Banche, la garanzia sulle sofferenze non funziona ed è crisi in borsa

L'accordo sulle banche non riscontra fiducia sul mercato, che non crede al funzionamento del meccanismo della garanzia pubblica. I titoli bancari soffrono.

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L'accordo sulle banche non riscontra fiducia sul mercato, che non crede al funzionamento del meccanismo della garanzia pubblica. I titoli bancari soffrono.

L’accordo tra il governo Renzi e la Commissione europea sulla garanzia statale da concedere sulle sofferenze cedute dalle nostre banche sul mercato ha goduto della fiducia degli investitori nemmeno il tempo di leggere per intero l’intesa, perché man mano che dal Tesoro arrivavano i dettagli, lo scetticismo, la delusione e il disappunto prendevano il posto dell’ottimismo. E’ passata una settimana da quando a Bruxelles è stata messa la parola fine a una trattativa durata sin troppi mesi, ma il cui esito rischia di essere ininfluente per le sorti del nostro sistema bancario.

Mediobanca Securities, l’agenzia di rating di Piazzetta Cuccia, ieri ha accresciuto il già forte senso di sfiducia generale, quando ha segnalato in una nota che solo un terzo dei 201 miliardi di sofferenze bancarie potrebbe beneficiare della garanzia pubblica, che lo stato concederebbe a prezzi di mercato e crescenti negli anni.

Accordo banche non funziona

A conti fatti, l’accordo avrebbe efficacia su non oltre 65-70 miliardi di euro di crediti a rischio e non è certamente detto che tutte queste sofferenze, poi, effettivamente vengano cedute sul mercato. Oltre al costo in sé proibitivo per le banche meno solide e per i pacchetti obbligazionari, che cartolarizzano i prestiti più rischiosi, c’è da fare i conti anche con l’effetto “collo di bottiglia”. Se tutte le banche si precipitassero a vendere a terzi le loro sofferenze, la domanda sul mercato risulterebbe insufficiente ad assorbire l’offerta, provocando un crollo dei prezzi, esattamente l’opposto dell’obiettivo a cui mira la garanzia pubblica. E ipotizzare che il mercato italiano dei ti[tweet_box design=”box_09″ float=”none”][/tweet_box]toli Abs (“Assets-backed secu[tweet_box design=”box_09″ float=”none”][/tweet_box]rities) abbia la capacità di fronteggiare nuove emissioni per diverse decine di miliardi di euro sarebbe assurdo. L’intero mercato degli Abs vale nell’Eurozona meno di 900 miliardi di euro; è così poco sviluppato, che la BCE trova difficoltà ad effettuare gli acquisti sul mercato secondario, per ottemperare all’attuazione del “quantitative easing”.

Ciò ci spinge a ritenere che le banche italiane sarebbero in grado di cedere le sofferenze solo gradualmente, altrimenti dovrebbero prepararsi a iscrivere a bilancio perdite rilevanti, in quanto i prezzi di cessione sarebbero all’incirca quelli registrati dal Tesoro per i crediti a rischio delle 4 banche salvate alla fine del novembre scorso, ovvero al 17,6%.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Accordo sulle banche non funziona, mercato incapace di assorbire 200 mld di sofferenze   [/tweet_box]      

Smaltimento sofferenze richiede anni

D’altronde, chi ha sperato in una soluzione pubblica per smaltire in un solo colpo grossa parte delle sofferenze avrà peccato di entusiasmo. Non è ipotizzabile che, quale che sia lo strumento utilizzato, oltre 200 miliardi siano piazzati sul mercato in breve tempo e che i bilanci bancari possano, quindi, essere “ripuliti” o beneficiare, in ogni caso, della ritrovata chiarezza in un solo esercizio. Passeranno anni, prima di verificare una normalizzazione del livello dei crediti deteriorati nel nostro paese, ormai pari a un terzo di quelli esistenti nell’intera Eurozona.

Titoli bancari soffrono in borsa

A conferma di quanto dicevamo c’è l’andamento dei principali titoli bancari in borsa. I primi 5 del comparto hanno “bruciato” nella sola ultima settimana quasi 7,5 miliardi di euro, pari all’11% della loro capitalizzazione complessiva. Le perdite maggiori sono state subite ancora una volta dalla travagliata MPS, che ha ceduto il 23% o 380 milioni di euro. A seguire, Ubi Banca, indiziata di potere acquisire il controllo di Siena, che ha perso il 16,5%, pari a mezzo miliardo di capitalizzazione. Al terzo posto troviamo Unicredit, che con un -13,5% vale oggi 2,7 miliardi in meno di 7 giorni fa. Intesa ha contenuto le perdite al 9,3%, ma in valore assoluto è quella che ha perso di più: 3,6 miliardi. Infine, Banco Popolare ha registrato una flessione di poco oltre il 6%, corrispondente a 200 milioni. Certo, limitandoci ai 5 maggiori gruppi bancari ne dedurremmo che il comparto paghi più i ribassi accusati dall’andamento generale di Piazza Affari, che a sua volta risente delle tensioni sui mercati internazionali per i timori sulla crescita globale e il crollo delle quotazioni del greggio.

In effetti, l’Ftse Mib ha perso in una sola settimana quasi il 13,5%, più della media dei principali titoli bancari. Per contro, va detto che questi ultimi appaiono già abbastanza iper-venduti e mostrano un rapporto tra capitalizzazione in borsa e patrimonio inferiore alla media degli altri paesi e generalmente ben al di sotto dell’unità.     [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Le prime 5 banche hanno perso in borsa 7,5 mld dall’accordo a oggi, grande successo del governo   [/tweet_box]      

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