Banche venete, salvataggio a carico dei contribuenti e quel mistero del governo sui fondi stranieri

Il salvataggio delle due banche venete è un gigantesco scandalo finanziario. Lo stato paga Intesa-Sanpaolo per farle comprare a costo zero due istituti falliti. Rifiutate offerte private. E con Bruxelles siamo pure in debito da oggi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il salvataggio delle due banche venete è un gigantesco scandalo finanziario. Lo stato paga Intesa-Sanpaolo per farle comprare a costo zero due istituti falliti. Rifiutate offerte private. E con Bruxelles siamo pure in debito da oggi.

Banche venete salvate, o meglio liquidate in via “ordinata”. Dopo un turbolento fine settimana, iniziato il venerdì sera con una nota della Commissione europea, la quale prendeva atto della necessità di mettere in liquidazione la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, a seguito dell’incapacità dimostrata di reperire capitali sul mercato a copertura dell’ammanco, il Consiglio dei ministri ha approvato ieri la loro cessione a Intesa-Sanpaolo al prezzo simbolico di 1 euro, stabilendone anche le condizioni. Lo stato italiano ci metterà qualcosa come 5,2 miliardi di euro, di cui 4,875 miliardi in favore proprio dell’istituto guidato da Carlo Messina (3 miliardi cash), affinché l’acquisizione delle due venete non impatti i suoi ratios patrimoniali, ovvero che Ca’ de Sass mantenga un Cet 1 “phased in” al 12,5%. Altri 400 milioni saranno sborsati per coprire i rischi legati alla due diligence, che sarà condotta da Intesa. Non è finita, perché lo stato è disposto a impiegare fino ad ulteriori 12 miliardi in forma di garanzie varie.

Siamo alla follia, allo stravolgimento di qualsiasi logica di mercato. Intesa-Sanpaolo ha già rilevato gratis le due banche venete e solo per le attività-passività al di fuori dei crediti deteriorati e delle obbligazioni subordinate, appioppati a una “bad bank” che presto verrà istituita a partecipazione pubblica e che dovrebbe entrare in possesso di assets per una ventina di miliardi complessivamente tra sofferenze lorde (9 miliardi), inadempienze probabili (8 miliardi) e crediti scaduti (200 milioni) e obbligazioni subordinate per 1,2 miliardi. (Leggi anche: Banche venete, previsione shock: salvataggio ci costerà 708 euro a famiglia)

Perdite per lo stato, profitti per Intesa

I crediti deteriorati sono stati già svalutati in buona parte a 10 miliardi netti. Secondo le stime, essi verranno recuperati per 8-9 miliardi e in un lasso di tempo per 8-9 anni. In altre parole, oltre all’esborso di questi giorni, nel tempo il Tesoro subirà prevedibilmente ulteriori perdite per almeno qualche miliardo. Il decreto è stato giustificato dal governo Gentiloni per tutelare 50 miliardi di risparmi di 2 milioni di famiglie e le attività di 200.000 imprese finanziate.

A Intesa-Sanpaolo vengono ceduti crediti in bonis non ad alto rischio per 26,1 miliardi, attività finanziarie per 8,9 miliardi, attività fiscali per 1,9 miliardi, debiti verso la clientela per 25,8 miliardi, obbligazioni senior per 11,8 miliardi, raccolta indiretta per 23 miliardi (10 di risparmio gestito), 900 sportelli (60 all’estero), 9.960 dipendenti (880 all’estero). Lo stato fornirà un contributo in contanti di 1,3 miliardi per gli oneri che Intesa dovrà sostenere, in relazione alla chiusura di 600 sportelli e annessi 3.900 licenziamenti. L’istituto di Messina ha già stanziato 60 milioni a titolo di ristoro verso gli obbligazionisti subordinati, dopo che anche lo stato si è impegnato a coprire l’80% del valore dell’investimento per il canale retail. (Leggi anche: Bond subordinati, chi avrà diritto al rimborso)

Per la UE sono aiuti di stato

L’operatività della Popolare di Vicenza e Veneto Banca da stamattina riprende senza soluzione di continuità sotto la gestione di Ca’ de Sass. La Banca d’Italia ha nominato i commissari liquidatori nelle persone di Fabrizio Viola, Claudio Ferrario e Giustino di Cecco per la prima e Fabrizio Viola, Giuliana Scognamiglio e Alessandra Leproux per la seconda. In pratica, l’ex manager di MPS, fatto fuori dal governo Renzi nell’autunno scorso per fare posto a Marco Morelli, verrebbe così “risarcito” del brusco trattamento subito dal Tesoro pochi mesi fa senza un’apparente spiegazione logica.

