Banche USA: 2.000 miliardi in arrivo con la riforma di Trump

La deregulation di Donald Trump potrebbe aumentare di 2.000 miliardi di dollari la liquidità per le grandi banche americane, ma dove andrà questo fiume di denaro?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La deregulation di Donald Trump potrebbe aumentare di 2.000 miliardi di dollari la liquidità per le grandi banche americane, ma dove andrà questo fiume di denaro?

Il Tesoro americano ha comunicato nei giorni scorsi di avere abbozzato la prima parte della riforma della Dodd-Frank Act, tesa ad allentare i vincoli sulle banche USA. In particolare, l’amministrazione guidata da Donald Trump punta ad eliminare la cosiddetta “Volcker rule”, quella approvata dal Congresso nel 2010 e che impone alle banche con assets per almeno 10 miliardi di dollari di agire nell’interesse dei clienti e non di quello proprio. La misura punta a tutt’oggi ad evitare investimenti troppo rischiosi, che metterebbero a rischio il capitale della clientela. Secondo le stime di Bank of America, la riforma sbloccherebbe per le prime cinque grandi banche liquidità per 2.000 miliardi, che andrebbe in favore di nuovi prestiti all’economia reale, ovvero famiglie e imprese.

Secondo i dati della New York Federal Reserve, i debiti delle famiglie americane sarebbero già saliti ai massimi di sempre (13.000 miliardi di dollari), superando persino l’apice toccato nel 2008, poco prima dello scoppio della crisi finanziaria. Non pare che dall’economia a stelle e strisce arrivino richieste di maggiori prestiti, per cui non è detto che la nuova liquidità disponibile, dopo e quando la cancellazione della Dodd-Frank dovesse esservi, andrebbe a finire nelle tasche delle famiglie e degli imprenditori, almeno non in forma di nuovi prestiti. (Leggi anche: Deregulation finanziaria, così Trump libera miliardi per le grandi banche USA)

Dove andrà a finire il nuovo fiume di denaro?

Se così non fosse, che fine farebbero i 2.000 miliardi di cash aggiuntivo, pari a oltre il 10% del pil americano? L’allentamento dei requisiti sui capitali renderebbe possibile la distribuzione di maggiori dividendi per gli azionisti, così come la crescita del “buyback” azionario. In ogni caso, si tratterebbe di maggiore liquidità nelle mani degli attuali azionisti, che in un qualche modo rientrerebbe nel circuito economico, in forma di maggiori consumi o investimenti in altre società.

Sarà per questo che dal martedì 6 giugno a ieri, l’indice delle banche americane risultava salito del 6,5%, mentre Wall Street nelle stesse sedute è rimasta stabile. E dalla vittoria (inattesa) di Trump ad oggi, il comparto bancario USA è salito di quasi il 25%, segno di attese favorevoli dalla nuova amministrazione, in termini di regole finanziarie meno stringenti (“deregulation”).

Chiaramente, le banche potrebbero decidere di continuare ad accantonare almeno parte del capitale che dovesse essere sbloccato nei prossimi mesi, in modo da tutelarsi contro possibili contraccolpi, come l’aumento dei crediti deteriorati. Questi si attestano attualmente a poco meno del 2% dei prestiti totali, di gran lunga inferiori al 7,4% toccato nel primo trimestre del 2010 e persino ai livelli del 2007. Peraltro, il dato positivo è che nel primo trimestre di quest’anno sono calati in termini percentuali per la prima volta da 10 anni sotto il 2%. Comunque sia, le banche americane starebbero – Congresso permettendo – per essere inondate di liquidità, un fatto positivo per la prima economia mondiale in piena stretta monetaria, che ridurrebbe la tendenza rialzista dei tassi, grazie alla maggiore offerta di denaro. (Leggi anche: Trump stia attento ai debiti delle famiglie americane)

 

 

 

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Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump