Banche USA, con elezioni ritorno al passato: e in Italia?

Banche USA sotto accusa per la crisi finanziaria del 2008. E sia Donald Trump che Hillary Clinton vogliono tornare al passato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Banche USA sotto accusa per la crisi finanziaria del 2008. E sia Donald Trump che Hillary Clinton vogliono tornare al passato.

Si avvicinano le elezioni presidenziali negli USA a novembre, quando gli americani saranno chiamati a scegliere il nuovo uomo più potente della Terra: Donald Trump o Hillary Clinton. Le differenze caratteriali, politiche e antropologiche tra i due personaggi sono notevoli, forse come mai nella recente storia degli States, ma c’è un punto che mette d’accordo i programmi di repubblicani e democratici: le banche.

Al centro della crisi finanziaria del 2008-’09, con il tracollo del mercato dei mutui subprime, l’opinione pubblica americana, ma non solo, ritiene che le grandi banche siano le responsabili dei misfatti più gravi ai danni di risparmiatori, lavoratori e investitori.

Banche USA sotto accusa

A torto o a ragione, è diventata un’opinione piuttosto diffusa che bisognerebbe porre un freno alla loro operatività, visto che dei loro guai sono stati chiamati a pagare in questi anni i contribuenti di mezzo mondo, partendo proprio dagli USA, che tra il settembre e l’ottobre del 2008 dovette varare in fretta e furia un piano di salvataggio pubblico (TARP) da 700 miliardi di dollari, dopo il crac di Lehman Brothers, approntato dall’allora segretario al Tesoro, Henry Paulson, che sarebbe stato alla base della sconfitta dei repubblicani contro Barack Obama il mese successivo.

I programmi di entrambi gli schieramenti prevedono, infatti, il ripristino del Glass-Steagall Act del 1933, voluto dall’allora presidente Franklin Delano Roosevelt, appena eletto. La legge, nata anch’essa come reazione alla crisi finanziaria ed economica del 1929, che aveva provocato la tristemente nota Grande Depressione, obbligò le banche americane a scegliere entro un anno se operare esclusivamente come istituto commerciale o d’investimento.

 

 

 

Dal ’33 al ’99

Scegliendo la prima tipologia, avrebbero potuto raccogliere risparmio tra la clientela per prestarlo a imprese e famiglie, ma non avrebbero potuto investire, se non nel limite del 10% del reddito complessivo, sul mercato obbligazionario. Eccezioni furono previste, però, per i Treasuries. Viceversa, le banche d’investimento avrebbero potuto investire sui mercati, ma senza raccogliere risparmi tra i clienti.

Questa legge fu abrogata solo nel 1999 dall’allora presidente Bill Clinton, paradossalmente il marito dell’attuale candidata Hillary, quando al Tesoro vi era Larry Summers. Qual è stato l’effetto dell’abrogazione del Glass-Steagall Act? Di certo, la creazione di banche sempre più grandi e senza limiti operativi. Attenzione, che ciò sia stata una fonte di crisi è molto dubbio, visto che si potrebbe ricondurre alla cattiva gestione della politica monetaria della Federal Reserve sotto Alan Greenspan la causa di quella tempesta finanziaria scatenatasi dal 2007 in poi.

Legge bancaria italiana, storia simile agli USA

Sappiamo che l’America funge sempre da modello per il capitalismo mondiale, se tornasse sui suoi passi alla legislazione degli anni Trenta, cosa accadrebbe in Europa e, in particolare, nel nostro paese? Dovremmo sapere che l’Italia aveva introdotto nel 1936 sotto il fascismo una legislazione molto simile a quella americana, che separava le banche commerciali da quelle d’investimento. L’obiettivo da noi era di impedire che chi raccogliesse denaro a breve e medio termine lo prestasse a lungo termine, rischiando negli anni una crisi di liquidità, alla base di sconquassi nel settore del credito sin dalla fine dell’Ottocento.

Tale legislazione fu superata dalla riforma Amato del 1992, in modo da adeguarsi all’Atto Unico Europeo del 1986. L’effetto di questo passaggio è stato anche in Italia la creazione di gruppi bancari più grandi, pur restando le loro dimensioni mediamente inferiori a quelle dei grandi istituti del Centro-Nord Europa.

 

 

 

Tornare al passato conviene?

Sarebbe possibile nel nostro paese tornare alla legge bancaria del ’36? Possibile, senz’altro; auspicabile, no. La separazione tra banche commerciali e banche d’investimento ci farebbe ripiombare nel nanismo degli anni passati, dal quale non siamo nemmeno usciti completamente, come dimostrano i tentativi di riforma del governo Renzi sulle banche popolari e su quelle di credito cooperativo.

C’è un altro aspetto da considerare. Potrebbero anche le banche commerciali investire in titoli di stato? E quelli già in pancia che fine farebbero, se una banca optasse, su richiesta delle nuove norme, per indossare solo i panni dell’istituto di tipo commerciale?

Il rischio di un ritorno al passato sarebbe duplice: bassi prestiti all’economia reale da parte di piccoli istituti probabilmente sotto-capitalizzati e banche d’investimento dalle dimensioni maggiori, ma scarsamente radicate sul territorio, con un legame debole con la clientela retail e potenzialmente colme di titoli di stato di cui sbarazzarsi in parte entro poco tempo. Non sarebbe un bell’affare per la nostra economia, anche se non sentiremmo più parlare probabilmente di “too big to fail”. Una volta tanto, non lasciamoci tentare dalle nostalgie altrui.

 

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia, Economia USA