Banche, la stretta sui BTp metterebbe in ginocchio il credito in Italia

Ecco la proposta dei "saggi" tedeschi, che puntano a slegare i bilanci delle banche da quelli degli stati. Per i nostri istituti sarebbe un vero salasso.

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E’ passata inosservata una notizia risalente a quest’ultimo fine settimana, durante il quale il Comitato dei saggi economici del governo tedesco ha approvato con 4 voti a favore e uno contrario una proposta per cercare di spezzare il legame tra banche e titoli di stato. Non si tratta di un’idea nuova, perché se ne discute da circa un anno nei palazzi europei, specie dentro la BCE, su pressione della Bundesbank. Tuttavia, la svolta nella vicenda consisterebbe nel fatto che d’ora in avanti il ministro delle Finanze di Berlino, Wolfgang Schaeuble, oltre che (in modalità un po’ più soft) la cancelliera Angela Merkel potrebbero farsi carico a Bruxelles di farsi portavoce di una impostazione, i cui effetti sarebbero immediati per l’economia italiana, in particolare. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta. Con lo scoppio della crisi dei debiti sovrani nel 2010-2011, in diversi paesi europei è accaduto che i rendimenti dei titoli di stato sono esplosi. Vi ricordate il famoso spread BTp-Bund a 10 anni a 576 punti base del novembre 2011? E i BoT a 6 mesi emessi al 6,4%, sempre in quel mese?

Liquidità BCE spinge banche ad acquistare bond

Ebbene, la causa e la stessa conseguenza di questo panico sui mercati finanziari fu una fuga degli investitori stranieri da Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e successivamente da stati come Cipro. Per evitare una crisi di liquidità, che avrebbe messo in ginocchio queste economie e l’intera impalcatura su cui regge l’euro, la BCE dell’appena insediato governatore Mario Draghi s’inventò le aste Ltro (“Long term rifinancing operations”), attraverso le quali erogò nel dicembre di 5 anni fa e nel febbraio del 2012 oltre 1.000 miliardi di euro fino a 3 anni e al tasso dell’1% alle banche dell’Eurozona, di cui 255 furono richiesti e ottenuti dagli istituti italiani. In teoria, quell’enorme liquidità semi-gratuita doveva servire a sostenere il credito alle imprese e alle famiglie, ma le banche non mostrarono granché intenzione di esporsi verso un’economia reale in caduta libera (le sofferenze sui crediti stavano impennandosi), utilizzando tale denaro per acquistare titoli di stato, i cui prezzi erano crollati.      

Titoli di stato non più a rischio zero

Si trattava di impieghi sicuri, tranne nell’ipotesi assai improbabile di un default sovrano, oltre che redditizi. Infatti, bastò rivendere tali bond qualche mese o anno dopo per realizzare laute plusvalenze. Se le banche italiane alla fine del 2011 detenevano 200 miliardi tra BoT e BTp, nel novembre del 2015 ne possedevano per quasi 407 miliardi, più del doppio. L’Europa considera giustamente un’anomalia questo trend, perché i nostri istituti si starebbero riempiendo di titoli di stato, mentre non erogano sufficiente credito a famiglie e imprese. E ciò, nonostante i rendimenti sovrani dell’Italia, come nel resto dell’Eurozona, siano quasi nulli o persino negativi per le brevissime scadenze. Perché? La Germania ha la risposta: i titoli di stato sono valutati a rischio zero per i bilanci bancari, contrariamente a quanto accade per tutti gli altri impieghi. Ne consegue una distorsione sul mercato del credito a favore proprio dei bond governativi. Se al pari degli altri impieghi, spiega la Bundesbank, gli istituti fossero costretti ad accantonare capitale, ne acquisterebbero di meno. La proposta dei saggi tedeschi, ovvero degli esperti e consiglieri economici della cancelleria di Berlino, sarebbe questa: le banche dovrebbero accantonare a capitale un valore del 70% del portafoglio titoli di stato, quando questi superi il 25% del loro capitale. Ora, non sappiamo ancora se vi sia stato un problema di traduzione, perché in questa forma, si tratterebbe di una misura-shock, persino eccessiva come ipotesi. In sostanza, se una banca dovesse accantonare il 70% del valore dei titoli di stato acquistati, non ne deterrebbe nemmeno un euro. Sarebbe molto probabile che il 70% si riferisca alla quota eccedente il 25% del capitale citato.      

