Banche, la crisi arriva al cuore: i vertici di una grande stanno per saltare

La crisi delle banche inizia a colpire le grandi? I vertici di una "big" stanno per saltare, ma potrebbero non essere gli unici.

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La crisi delle banche inizia a colpire le grandi? I vertici di una

L’operazione di sistema, con la nascita del fondo Atlante, è stata ad oggi un flop, non in grado di generare quella fiducia necessaria per fare ripartire gli acquisti in borsa del titoli bancari e di riavvicinare gli investitori stranieri (quelli tanto vituperati fino a poco tempo fa) a Piazza Affari. Le banche hanno “bruciato” dall’inizio dell’anno quasi il 36% del loro valore di capitalizzazione, ma quello che maggiormente dovrebbe destare preoccupazione è che il bilancio resta negativo (-6%) dal giorno dell’annuncio della nascita di Atlante, il veicolo partecipato dai grandi istituti attovagliati al tavolo del capitalismo claudicante italiano, oltre che dalle assicurazioni e la Cdp, ovvero la mano longa dello stato. Il primo test – la ricapitalizzazione della Popolare di Vicenza – è fallito miseramente, non poteva essere previsto un esito peggiore. D’altronde, che un fondo da 4,25 miliardi riuscisse a sostenere la Volta Celeste della crisi bancaria del Belpaese non era credibile e nessuno l’ha bevuta.

Attenzione, però, a pensare che tutto stia rimanendo così com’è. La crisi di fiducia, che fino a poche settimane fa riguardava essenzialmente gli istituti minori e più deboli, come MPS, adesso sta contagiando le grandi banche.

Titolo Unicredit a picco da inizio anno

La “big” più colpita è senza dubbio Unicredit, che dall’inizio dell’anno ha perso il 44% del suo valore in borsa, nettamente al di sopra della media del comparto, mandando in fumo in appena 4 mesi e mezzo qualcosa come 13 miliardi di euro e scendendo adesso a una capitalizzazione di appena superiore ai 18 miliardi. Piazza Gae Aulenti è nell’occhio del ciclone per diverse ragioni. Per prima cosa, Atlante è stata un’operazione resasi necessaria per la scarsa lungimiranza proprio dei vertici dell’istituto, i quali avevano garantito l’aumento di capitale della Popolare di Vicenza da 1,5 miliardi. Man mano che ci si è avvicinati all’appuntamento, l’ad Federico Ghizzoni si è reso conto del flop in vista e ha iniziato ad agitarsi, segnalando un possibile ritiro dalla guida del consorzio.    

Rischi per banche maggiori

Per salvare capre e cavoli, il gotha finanziario italiano, coadiuvato dal governo, ha inscenato l’istituzione di un fondo per mettere in sicurezza le banche italiane più deboli, ma che alla fine sta servendo solamente per evitare che il contagio della crisi si trasmetta agli istituti più forti, partendo da Unicredit.

Le agenzie di rating hanno compreso il rischio e sia Fitch che Moody’s hanno avvertito che adesso è probabile che la debolezza delle minori si riduca a svantaggio della forza delle maggiori. Ieri, i soci di maggiore peso di Unicredit si sono incontrati per decidere un probabilissimo rinnovo anticipato del cda e per sostituire in corsa lo stesso Ghizzoni, che ha presenziato al meeting. Si pensa come nuove guida a Giuseppe Vita. L’umore degli azionisti è sotto la suola delle scarpe. Non è casuale che la riunione sia avvenuta ieri, perché il titolo Unicredit è arrivato a scendere in zona rossa, ovvero intorno a 2,80 euro, toccati i quali al ribasso potrebbero scattare nuovi forti ribassi.

Crisi banche, cda Unicredit sfiduciato

Gae Aulenti ha chiuso il primo trimestre con un utile netto di 406 milioni, ma dopo avere iscritto a bilancio nel 2015 una perdita di 1,441 miliardi. Nonostante ciò, attingendo alle riserve, l’istituto ha deciso ugualmente di staccare per l’esercizio passato uno “scrip dividend” di 12 centesimi per azione. Esso detiene crediti deteriorati lordi per 79 miliardi, netti per 38,1 miliardi, pari al 7,9% degli impieghi (482,3 miliardi). Le sofferenze nette ammontano a una ventina di miliardi (4,2%), ma ciò che vale la pena sottolineare è che i tassi di copertura sia dei crediti deteriorati che di quelli in sofferenza sono elevati, rispettivamente al 51,7% e al 61,2%, percentuali che lascerebbero presagire potenziali perdite ulteriori limitate. Non brillante appare, invece, il Common equity 1 ratio, pari al 10,85%. Positiva la dinamica dei depositi, che nel primo trimestre sono cresciuti di 6 miliardi, arrivando a 393,5 miliardi.      

Sofferenze Unicredit nella media

Unicredit non è una banca qualsiasi, definita “sistemica” dalle autorità europee, rappresentando un quarto dei prestiti erogati in tutta Italia. I suoi fondamentali non sarebbero così pessimi da autorizzare la sfiducia visibile in questi mesi contro di essa.

Guardando in faccia i numeri, infatti, non sembra che l’istituto meriti una bocciatura particolare, in quanto a fronte di un quarto degli impieghi totali in Italia da esso erogati, le sofferenze nette ammontano proprio a un quarto, così come i suoi crediti deteriorati. In altre parole, si colloca nella media del mercato. Ma evidentemente gli investitori ritengono che la mossa di Atlante, se da un lato ha allentato l’allarme sulla tenuta dei piccoli istituti, dall’altro ha reso evidente sia il timore di un collasso dell’intero sistema bancario nazionale, sia che gli eventuali salvataggi saranno caricati sulle spalle degli attori più grandi e solidi. Non è forse un caso che dalla nascita del fondo, seppur di poco, il bilancio di Unicredit e Intesa-Sanpaolo in borsa sia negativo.

Senza ripresa economica, crisi bancaria non finisce

Il dato di maggiore preoccupazione riguarda il trend non positivo delle ultime settimane delle azioni Unicredit, che in teoria avrebbero dovuto beneficiare proprio dello sgravio dell’onere di un salvataggio in solitaria di Vicenza. Perché? Due le possibili interpretazioni e non necessariamente alternative: il mercato è sfiduciato sull’economia italiana, che senza una solida ripresa non potrà mai garantire un assorbimento rapido delle sofferenze bancarie. Il nostro pil resta inferiore a quello del 2007 di quasi l’8%. Secondariamente, è il modo in cui viene affrontata la crisi bancaria a non piacere agli investitori. Per anni si è deciso di nascondere la polvere sotto il tappetto al grido di “siamo i più bravi”, mentre con il crac delle quattro banche nel novembre scorso (Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti) sono stati varati senza successo espedienti, tesi a sfuggire alle valutazioni del mercato e a cercare di scaricare prima le perdite sui contribuenti (ipotesi “bad bank”), dopo sulle banche maggiori. Una logica tutt’altro che piacevole per gli azionisti, in questo secondo caso, i quali giustamente adesso cercano di cacciare i manager pasticcioni, sedicenti guru della finanza, che alla prova dei fatti si sono dimostrati modesti e alla ricerca di aiuti di stato mascherati per coprire le loro mancanze.

             

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