Banche, perché i salvataggi di Atlante saranno a carico dei contribuenti italiani

Banche italiane colpite in borsa ieri, nonostante il varo del fondo Atlante. Perché il mercato non si fida? E saranno realmente gli istituti a rimetterci nel salvataggio delle concorrenti più deboli?

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Banche italiane colpite in borsa ieri, nonostante il varo del fondo Atlante. Perché il mercato non si fida? E saranno realmente gli istituti a rimetterci nel salvataggio delle concorrenti più deboli?

La nascita di Atlante non è stata benedetta dal mercato, tutt’altro. Il fondo creato dal pool di banche, assicurazioni, fondazioni bancarie e Cdp non ha ricevuto dagli investitori il via libera previsto. Ieri quasi tutti i titoli bancari hanno chiuso in ribasso e alcuni in maniera piuttosto traumatica. Unicredit ha lasciato sul terreno il 5,15%, Intesa-Sanpaolo il 4,11%, Ubi Banca il 4,4%, Banco Popolare lo 0,75%, mentre MPS ha guadagnato l’1,16%, anche sulla notizia che Marshall Wallace ha ridotto lievemente il suo “short” sull’istituto senese. Non bisogna nascondersi dietro a un dito: il governo e gli operatori del settore si aspettavano una reazione diversa da parte dei traders. Dopo tutto, i 5-6 miliardi di cui Atlante sarà dotato (4 miliardi saranno raccolti entro il 28 aprile) serviranno a sostenere i prezzi delle sofferenze cedute sul mercato e le operazioni di ricapitalizzazione degli istituti più deboli. Ciò metterà, anzitutto, in sicurezza la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che nelle prossime settimane dovranno effettuare aumenti per complessivi 2,5 miliardi e che rischiano di restare scoperti, senza una garanzia adeguata. Ma la bocciatura a caldo di Atlante da parte degli azionisti non è insensata, anzi è perfettamente in linea con un loro comportamento razionale. Il progetto a cui hanno dato vita i partecipanti all’operazione prevede, infatti, che il fondo dovrà garantire gli aumenti delle banche italiane fragili, eventualmente acquistando tutto l’inoptato, anche al costo di arrivare a detenere la maggioranza del capitale azionario per un periodo massimo di 5-8 anni. Inoltre, acquisterà le sofferenze per il 30% delle risorse a disposizione a prezzi vicini a quelli a cui sono state iscritte nei bilanci bancari, ma che mediamente sarebbero intorno al doppio rispetto a quelli di mercato.      

Sofferenze bancarie verrebbero pagate il doppio

Facciamoci due conti: Atlante si doterà di un capitale fino a 6 miliardi di euro. Il 30% di questo sarà utilizzato per acquistare sofferenze, ovvero 1,8 miliardi. Questo denaro servirà a sostenere i prezzi dei crediti a rischio delle banche, ma con la conseguenza di “strapagarli”, rispetto a quanto oggi li valutino gli investitori privati. In media, dovremmo dedurre che maggiore costo sarebbe intorno ai 900 milioni. Per la parte riguardante le ricapitalizzazioni, il fondo si accollerà i titoli azionari di istituti con sofferenze così elevate, che superano il 200% con il cosiddetto “Texas ratio”, un indicatore di debolezza patrimoniale, per quanto abbastanza grezzo. Ora, immaginatevi cosa dovrebbero pensarne gli azionisti delle banche aderenti all’accordo, visto che i loro soldi sarebbero spesi per acquistare sofferenze al doppio di quanto il mercato le prezzi e azioni di banche considerate sulla via del fallimento. Gli aumenti di capitale, poi, non è nemmeno detto che le facciano uscire dalla crisi in borsa, come dimostra sopra ogni altra cosa il caso MPS, che dall’ultima ricapitalizzazione di una decina di mesi fa ha perso i due terzi del suo valore. Il mercato starebbe punendo le banche-azioniste di Atlante, perché hanno intuito che si stanno imbarcando in una classica operazione di sistema all’italiana, che si rivelerà alla fine in perdita. Avete presente i famosi “capitani coraggiosi” di Alitalia? Ecco, mutatis mutandis, stiamo parlando di questa roba.      

Salvataggio banche a carico del contribuente?

A questo punto, però, sarebbe lecito alzare la mano e chiedere perché mai una banca o una compagnia assicurativa privata dovrebbe fare una simile “beneficenza”. La spiegazione è duplice. Una ce la offre lo stesso progetto presentato da Atlante, che parla di rischio di “crisi di sistema”, di “fuga dei capitali”, di contraccolpi all’economia reale, qualora non vadano in porto le ricapitalizzazioni previste a breve. In altre parole, il “sistema” scenderebbe in campo per difendere sé stesso, non altri, allontanando lo spettro di una sfiducia sui mercati verso i titoli del settore finanziario italiano. Pur sapendo di “bruciare” qualche miliardo, questo sarebbe il costo che i diversi istituti sarebbero disposti a sostenere per evitare evidentemente uno scenario atteso pure peggio. Spiegazione solo in parte convincente. Fatto salvo quanto detto, è molto probabile che il ruolo del governo in questa operazione non sia stato solamente di offrire agli investitori istituzionali i locali per gli incontri nei giorni passati, bensì di “agevolare” il salvataggio, che formalmente sarà privato, ma che alla fine ricadrebbe sulle spalle dei contribuenti italiani. Come? Facciamo solo un passo indietro. Atlante non nasce l’altro ieri, ma è frutto di settimane di incontri riservati tra gli ad delle principali banche italiane, iniziati in quel famoso gennaio di tre mesi fa, quando i titoli del comparto venivano bombardati in borsa e il governo era riuscito a strappare a Bruxelles un accordo solo di facciata, ma che in virtù del divieto di erogare aiuti di stato, veniva svuotato dalla Commissione europea di ogni efficacia.      

Operazione di stato mascherata

A quel punto, Viale XX Settembre avrà iniziato a concertare con gli attori del settore un marchingegno, che formalmente aggirerebbe l’ostacolo europeo, ma nei fatti vedrebbe dietro all’operazione di salvataggio sempre lo stato; non in prima battuta, ma attraverso misure collaterali. Quali queste siano lo vedremo solo nei prossimi mesi. Per adesso, le potremmo solo ipotizzare: incentivi fiscali, regole più generose per gli ammortamenti, giro di vite sul contante, in modo da fare transitare dai conti correnti più denaro? Le minori tasse a carico delle banche, ceteris paribus, saranno sostenuti con sacrifici pubblici. E alla fine, il vero salvatore delle banche a sua insaputa siamo tutti noi.

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