Conseguenze per principali banche italiane

In ogni caso, sarebbero dolori per le banche italiane. Intesa-Sanpaolo possiede 30 miliardi di titoli di stato tricolori, pari ai 2 terzi del suo patrimonio netto. Unicredit ne avrebbe per altri 50 miliardi, corrispondenti al 95% del suo patrimonio, mentre MPS ne ha per più di 30 miliardi, oltre 3 volte il suo patrimonio. E ancora: Ubi Banca ne ha 8 miliardi su 10 di patrimonio, Banco Popolare quasi 11 miliardi su un patrimonio di 8,5 miliardi. Limitandoci ai primi 5 gruppi bancari, se dovessero effettivamente accantonare il 70% della quota eccedente il 25% del capitale, otterremmo ad occhio e croce che dovrebbero essere reperiti quasi 80 miliardi, al solo fine di adempiere ai nuovi requisiti patrimoniali. Quasi certamente, nessuna banca sarebbe disposta a subire un tale impatto sui suoi bilanci, preferendo smobilitare il portafoglio titoli, ma rischiando di registrare una minusvalenza, perché l’effetto di una vendita in massa di BoT e BTp sarebbe un loro calo dei prezzi, ossia un innalzamento dei loro rendimento e degli spread.

Il doppio colpo della Germania

La proposta tedesca entrerebbe in vigore gradualmente, ma il mercato anticiperebbe lo scenario e colpirebbe proprio le banche italiane, ree di essere eccessivamente esposte verso lo stato. Quest’ultimo, peraltro, dovrebbe trovare il modo di attirare nuova domanda, per rimpiazzare quella venuta meno dei nostri istituti. Altro che dibattiti filosofici sulla flessibilità. Berlino otterrebbe in un solo colpo 2 piccioni con una fava: slegare i bilanci bancari da quelli pubblici, pre-condizione imprescindibile perché i tedeschi diano il loro assenso a una garanzia unica sui depositi; mettere in riga i governi sui conti pubblici, in quanto sarebbero costretti a una maggiore disciplina fiscale, non avendo più l’automatica certezza di vedere assorbite dal mercato le proprie emissioni di debito.        

Rischi per sistema Italia

Ma i rischi d’impatto di una simile svolta potrebbero essere dirompenti. Non lo nasconde proprio Peter Bofinger, l’unico saggio ad avere votato contro la proposta del comitato a cui appartiene, in quanto la considera un detonatore per l’euro. Essa, spiega, se applicata, farebbe venire meno il pilastro su cui si reggono le banche del Sud Europa, ovvero i titoli di stato a garanzia del loro patrimonio. Ora, stiamo certi che non sarà questa la proposta, che eventualmente riceverebbe l’ok della BCE e della Commissione europea. Possiamo confidare su una risoluzione più morbida, frutto anche di mediazioni, paure e prudenza. Ma sarebbe, in ogni caso, la fine di un’era per il nostro sistema bancario e per il Tesoro: quella dell’intreccio tra istituti e stato, del debito piazzato da quest’ultimo ai primi in una sorta di scambio di favori.

Titoli bancari potrebbero restare sotto stress

Il rischio maggiore è che dovremmo assistere a una nuova ondata di vendite dei nostri titoli bancari, quando ancora non si è spento l’incendio della delusione per l’accordo sulla cosiddetta “bad bank” tra Bruxelles e Roma, alla fine trasformatosi in un avallo a una garanzia pubblica quasi del tutto inutile sulla cessione delle sofferenze sul mercato. Il prossimo step riguarderà i titoli di stato, sui quali aleggia un’altra proposta della Germania, quella di consentire ai governi di emettere bond subordinati, similmente a quanto accade per le banche. Sarebbe il riconoscimento formale, giuridico della possibilità di un default “mascherato” (e anche male) a carico degli obbligazionisti e del fatto che i debiti dei paesi non siano uguali tra loro. Incentiverebbe una fuga dai BTp verso i più sicuri Bund, mentre i bilanci bancari soffrirebbero una seconda volta per le loro esposizioni verso il debito sovrano. Non sono le premesse ideali per ipotizzare una ripartenza del credito in Italia, che viceversa potrebbe subire una nuova battuta d’arresto, una contrazione, che cesserebbe quella timida ripresa degli ultimi mesi. Ogni euro di perdite in più a bilancio sarà un euro in meno prestato a famiglie e imprese.  

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