Banche italiane, tutti invocano aiuti di stato: dove sono finiti i liberali?

Tutti vogliono in Italia salvataggi bancari a carico dello stato, ma che fine hanno fatto i famosi "liberali", che in questi anni ci hanno insegnato i pregi del "libero mercato"? Si sono convertiti a un socialismo di necessità?

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Tutti vogliono in Italia salvataggi bancari a carico dello stato, ma che fine hanno fatto i famosi

Vuoi vedere che il libero mercato in Italia vale solo a senso unico? Iniziamo, anzitutto, dalla definizione: cosa intendiamo in economia per libero mercato? E’ un sistema economico, in cui qualsiasi privato ha la possibilità di fare impresa e di possedere i mezzi di produzione, con il fine di realizzare un profitto, grazie alla combinazione dei vari fattori produttivi. Nel caso di una banca, il profitto deriva dalla capacità dei suoi dirigenti di prestare denaro a un interesse più elevato di quello a cui il denaro viene presto in prestito dai clienti.

Il capitalismo si regge su questi principi basilari, ma anche sull’assunto, per cui il rischio deve ricadere su colui che investe. Questo, perché se sdoppiamo le figure a cui fanno riferimento gli utili da una parte e le perdite dall’altro, si creano incentivi per azioni di azzardo morale, in quanto chi investe sa anche che non risponderà delle conseguenze negative degli eventuali errori di valutazione commessi.

Crisi banche, i paradigmi mutano nel 2008

Quando negli USA esplose nel 2008 la crisi finanziaria con il crac di Lehman Brothers, il varo del TARP, il piano del governo di Washington da 700 miliardi a sostegno del sistema bancario, suscitò veementi polemiche politiche, tanto che in prima istanza il Congresso, a maggioranza repubblicana, lo bocciò. Si disse, allora, che non è possibile un capitalismo, per cui le perdite siano a carico dello stato e gli utili a beneficio delle banche. Di fatto, si trattava di un socialismo 2.0, dove l’obiettivo delle cosiddette élites finanziarie era di salvarsi la pelle, non certo di redistribuire la ricchezza in favore dei meno abbienti, rispolverando un malinteso senso dell’intervento del governo in economia, finalizzato a scaricare le perdite sui contribuenti.

Secondo quale concetto teorico si giustifica un simile intervento? Si parte dal “too big to fail”, ovvero si sostiene che certe banche sarebbero così grandi per fallire, che nel caso lo facessero, manderebbero a gambe per aria l’intero sistema economico. Ergo, bisogna che i contribuenti si mettano il cuore in pace e siano disposti a fare sacrifici per salvarle.

Chi contrasta simili ipotesi è chiaramente tacciato di “populismo” e gli si chiede provocatoriamente “e tu che faresti?”, come se fosse del tutto scontato e accettabile senza remora alcuna, che lo stato s’indebiti per salvare i banchieri dalle loro malefatte, o nel caso migliore, dai loro errori di valutazione nella gestione.

 

 

 

Bail-in, da buon diventa cattivo in poche settimane

Il bail-in risponde proprio all’esigenza di evitare che le eventuali risoluzioni bancarie ricadano sui contribuenti, anche se resta opinabile che nei casi più estremi sia chiamato a ripianare le perdite anche il correntista, titolare di giacenze superiori ai 100.000 euro. La grande stampa, quella che fa opinione pubblica, nonché tutte le istituzioni italiane, avevano accolto unanimemente molto bene la nuova disciplina sui salvataggi bancari, salvo attaccarla una volta che i nostri istituti si sono rivelati deboli e bisognosi di aiuti.

E’ partito dall’inizio di quest’anno il tormentone anti-bail-in, la richiesta di “flessibilità” alla UE sull’interpretazione delle nuove norme, in nome del “realismo”. Due sono le cose: o a partire dal governo, da mezzo mondo politico e dalla Banca d’Italia non avevano ben compreso la portata del bail-in, oppure sono oggi grosso modo tutti in mala fede, mirando a salvare le banche italiane, trasferendo le perdite ai contribuenti.

Libero mercato concetto vacuo in Italia

Nessuno invoca più i concetti basilari del libero mercato, proprio mentre chiedono la salvaguardia della stabilità politica per “fare le riforme” e creare in Italia un ambiente più amichevole per gli investimenti. Sarà forse perché le grandi banche risultano anche tra gli azionisti di controllo di diversi quotidiani italiani o perché tengono in vita gli editori?

Una cosa è certa, ossia che le élites del capitalismo nazionale, ma anche del resto d’Occidente si sono rivelate molto poco ideologiche, quando si è trattato di salvaguardare la propria sopravvivenza. Nessuno si straccia le vesti per centinaia di miliardi di euro, che i governi nella sola Eurozona hanno speso negli anni della crisi per salvare le banche.

La sola Germania ne ha impiegati 240 miliardi e il suo debito pubblico, storicamente molto contenuto, è arrivato ad avvicinarsi all’80% del pil, salvo ripiegare per la buona congiuntura economica degli anni seguenti.

 

 

 

Salvataggi banche per stato è impossibile in Italia

Eppure, i salvataggi bancari sono stati determinanti per aumentare l’indebitamento pubblico del 50%, rispetto ai livelli pre-crisi nell’Eurozona. Si è passati in meno di un decennio dal 60% a oltre il 90% del pil. Nessuna grande banca europea è fallita, ma centinaia di milioni di cittadini-contribuenti sono stati sottoposti a una cura dolorosa di austerità fiscale, consistente in tagli alla spesa pubblica e aumenti delle imposte.

A volte, non avere a disposizione più di un’opzione non è un male, specie se ad agire sarebbe il governo. L’Italia non ha la possibilità di effettuare un mega bail-out del nostro sistema bancario, perché con un debito pubblico già al 133% del pil, non può permettersi altre esposizioni. Eppure, non c’è traccia di questa evidenza tra la grande stampa nazionale, che si riscopre quasi patriottica contro la UE, quando in gioco ci sono gli interessi di istituti, che tutto hanno fatto in questi anni, tranne che sostenere l’economia italiana. E questo, dopo avere scialacquato decine e centinaia di miliardi dei clienti per sostenere i soliti amici del “sistema” capitalistico tricolore, povero di idee, di soldi, ma avido di potere, non rassegnato all’inevitabile declino.

 

 

 

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