salvando con denari pubblici, oltre ad essere forse parzialmente criminale, come rivelerebbero le indagini della magistratura sulla vecchia gestione degli istituti, è stata caratterizzata certamente da una pratica disastrosa, rispetto alla quale gli organi di controllo, ovvero la Banca d’Italia e la BCE in primis (quest’ultima per l’ultimo triennio), hanno non visto cosa accadesse o finto di non vedere.

Anche a causa della carenza di controlli, i risparmiatori hanno continuato a depositare il loro denaro presso le due banche venete, nonché a prestare loro denaro in forma di obbligazioni, alcune delle quali subordinate, vale a dire della tipologia più a rischio. I titoli del debito di Veneto Banca dal 2007 risultano triplicati a 12 miliardi, tanto per fare un esempio.

Sconfessato il bail-in: chi sbaglia non paga

Il salvataggio a carico dei contribuenti, aldilà del disgusto che possa legittimamente provocare, risulterà fatale anche per le pratiche di buona gestione delle banche italiane, perché contraddice il principio-cardine alla base del “bail-in”, secondo il quale le perdite degli istituti in difficoltà vanno colmate, anzitutto, dagli investitori privati che ci hanno avuto a che fare (nell’ordine: azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti senior, correntisti sopra i 100.000 euro), prima di gravare eventualmente sui conti pubblici.

Il governo italiano sta segnalando ai risparmiatori più prudenti di essere stati in buona sostanza dei fessi. Vi siete accontentati di conti correnti a tasso zero o di obbligazioni a rendimenti bassi, avendo puntato su banche sane? Stupidi, potevate benissimo portare il vostro denaro a Siena o in Veneto, perché in caso di difficoltà paga Pantalone. (Leggi anche: Crisi banche, tutti gli errori del tragico Padoan)

L’azzardo morale a cui spinge il salvataggio pubblico

Il mercato finanziario si fonda sullo stretto rapporto tra rendimenti e rischio. Un investimento ad alto rischio rende necessariamente di più, altrimenti nessuno vi punterebbe; uno pressappoco sicuro rende pochissimo, essendo ambito. Ma è corretto che chi investa in titoli ad elevato rischio, percependo rendimenti superiori alla media del mercato, si veda salvato l’investimento, in tutto o in parte, nel momento in cui tale rischio si materializzi? Il salvataggio delle due venete potrebbe costituire un pericoloso precedente, in base al quale chiunque da oggi in avanti si sentirebbe legittimato a investire su assets bancari rischiosi, nonché a portare i propri risparmi presso la banca che offrisse il tasso più alto, indipendentemente dal grado di rischio che vi sia dietro, perché potrebbe sempre confidare in un intervento dello stato a copertura dei suoi denari.

D’altra parte, non si capirebbe con quali motivazioni in futuro si negherebbe a un risparmiatore o un obbligazionista un pari trattamento rispetto a quello di cui hanno goduto risparmiatori e obbligazionisti senior delle due banche venete salvate con quattrini pubblici. Se ciò è vero, allora diciamoci pure che guardare alla solidità patrimoniale, prima di entrare in banca è da fessi; che astenersi dall’investire in obbligazioni bancarie a rischio per aggirare i rendimenti nulli dei conti correnti rappresenta un’occasione sprecata; che accontentarsi di poco, ma restando nel relativamente sicuro, è roba destituita di ogni fondamento logico.

La lezione del salvataggio delle banche venete è pessima anche per i banchieri, i quali hanno adesso la certezza che non pagheranno mai per le loro nefandezze, che potranno sempre godere di una ben orchestrata campagna di stampa, per cui al minimo cenno di pericolo, i loro istituti verranno salvati con i soldi delle tasse dei contribuenti. Discriminare tra cliente buono e cliente cattivo è inutile. Accantonare capitale a copertura del rischio credito, ma deprimendo i risultati societari, è da imbecilli. Alla fine arriva sempre Babbo, che paga per tutti. E senza nemmeno che dica: “non farlo più!”. (Leggi anche: Crisi banche e governo, rapporto malato)

 

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia

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