Crisi banche e governo, rapporto malato che danneggia noi italiani

Banche italiane salvate con soldi pubblici e a loro volta tengono a galla i conti dello stato in questi anni di crisi. Un circolo vizioso, che fa perdere solo i contribuenti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Banche italiane salvate con soldi pubblici e a loro volta tengono a galla i conti dello stato in questi anni di crisi. Un circolo vizioso, che fa perdere solo i contribuenti.

La crisi delle banche italiane si trascina da anni e ha raggiunto il suo apice (si spera) nel fine settimana appena trascorso con la liquidazione “ordinata” della Popolare di Vicenza e Veneto Banca, cedute a Intesa-Sanpaolo per la cifra simbolica di 1 euro. L’istituto guidato da Carlo Messina riceverà dallo stato 5,2 miliardi per accollarsi le due banche venete, già rilevate gratis, onde evitare che i suoi ratios patrimoniali s’indeboliscano, rendendo necessaria una ricapitalizzazione per Ca’ de Sass. Il salvataggio delle banche italiane con denari dei contribuenti è solo la punta dell’iceberg, di quel rapporto incestuoso che si è stretto fortemente negli ultimi anni tra Tesoro e banchieri.

Nell’estate del 2007, prima che esplodesse la crisi finanziaria negli USA, subito propagatasi nel resto del pianeta, le banche italiane detenevano circa 190 miliardi di euro in titoli di stato tricolori. All’aprile scorso, risultavano in possesso di circa 395 miliardi tra BoT e BTp, per quanto tale importo non rappresenti nemmeno un record, toccato all’inizio dell’anno scorso a quota 424 miliardi. (Leggi anche: Debito pubblico italiano come ai tempi della lira, capitali stranieri crollati)

L’affanno delle banche italiane

Dunque, i nostri istituti posseggono oggi più del doppio del debito pubblico nazionale di dieci anni fa. Il boom delle loro esposizioni verso il Tesoro ha consentito all’Italia di rifinanziarsi e di emettere nuovo debito, facendone schizzare il rapporto con il pil dal 103% al 133%. Per le banche italiane, rifugiarsi nei BTp è stato un atto di pura convenienza, non certo di solidarietà nazionale. Grazie alla politica monetaria ultra-espansiva della BCE, con l’azzeramento dei tassi prima, le aste T-ltro dopo e da ultimo con il “quantitative easing”, hanno potuto acquistare titoli di stato a prezzi stracciati e rivenderli a quotazioni più elevate anche dopo pochi mesi o tenerli in portafoglio, confidando che reggano fino alla scadenza.

Ma le banche italiane sono tutt’altro che in splendida forma. In portafoglio hanno crediti deteriorati per 350 miliardi di euro, già in grossa parte svalutati, ma che ancora produrranno perdite, conseguenza della crisi dell’economia, che ha prodotto numerosi casi di inadempienza tra le imprese e le famiglie clienti. Per questo, i loro manager battono cassa da tempo al Tesoro, sperando di scaricare sul bilancio pubblico quelle perdite, che altrimenti temono travolgano gli istituti da loro guidati. (Leggi anche: Crisi banche italiane, voragine prestiti dubbi fino a 120 miliardi)

La partita di giro tra banche e stato

D’altra parte, lo stato non può permettersi che le banche restino in affanno, vuoi perché senza credito un’economia così “banco-centrica” come la nostra ripiomberebbe in recessione, se non in depressione, vuoi anche perché sono proprio le banche a tenere a galla i conti pubblici, acquistando titoli del debito e comprimendone i rendimenti.

Lo stanziamento di 20 miliardi del governo con il decreto di dicembre può a tutti gli effetti essere considerato una “partita di giro”, un circolo vizioso che lega i bilanci bancari a quelli dello stato e che vede quale unico perdente il contribuente. Il legame incestuoso appena esposto è la ragione fondamentale per cui la Germania si oppone al completamento dell’unione bancaria, ovvero alla garanzia comune sui depositi. I tedeschi eccepiscono che i bilanci delle nostre banche siano troppo esposti ai rischi sovrani, per cui temono di venire prima o poi chiamati a pagare per salvare uno o più istituti italiani, in conseguenza della crisi accusata dal nostro immenso debito. (Leggi anche: Banche italiane salvate con le tasse dei contribuenti, ma dopo le elezioni)

Le possibili nuove regole europee

Per questo, Berlino propone correttivi: tetto al monte-titoli detenuto a bilancio e in riferimento al debito di un paese e/o eliminazione del trattamento “risk free” dei titoli di stato, in modo che le banche europee siano costrette ad accantonare capitale a bilancio per l’acquisto di debito pubblico, al pari di un qualsiasi altro tipo di prestito. L’Italia si oppone a un irrigidimento della disciplina, ma sa anche che non potrà ottenere la garanzia comune sui depositi senza che le sue banche siano messe in riga.

Prima o poi, tali restrizioni inizieranno ad entrare in vigore e per i nostri BTp saranno guai. Il Tesoro dovrà fare i conti con una minore domanda di titoli e un aumento dei costi per la loro emissione, mentre le banche si disfaranno del nostro debito, subendo le limitazioni o le penalizzazioni della normativa europea. Non accadrà dall’alba al tramonto, perché la Germania per prima sa che se fosse eccessivamente puntigliosa sul tema, a saltare non sarebbe qualche banca italiana, bensì l’euro. Un fatto assodato, però, è che l’incesto non sarà più tollerato oltre le dimensioni abnormi a cui si è portato. E il Tesoro rimarrà con in pancia le perdite accusate dal sistema bancario e con il cerino in mano del rifinanziamento del debito, venendo meno il suo principale cliente. (Leggi anche: Banche italiane e BTp, grossi rischi con nuove regole UE)

 

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia

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