Crisi banche, come i tassi negativi la causano e ne amplificano le conseguenze

Gli effetti perversi dei tassi negativi sulle banche europee sono stati sottovalutati dalla BCE. E si sono poste le basi per una potente crisi finanziaria nell'Eurozona.

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Gli effetti perversi dei tassi negativi sulle banche europee sono stati sottovalutati dalla BCE. E si sono poste le basi per una potente crisi finanziaria nell'Eurozona.

La crisi delle banche europee e, in particolare, italiane è il tema dominante sui mercati finanziari globali. I risultati degli stress-test, pubblicati la sera del 29 luglio scorso, anziché diradare i dubbi sulla loro solidità patrimoniale, ha accresciuto i timori degli investitori. Per quanto i 51 istituti monitorati dalla BCE abbiano mostrato una potenziale maggiore resilienza agli shock negativi, è emerso che quelli di maggiori dimensioni sono oggi, invece, meno forti di due anni fa e che nel loro complesso, l’Italia sarebbe la meno solida tra le grandi economie.

Le nostre banche sono risultate le meno capitalizzate nel caso di uno scenario avverso delle concorrenti francesi, tedesche e spagnole, al pari di quelli irlandesi e austriache. MPS ha esitato un Cet 1 al -2,4% in uno scenario negativo, ovvero rischierebbe un’insolvenza. Unicredit è stata la seconda peggiore tra le 5 italiane esaminate e una delle più deboli tra le grandi in Europa.

Tassi negativi, l’effetto perverso sulle banche

C’è un fattore di rischio, però, che la BCE non ha voluto prendere in considerazione, nonostante sia evidente la sua incidenza avversa sui bilanci bancari: i tassi negativi. I funzionari dell’Eba, l’authority bancaria europea competente per gli stress-test, ha chiuso gli occhi dinnanzi all’esistenza di una massa di 3.000 miliardi di euro di titoli di stato e corporate bond con rendimenti negativi nell’Eurozona, conseguenza dei potenti stimoli monetari della BCE di quest’ultimo anno e mezzo e, in particolare, dell’adozione dei tassi negativi sui depositi delle banche presso i suoi sportelli.

I tassi negativi riducono i margini degli istituti, perché da un lato questi si trovano a dovere “pagare” la BCE per parcheggiare la loro liquidità in eccesso presso di essa, dall’altro non possono scaricare per intero tale costo sulla clientela, che altrimenti sposterebbe altrove i loro risparmi.

 

 

 

Prestiti facili?

Margini più bassi sui tassi significa minore redditività, ciò di cui le banche europee non avrebbero proprio bisogno. Eppure, i tassi negativi sono stati adottati dalla BCE, in teoria, proprio per sostenere la ripartenza del mercato del credito e, quindi, dell’intera economia dell’area.

Le banche europee sarebbero oggi maggiormente incentivate a prestare denaro, anziché pagare per ammassare liquidi a Francoforte, ma quello che non è stato adeguatamente valutato è l’effetto perverso che queste misure provocherebbero sul sistema creditizio.

Crisi finanziaria in vista?

Quando i tassi di mercato sono molto bassi, per non parlare di quando scendono sottozero, le banche hanno la possibilità di farsi prestare il denaro dai clienti o da altri istituti (oltre che dalla stessa BCE) a costi molto contenuti. Ma il denaro facile spinge sempre all’azzardo, alla speculazione, all’assunzione di rischi crescenti.

Non è stata questa per caso la causa della crisi finanziaria negli USA del 2007-’08, ovvero il denaro facile preso a prestito dalle grandi banche americane dal 2001 in poi, grazie a una politica monetaria della Federal Reserve molto accomodante? E non è forse vero che tale liquidità sia stato impiegato per fare prestiti anche a clienti, che in condizioni ordinarie sarebbero stati scartati, in quanto in possesso di scarse garanzie (mutui subprime)?

 

 

 

Questione di azzardo morale

Se quanto appena scritto è vero, allora la BCE avrebbe posto le basi di una nuova e potente crisi finanziaria nell’Eurozona, avendo incentivato le banche a comportamenti di azzardo morale. Ciò farebbe intravedere una loro esposizione a rischi maggiori sul fronte degli impieghi, ovvero alla potenziale crescita dei loro crediti deteriorati.

Vale anche per le banche italiane? Nel nostro paese, il rischio maggiore sarebbe un altro, cioè una bassa crescita economica, che non consentirebbe agli istituti di smaltire rapidamente quei 360 miliardi lordi di “Non performing loans”. Prese di mira dal mercato per l’alto livello di impieghi a rischio sul totale, semmai le banche italiane selezioneranno maggiormente la clientela, concentrando gli impieghi sulle imprese e le famiglie apparentemente più solide, ma perpetuando nel tempo gli effetti della recessione degli anni alle nostre spalle.

In altre parole, i tassi negativi spingeranno le banche europee a prestare denaro a clienti sempre meno sicuri e per questo oggetto di interessi più elevati, mentre quelle italiane dovranno reagire ai bassi margini e ai già elevati livelli di Npl con una maggiore finanziarizzazione dei loro bilanci (punteranno su titoli relativamente sicuri) e concentrando i prestiti sulle grandi imprese e sulle famiglie più benestanti, acuendo le disparità sociali e il “credit crunch” per le pmi.

 

 

 

 

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