Banche, la crisi in borsa svela l’assenza di “avvoltoi” stranieri e il rischio “bail-in”

Atlante non genera fiducia per le nostre banche, che nonostante prezzino a livelli da saldi, non attirano investitori, specie stranieri. Il rischio "bail-in" diventa sempre meno improbabile.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Atlante non genera fiducia per le nostre banche, che nonostante prezzino a livelli da saldi, non attirano investitori, specie stranieri. Il rischio

E’ stata un’altra seduta di passione ieri per il comparto bancario a Piazza Affari, che ha ceduto mediamente il 3,7%, ma con punte doppie per titoli come MPS e Banco Popolare, non a caso rispecchiando gli istituti più deboli del nostro paese. Il segno meno accusato dall’inizio dell’anno è molto ampio: -33%. Le banche italiane hanno perso un terzo del loro valore di capitalizzazione quest’anno, quando già partivano non certo da livelli esaltanti. L’avvio di seduta di oggi non appare improntato all’ottimismo, nonostante l’Ftse Mib abbia aperto in lieve rialzo per quello che in gergo si definisce “rimbalzo tecnico”. Non sarà l’esito di una o di un paio di sedute a segnalare lo stato di salute delle nostre banche, perché quanto accaduto in questi ultimi mesi e la piega che ha preso il settore con il fallimento totale dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza deve iniziare ad allarmarci sul serio.

Fondo Atlante fallisce nel generare fiducia

Chi avrebbe mai immaginato, che su 1,5 miliardi richiesti, il mercato avrebbe concesso all’istituto vicentino appena 15 milioni, cioè l’1 per mille? Sì, perché se già il 7,7% di azioni prenotare in sede di aumento vi sembrano pochissimo, dovete sapere che, al netto degli investitori istituzionali, Mediobanca in testa, la clientela retail, quella che dovrebbe fare massa, ha cercato di acquistare appena un millesimo della cifra sul piatto. E tutto questo, nonostante da giorni si fosse generato un clima di apparente entusiasmo attorno alla nascita del fondo Atlante, che punta proprio a sobbarcarsi il peso delle banche italiane più deboli e di parte delle loro sofferenze. Invece, nel giro di poco più di una settimana, la “grande operazione di sistema”, benedetta dal governo Renzi e appoggiata dai vertici delle grandi banche e assicurazioni nazionali, ha rimediato due sonori ceffoni ed entrambi da parte del mercato: il primo ha riguardato proprio la raccolta dei capitali da parte di Atlante, che mirava a 6 miliardi, ma si è dovuto accontentare di 4,25 miliardi. Il secondo è proprio il fallimento totale, che più totale non si può, della ricapitalizzazione di BPVi. In pratica, gli investitori hanno ignorato completamente la garanzia apposta sull’aumento, a conferma che la tanto sbandierata fiducia verso il nostro sistema-Paese praticamente non esiste e prima ce ne facciamo una ragione, meglio è. [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Banche colpite e affondate in borsa, rischio bail-in sale[/tweet_box]      

Caso MPS (e non solo) allarma ora seriamente

Attenzione: il flop di Vicenza non è il primo, ma non sarà nemmeno l’ultimo. Pensate a MPS, che solamente nell’estate scorsa si ricapitalizzava per 5 miliardi e che oggi vale in borsa appena 1,8 miliardi, avendo “bruciato” da allora i due terzi del suo valore, prezzando mediamente in queste settimane meno di un quinto rispetto al suo patrimonio netto. In teoria, a tali prezzi dovrebbe esserci la “notte bianca” dinnanzi alla sede di Borsa Italiana per comprare con i saldi le azioni MPS. Voi non comprereste una casa all’asta, se viene offerta a un quinto o meno del suo valore commerciale? Risposta: no, se so che l’immobile è gravato da ipoteche per un valore quasi triplo rispetto a quest’ultimo e che magari è pure pericolante, a rischio di demolizione.

Sofferenze bancarie e titoli di stato sono zavorra

MPS è come una casa all’asta a prezzi stracciati, ma che non riesce ad attirare acquirenti, perché nessuno si fida che resterà in piedi. Nel migliore dei casi, ipotizzano che i lavori di manutenzione possano essere così costosi, da rendere l’investimento poco interessante. E, infatti, a fronte di un patrimonio netto contabile di 9,6 miliardi, l’istituto detiene sofferenze per quasi 25 miliardi e un importo simile di titoli di stato italiani con duration media intorno ai 9,5 anni. Cosa significa? Se anche Siena riuscisse a recuperare i due terzi dei crediti più a rischio, la perdita che dovrebbe iscrivere a bilancio equivarrebbe al suo patrimonio netto, che ne risulterebbe azzerato. E’ finita? No, perché si apre il delicatissimo capitolo dei bond governativi, che non riguarda certamente la sola MPS.        

Rendimenti bond già ai minimi

I nostri BTp oggi sono con ogni evidenza sopravvalutati per effetto degli acquisti realizzati con il “quantitative easing” della BCE, un fenomeno riguardante un po’ tutti i titoli di stato dell’Eurozona. Ciò si esprime in rendimenti infimi, che corrispondono a prezzi elevatissimi, nettamente al di sopra di qualsivoglia media storica. Ma quand’anche Mario Draghi continuasse a comprarsi tutti i bond che vuole, è difficile immaginare che i prezzi dei nostri titoli possano salire ancora, perché nessuno può credibilmente ipotizzare, ad esempio, che i rendimenti di un paese indebitato per il 133% del suo pil e con una crescita zero da prima della crisi possano scendere sotto zero. Di conseguenza, i rendimenti sono nel tempo destinati a crescere e i prezzi a scendere. Per le banche italiane sarebbe una iattura, perché chi, come MPS, detiene titoli mediamente a lunga durata, è costretto o a liberarsene gradualmente, ma accettando di riportare minusvalenze, ovvero perdite contabili, oppure dovrebbe attenderne la scadenza, ma esponendosi alle tempeste dei mercati, che nel frattempo prezzerebbero i contraccolpi della “svalutazione” dei bond sui bilanci bancari.

Rischio bail-in è sempre più concreto per qualche istituto

Mettetela come volete, ma tra sofferenze nette per oltre 83 miliardi e un malloppo di quasi 400 miliardi di titoli di stato, le nostre banche non sono appetibili nemmeno se vendute sotto costo. La paura, serpeggiata in questi mesi, che la loro crisi in borsa possa essere causa o conseguenza di mire speculative dall’estero è alquanto ridicola. Magari ci fosse qualche buon samaritano francese o tedesco ad accollarsi a sue spese il costo di quello che sarebbe nei fatti un salvataggio di istituti come MPS o Banco Popolare. Qui, il rischio è che dovremmo trasformarci in “strilloni” di borsa per cercare di attirare qualche imprudente investitore straniero, disposti a iniettare capitali in banche altrimenti destinate con ogni probabilità ad essere salvate dai suoi stessi “stakeholders”, ovvero dagli azionisti, gli obbligazionisti e, in ultima istanza, dai correntisti più fortunati. Stiamo parlando del “bail-in”, che ogni giorno che passa tra un fallimento e l’altro del governo e dei suoi paravento privati nel cercare di mettere in sicurezza i nostri istituti, sta diventando un’eventualità sempre più probabile.  

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia