Banche italiane, tragicommedia in corso tra Renzi e Monti: chi ha ragione?

Sulle banche italiane è lite a distanza tra Matteo Renzi e Mario Monti, ma alla fine chi ha davvero ragione? Esaminiamo i fatti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Sulle banche italiane è lite a distanza tra Matteo Renzi e Mario Monti, ma alla fine chi ha davvero ragione? Esaminiamo i fatti.

Se le sono cantate di santa ragione il premier Matteo Renzi e il suo predecessore Mario Monti, attuale senatore a vita. Il primo ha rimproverato ai governi immediatamente precedenti al suo, ovvero a quello a guida Enrico Letta e prima ancora del Professore della Bocconi, di non avere affrontato la crisi delle banche italiane, quando ne avevano l’occasione, per cui adesso l’onere di trovare una soluzione ricadrebbe interamente sulle sue spalle.

Per tutta risposta, Monti ha replicato con una lettera pubblicata sul Corriere della Sera, nella quale accusa l’attuale premier di “ricostruzioni distorte della realtà”, ricordandogli che nei 14 mesi al governo, egli avrebbe salvato l’Italia dal default e che se avesse erogato alle nostre banche aiuti di stato, l’Italia sarebbe stata di fatto commissariata dall’Europa. In altre parole, il Prof si auto-proclama un difensore della sovranità nazionale, chiarendo come si sia limitato a prestare a MPS pochi spiccioli, convertendo i precedenti Tremonti-bond nei cosiddetti Monti-bond da 4,07 miliardi.

L’avallo del bail-in

Monti ammette che l’Italia non sarebbe stata pronta alla nuova normativa sui salvataggi bancari, che prende il nome di bail-in e dalla quale l’altro ieri Renzi ha preso le distanze, definendola una scelta sbagliata, anche se ha aggiunto di rispettarla.

Il solito scarica-barile all’italiana, non abbiamo dubbi. Ma chi avrebbe ragione in questa triste zuffa sulle banche italiane, che se non riguardasse i risparmi di milioni di famiglie, sarebbe persino un teatrino estivo quasi comico?

 

 

 

La crisi economica

Procediamo con ordine: era il 2007, la fine del 2007 e le sofferenze bancarie in Italia si attestavano ad appena 40 miliardi di euro, pari a poco più dello 0,8% degli impieghi. Arriva la crisi finanziaria, che diventa subito economica. Il pil dell’Italia crolla tra il 2008 e il 2009 di quasi il 7%, la ripresa nel biennio successiva è debole, anche perché nel frattempo esplode in Europa la crisi del debito sovrano.

Lo spread BTp-Bund a 10 anni schizza fino ai famosi 576 punti base, il governo Berlusconi si dimette, al suo posto arriva il governo tecnico a guida Monti. Le sofferenze sono già salite alla fine del 2012 a 120 miliardi, il triplo di appena 5 anni prima, ma l’apice è tutt’altro che vicino.

Salvataggio MPS con Tremonti-bond

Nel frattempo, MPS aveva richiesto allo stato italiano un prestito, che gli era già stato erogato a condizioni punitive dal Tesoro sotto il ministro Giulio Tremonti, ma nel 2012 tale finanziamento senza scadenza viene convertito e potenziato a 4,07 miliardi con interessi a due cifre.

Allora, l’opinione pubblica non parve indignata di questo salvataggio mascherato, anche perché il nostro era stato l’unico grande paese a non avere messo mano al portafogli per le banche, quando all’estero i governi si erano dissanguati. La Germania aveva speso la bellezza di 240 miliardi, solo per fare un esempio.

 

 

 

Da Unione bancaria a salvataggio banche

Il governo Monti si distingue per una forte vicinanza alle posizioni tedesche del governo della cancelliera Angela Merkel, avallando l’Unione bancaria, che tra le altre cose previde proprio il bail-in, fondato sul sacrosanto principio per cui le perdite delle banche, nei casi di risoluzione, devono, anzitutto, essere sostenute da azionisti, obbligazionisti (subordinati e senior) e, infine, dai correntisti titolari di giacenze almeno superiori ai 100.000 euro.

La direttiva comunitaria Brrd fu emanata da Bruxelles nel 2013, ma il suo recepimento in Italia è avvenuto nell’estate del 2014, quando al governo vi era già da alcuni mesi Matteo Renzi. In Parlamento non vi è stata alcuna battaglia campale da parte di chicchessia contro l’iniziativa legislativa e la nuova normativa rimane nell’ombra fino al novembre dello scorso anno, quando esplode il caso delle quattro banche salvate dal Tesoro e dalla Banca d’Italia, azzerando anche le obbligazioni subordinate.

Gli espedienti di questi mesi

In quell’occasione si sono accesi i fari internazionali sulle criticità del nostro sistema bancario: sofferenze schizzate a 200 miliardi e che il governo valuta ad appena il 17,5% del loro valore originario, crediti deteriorati a 360 miliardi, scarsa redditività e operatività in un’economia di gran lunga più debole dell’era pre-crisi.

Il resto è cronaca di questi mesi: richiesta (negata) alla UE di ottenere una “bad bank” a partecipazione pubblica, garanzia statale, fondo Atlante I, Atlante II, tentativo di coinvolgere le casse previdenziali nel salvataggio di MPS, bail-in senza perdite per gli obbligazionisti. Insomma, assenza di visione e un pasticcio dopo l’altro.

 

 

 

Chi ha colpe?

Siamo in grado di dirimere la controversia e di assegnare la ragione all’uno o all’altro premier? Addebitare al governo Monti, rimasto in carica poco più di un anno, la mancata gestione della crisi bancaria sarebbe ridicolo da parte di un premier, che è anche il segretario di un partito, il PD, in maggioranza senza interruzione da quasi 5 anni e sotto tre esecutivi. Lo stesso PD designava a Siena i vertici della Fondazione, che a sua volta nominava i dirigenti di MPS, responsabili del disastro in cui l’istituto è andato a sbattere dal 2007, con l’acquisto ingiustificatamente oneroso di Banca Antonveneta.

Il boom delle sofferenze, causa principale della crisi in borsa di questi mesi, è conseguenza di un tracollo economico dell’Italia, il cui pil risulta oggi di circa l’8% più basso di quello del 2007 e la cui produzione delle imprese è diminuita di un quinto.

Le responsabilità non sono tanto di Monti

Certo, il governo Monti con la sua politica tassaiola potrebbe essere accusato di essere un corresponsabile forte della crisi economica degli anni seguenti, così come gli si potrebbe rimproverare l’avere avallato senza alcuna opposizione l’Unione bancaria, senza rendersi conto che non era nell’immediato nell’interesse del nostro paese.

Ma il governo Renzi è in carica da 30 mesi e fino ad oggi continua a recitare il mantra del “le nostre banche sono le migliori al mondo”, ereditato dalle passate gestioni Berlusconi-Monti-Letta. Se c’è una colpa grave che possa essere caricata all’attuale esecutivo riguarda il suo ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che si è dimostrato palesemente incompetente nella gestione del dossier, screditando l’operato di Palazzo Chigi in materia. Anziché guardare al passato, il premier dovrebbe redarguire il suo più stretto collaboratore.

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia, Governo Renzi, Matteo Renzi