Banche italiane, la giustizia lenta costa 7 miliardi per anno di ritardo

Le lungaggini giudiziarie sui fallimenti costa alle banche 7 miliardi per ogni anno di ritardo. La nuova legge fallimentare potrebbe venire in soccorso dei creditori.

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Le lungaggini giudiziarie sui fallimenti costa alle banche 7 miliardi per ogni anno di ritardo. La nuova legge fallimentare potrebbe venire in soccorso dei creditori.

I crediti deteriorati (“Non performing loans”) valevano per le banche italiane 337 miliardi di euro alla fine di giugno del 2015, secondo i dati in possesso della Commissione europea. Sappiamo che tale cifra è salita fin quasi a 360 miliardi al termine dello scorso anno e che le sofferenze lorde, vale a dire i prestiti più a rischio, hanno oltrepassato la soglia dei 200 miliardi, arrivando a 201 miliardi a novembre, ultimo dato disponibile, dopo che l’Abi ha deciso di non rendere più noto l’importo lordo, ma solamente quello al netto delle svalutazioni, che alla fine del 2015 si attestava a 89 miliardi.

I crediti deteriorati e, in particolare, le sofferenze bancarie sono prestiti, che gli istituti non riescono a farsi rimborsare nelle scadenze previste e che potrebbero trasformarsi, specie le seconde, in perdite effettive. La mancata riscossione, però, non è sempre e solo conseguenza dell’incapacità finanziaria del debitore di adempiere all’obbligazione, bensì pure di un insieme di leggi ormai obsolete e che insieme a una macchina giudiziaria molto lenta, impediscono alle banche di chiudere in tempi ragionevoli il contenzioso con il vecchio cliente.

Fallimenti troppo lunghi e costosi

Una procedura fallimentare in Italia dura mediamente 8 anni e 7 mesi, un lasso di tempo enorme, che arriva ad essere doppio rispetto allo stesso impiegato in un paese come la Germania. Si tratta di un dato assai grave, se si considera che le banche rappresentano il 50% circa della massa creditizia delle imprese sottoposte a una procedura di fallimento. E dire che di passi in avanti se ne sono fatti, se mediamente tra il 2000 e il 2007 un fallimento nel nostro paese durava 9 anni e mezzo. I ritardi sono un costo anche per gli altri creditori, stimato da Confartigianato in 2,3 miliardi all’anno, di cui 1,16 per la mancata riscossione del credito e 1,17 miliardi per i maggiori oneri finanziari legati, che sono obbligati a sostenere. Ciò amplificherebbe del 12,2% il costo del fallimento, che in sé è pari a 9,6 miliardi, ma che nel totale arriva a 10,8 miliardi, quasi lo 0,7% del pil.        

Un anno in meno farebbe risparmiare 7 miliardi

E se il dato medio di 8 anni e 7 mesi appare già abnorme, si consideri che in alcune regioni si arriva a tempi molto più critici, con punte di quasi 16 anni in Calabria e di oltre 15 in Sicilia.

Chi mai rischierà di fare impresa in questi territori, se dovrà attendere un’eternità per riscuotere un credito eventualmente maturato verso un soggetto fallito? Unicredit, in uno studio che contempla dati fino al 2012, mostra come solo un terzo delle aste per la vendita di immobili pignorati dalle banche in Italia si sia concluso negli ultimi anni con un’aggiudicazione. In sostanza, 2 aste su 3 vanno deserte. Al contempo, gli istituti hanno ridotto il numero dei pignoramenti, nonostante l’aumento dei mutui non onorati, riflettendo non una migliorata qualità del credito erogato, bensì la ricerca di vie alternative per la consapevolezza della difficoltà di riuscire a vendere gli immobili all’asta e per il deprezzamento dei valori accusati. Ridurre i tempi della giustizia avrebbe un effetto molto benefico sui bilanci bancari, perché smaltirebbe con maggiore velocità i crediti dubbi in pancia agli istituti. Equita ha stimato che un anno in meno di durata delle procedure fallimentari aumenterebbe di 2 punti percentuali il valore dei crediti deteriorati, portandoli da una media di mercato del 27% al 29%. E tagliandoli di 3 anni, potrebbero essere venduti al 35% del loro valore nominale, riducendo da 140 a 63 bp l’impatto sul Cet1 degli istituti, ovvero sugli attivi. Considerando che la copertura media di tali crediti sia del 46%, se si riducessero di 3 anni i tempi della giustizia italiana, le nostre banche potrebbero minimizzare il costo della vendita massiccia degli Npl sul mercato, riducendo le perdite a circa il 20% del loro valore nominale complessivo. Il dato di Equita dimostrerebbe anche che un anno in meno di durata di un fallimento si tradurrebbe in oltre 7 miliardi di minori crediti dubbi. Se il nostro paese si adeguasse alla media europea, i bilanci delle banche ne risentirebbero positivamente per circa 28 miliardi.
       

La nuova legge fallimentare offre spunti positivi

Sul piano normativo, va detto che alcuni passi sono stati compiuti o stanno per essere compiuti per velocizzare lo smaltimento delle sofferenze. Il primo è arrivato dal Consiglio dei ministri pochi giorni fa, quando è stata azzerata l’imposta di registro del 9% sul valore degli immobili ceduti all’asta su richiesta delle banche. Il risparmio complessivo è pari a 200 milioni di euro, ma il beneficio potrebbe essere ben più consistente, dato che gli istituti sarebbero adesso incentivate a ricorrere alle aste per monetizzare almeno in parte il credito imbrigliato. Ed è in dirittura di arrivo anche la legge fallimentare, che apporterà cambiamenti radicali a quella contenuta nel Codice Civile del 1942, a partire dal piano lessicale: il fallito sarà d’ora in avanti definito nei testi giuridici “insolventi”, in modo da far venire meno la stigmatizzazione sociale a cui è sottoposto chi è costretto a portare i libri contabili in tribunale. Le novità sono diverse e rilevanti, a partire dalla possibilità anche per i creditori non finanziari di avvalersi della speciale procedura di accordo, quella prevista dalla legge n.83/2015, che consente una ristrutturazione dei debiti, in presenza di una relazione scritta di un professionista, che ne attesti la sostenibilità e l’efficacia, nonché del benestare di almeno il 60% dei creditori.

Fare presto

Per velocizzare la vendita dei beni dell’impresa insolvente, poi, si istituirà un sistema di cessione, detto “common”, ovvero attraverso la creazione di un sistema telematico nazionale, che consentirà gli acquisti sia con denaro, sia con titoli. I beni invenduti confluirebbero, invece, in un apposito fondo. Si tratta di un modo per incentivare la cessione degli attivi e la soddisfazione più immediata dei creditori. La riforma, che dovrebbe essere approvata presto, ha già ottenuto il placet della UE. I profili innovativi della legge fallimentare studiata dal governo sono diversi, ma qui ci siamo limitati a riportare i tratti salienti, per quello che maggiormente interessa le banche italiane. Bisogna fare presto, perché la sola garanzia pubblica prestata dallo stato sulle cartolarizzazioni delle sofferenze rischia di essere quasi del tutto inefficace, in assenza di un riscontro sufficiente sul mercato.

 

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