A dircela tutta, non sono state applicate le nuove regole europee previste per i salvataggi bancari, tanto che ieri il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, ha parlato esplicitamente di “aiuti di stato per evitare turbolenze economiche nel Veneto”. Si è trattato di una decisione politica, ovvero frutto dell’intesa e lunga negoziazione tra Roma e Bruxelles sul modo di mettere in sicurezza le due banche, senza che il governo italiano ci perdesse la faccia e che sul sistema bancario nazionale si creassero scosse sismiche potenzialmente devastanti per l’economia reale. (Leggi anche: Banche venete, quale salvataggio? Intesa si prende gratis solo la parte buona)

Italia in debito, faremo i conti a settembre

La soluzione trovata, però, rappresenta un nuovo debito per l’Italia, che avendo ottenuto uno strappo alle regole, è adesso quasi automaticamente messa in mora. Si allontana senza alcun dubbio qualsiasi nuovo passo in avanti verso l’unione bancaria, dato che difficilmente la Germania avallerà la garanzia comune sui depositi, quando le banche italiane si mostrano persino incapaci di tamponare sul mercato il deficit di capitale, dovendo ricorrere ancora agli aiuti statali.

La partita sarà ancora più interessante sul piano dei conti pubblici, poiché dopo le elezioni federali del 24 settembre, il governo tedesco pretenderà che l’Italia vari una manovra quanto più rigorosa possibile per il 2018. La flessibilità goduta per salvare le sue banche sarà attinta da quella che Roma vorrebbe fosse impiegata anche per la prossima legge di Stabilità, che temporalmente verrebbe poco prima delle elezioni politiche. (Leggi anche: Troika sempre più vicina, scenario greco per l’Italia dopo le elezioni)

Meglio una nazionalizzazione?

Il salvataggio delle due banche venete è forse la messinscena più tragicomica di un paese, che da anni non è stato in grado di affrontare il problema della debolezza del suo sistema del credito e che alla fine inizia a risolverlo nel peggiore dei modi, ovvero sborsando denari pubblici e senza che nemmeno lo stato entri nel capitale degli istituti salvati, ad eccezione di MPS. A questo punto, meglio sarebbe stata una nazionalizzazione vera e propria, che in un’ottica di cessione successiva e nel minore tempo possibile, avrebbe quanto meno consentito al Tesoro di assicurarsi che i contribuenti tornassero in futuro in possesso dei soldi impiegati per i salvataggi. Così, siamo alle regalie pure, a uno stato che paga una banca per avere già rilevato gratis due istituti falliti e, peraltro, travolti non da una crisi di sistema, bensì da operazioni spesso illecite e su cui i magistrati da tempo stanno facendo luce.

Che siamo dinnanzi a uno dei più grandi scandali finanziari dall’Unità d’Italia lo dimostrerebbe anche un comunicato dell’agenzia Reuters di venerdì scorso, secondo cui a inizio mese il governo italiano avrebbe ricevuto offerte da parte di 4 fondi stranieri per complessivi 1,6 miliardi, di cui 1,3 miliardi in obbligazioni di nuova emissione e 300 milioni in capitale. Trattasi di Sound Point Capital, Cerberus, Attestor e Varde. Deutsche Bank aveva funto da advisor, seguendo prassi già andate in porto con la Commissione europea.

Stando alle indiscrezioni, l’offerta prevedeva che lo stato italiano, con 3,1 miliardi iniettati nel capitale delle due banche venete, ne avrebbe rilevato il 15%, anche se i 4 fondi avrebbero voluto detenere la governance. Incredibilmente, nonostante gli stessi si fossero mostrati intenti ad aumentare le risorse impiegate a titolo di capitale, come richiesto da Roma, il Tesoro non si sarebbe più fatto sentire, optando per la soluzione più dispendiosa per i contribuenti e la meno logica. Infatti, qui siamo a uno stato che paga senza avere nulla in cambio, che stanzia risorse in favore di una banca solida (Intesa), affinché il suo patrimonio resti solido, quando con molto meno avrebbe potuto strappare condizioni migliori per sé, ovvero per tutti noi italiani. Speriamo che dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, arrivi una giustificazione almeno potenzialmente accettabile della vicenda, che assume oggi come oggi i contorni di una sonora pernacchia ai contribuenti. (Leggi anche: Nazionalizzazione banche, parola a Paolo Cardenà)

 

 

 

 

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia