Banche, Mediaset, Telecom e l’intreccio politica-affari: si torna alla Prima Repubblica

Con il salvataggio delle banche italiane, l'affaire Mediaset e il caso Telecom, si riapre ufficialmente la Prima Repubblica, basata su un perfetto scambio tra interessi privati e affari pubblici.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Con il salvataggio delle banche italiane, l'affaire Mediaset e il caso Telecom, si riapre ufficialmente la Prima Repubblica, basata su un perfetto scambio tra interessi privati e affari pubblici.

Con il decreto “salva risparmio” di stanotte, che si spera abbia maggiore successo di quello del novembre 2015, sciaguratamente chiamato dallo stesso governo “salva banche”, MPS diventa di fatto una banca pubblica, essendo stata nazionalizzata, sebbene non sia ancora possibile conoscere quale percentuale deterrà il Tesoro nel capitale della banca senese. Per quanto frutto dell’urgenza, della necessità di salvaguardare i piccoli investitori e di impedire una corsa agli sportelli, che teoricamente potrebbe scatenarsi con il crac di un istituto, la nazionalizzazione di una banca italiana ci riporta ai tempi della Prima Repubblica, quando il sistema del credito era retto sostanzialmente dallo stato. (Leggi anche: Crisi banche italiane, intervento statale sarà pure insufficiente)

Ma che stiamo tornando indietro di decenni, anziché andare avanti sul piano politico, lo dimostrano altri accadimenti di queste settimane. Mediaset, la principale società della famiglia Berlusconi, è stata scalata dai francesi di Vivendi, arrivando a ridosso del 30% del capitale, la soglia oltre la quale scatterebbe l’obbligo di lanciare un’offerta pubblica di acquisto delle azioni rimanenti.

L’assalto di Vivendi a Mediaset

Il controllo proprietario di Fininvest, al 39,775% del capitale con diritto di voto in assemblea, è minacciato, anche se al momento sembra improbabile che il finanziere bretone Vincent Bolloré riesca a scalzare la famiglia dell’ex premier dalla guida. (Leggi anche: Berlusconi perderà il controllo dell’impero di famiglia?)

In queste ore si sta spargendo un’altra voce, ovvero che sempre Vivendi intenderebbe cedere il suo 24,5% in Telecom Italia ai connazionali di Orange, il colosso delle telecomunicazioni transalpino. Per questo, si starebbe muovendo la Cassa depositi e prestiti (Cdp), controllata dal Tesoro al 40%, nel tentativo di sventare una simile operazione.

 

 

 

 

Tesoro pronto a intervenire su Telecom

Secondo le indiscrezioni, la Cdp investirebbe 2,5 miliardi in Telecom, quasi pareggiando la quota di Vivendi e finendo per impedire il passaggio in favore di Orange. Il tutto, finalizzato ad evitare che un unico investitore, per giunta straniero, s’impossessi di due terzi dei centri di trasmissione in Italia, i cosiddetti Multiplex, di cui 5 sono detenuti da Rai, 5 da Mediaset e 5 da Telecom.

Se Vivendi controllasse sia Mediaset che Telecom, si arriverebbe a un’eccessiva concentrazione di quote del mercato delle telecomunicazioni nelle mani di un unico soggetto. Una posizione dominante inaccettabile, tanto che da tempo il Tesoro studia anche uno spin-off della rete per la compagnia, in modo che i francesi si ritrovino semmai a controllare l’erogazione di un servizio di telefonia da parte di una utility, non un asset infrastrutturale strategico nazionale.

L’intreccio privato-pubblico

Con l’eventuale intervento della Cdp in Telecom, il governo spingerebbe Vivendi a trattare ad armi pari con Mediaset per il controllo della società. Opinabile o meno che sia questo interventismo statale, che in molti potranno ritenere anche meritorio, difendendo assets italiani, il ritorno ai tempi più bui della Prima Repubblica sarebbe assicurato dall’intreccio tra affari e politica.

Il proprietario di Mediaset, come tutti sappiamo, è l’ex premier Silvio Berlusconi, oggi a capo di un partito residuale di opposizione, Forza Italia, i cui numeri restano potenzialmente sufficienti per garantire la sopravvivenza dell’esecutivo. Guarda caso, proprio nei giorni in cui il Biscione subisce gli attacchi di Bolloré, lo stesso Berlusconi apre al governo Gentiloni, assicurandogli sostegno sulle misure ritenute adeguate alle necessità dell’Italia. (Leggi anche: Berlusconi ha le chiavi del voto)

 

 

 

Il salvataggio delle banche italiane come merce di scambio

Ecco, quindi, che l’altro ieri Forza Italia ha votato con il PD e NCD per salvare le banche con uno stanziamento di 20 miliardi, che andranno a sommarsi alla restante montagna di 2.220 miliardi di debito pubblico. Lo scambio di favori tra interessi privati e pubblici si avrà quasi certamente anche sul piano del sostegno al premier, forse fino alla fine della legislatura e con la riscrittura della legge elettorale.

Già si ipotizzano gli scenari post-voto, ovvero l’assenza di un reale vincitore alle prossime elezioni politiche e la nascita di un governo di coalizione tra PD, Forza Italia e centristi, che segnerebbe l’ufficializzazione più “alta” di quel pactum sceleris in corso in queste settimane, dove gli interessi personali (legittimi) di un leader politico finiscono per plasmare un nuovo corso politico, unitamente alla vacuità di un PD adatto a ogni stagione e capace di passare in un attimo dal riformismo liberale all’antagonismo della sinistra storica italiana. (Leggi anche: Baratto banche Mediaset, così Gentiloni arriva a fine legislatura)

Si ritorna al consociativismo anni Ottanta

Il nuovo corso, ovvero il ritorno alla tradizione spartitoria del potere e della gestione affaristica degli anni Ottanta, vedrà forse sempre più banche nazionalizzate e gestite da manager nominati dal Tesoro, i nuovi boiardi di stato, che non potendo reclamare né arte, né parte in un’economia di mercato, potranno almeno confidare nella fiducia dei partiti e dei leader, ai cui interessi risponderanno.

Mediaset resterà italiana, con sollievo di tanti ritrovati neo-nazionalisti, così come Telecom Italia potrebbe riuscire a cacciare lo straniero, finendo quest’ultima per essere governata anch’essa dallo stato, tramite la Cdp, come fino alla metà degli anni Novanta. Ecco, quindi, che torneranno finalmente ad avere un senso la vittoria elettorale e il sostegno a un governo, perché saranno entrambi precondizioni per sedersi al tavolo della futura pappatoia neo-statalista, in cui la difesa di interessi personali e la gestione di un clientelismo meno spicciolo di quello attuale la faranno da padroni.

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica

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