Banche italiane e titoli di stato, quel legame dannoso che continua a rafforzarsi

Banche italiani e debito pubblico: un legame sempre più forte e sempre più rischioso. Quali conseguenze sin dal breve termine?

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Banche italiani e debito pubblico: un legame sempre più forte e sempre più rischioso. Quali conseguenze sin dal breve termine?

L’ultimo Bollettino Statistico della Banca d’Italia conferma il solido legame tra le banche italiane e i titoli di stato emessi dal Tesoro. A giugno, il quantitativo detenuto di bond tricolori è salito di quasi 6 miliardi di euro a 415 miliardi dai 409,2 miliardi del mese precedente (+1,4%).

Dunque, anziché allentarsi, il rapporto tra sistema bancario italiano e debito pubblico del Belpaese continua a rafforzarsi, nonostante le richieste della Bundesbank di porre un tetto alla detenzione da parte degli istituti di titoli di stato e/o di porre fine alla loro valutazione “risk free” ai fini di bilancio.

Si rafforza legame tra banche e Tesoro

Che si stia registrando da anni una sorta di spiazzamento dei prestiti al settore privato ad opera dei bond pubblici lo intuiamo, purtroppo, anche dagli ultimi dati di Via Nazionale: a giugno, i prestiti alle famiglie e alle imprese in Italia sono cresciuti solo dello 0,6%, in rallentamento dal +0,8% di maggio, ma se tra le prime si è registrato un aumento tendenziale dell’1,4% (da +1,5%), tra le seconde si ha un calo dello 0,1% (da +0,3%).

Cosa significano questi numeri? Le banche italiane accrescerebbero le loro esposizioni verso il Tesoro, ma si terrebbero caute verso l’economia reale. Il trend si presta a più interpretazioni e nessuna esclude formalmente l’altra: gli stimoli monetari della BCE e il loro probabile potenziamento nei prossimi mesi fanno sperare in un ulteriore aumento dei prezzi dei titoli italiani, così come degli altri paesi dell’Eurozona.

 

 

 

Le ragioni di questo legame perverso

D’altronde, i nostri BTp rendono negativamente ancora solo fino alla scadenza dei 2-3 anni, mentre quelli tedeschi fino ai 7-8 anni. Ergo, ci sarebbe ancora spazio per una crescita dei nostri bond, la cui valutazione del resto si sgancia sempre più dai fondamentali della nostra economia, tutt’altro che meritevole di rendimenti infimi o persino negativi.

Ma le alte esposizioni verso il debito sovrano italiano potrebbe essere conseguenza anche della sfiducia con cui le banche del nostro paese guardano alla ripresa della nostra economia.

Fino a quando non ci sarà l’evidenza di una crescita vigorosa, che faccia ridurre la disoccupazione e che aumenti i redditi e i consumi delle famiglie, oltre che gli investimenti e gli utili delle imprese, in pochi istituti vorranno rischiare di aumentare gli incagli, data già l’enorme mole di crediti deteriorati posseduta (360 miliardi).

Declassamento rating Italia, le conseguenze

Ma il legame quasi perverso tra banche e Tesoro potrebbe subire un contraccolpo con l’eventuale declassamento del nostro rating sovrano da parte dell’agenzia canadese Dbrs, la quarta al mondo per importanza, nota a pochi, ma che finora ha consentito ai nostri istituti di godere di condizioni piuttosto ottimali per le erogazioni di liquidità della BCE, grazie a quel giudizio di “A-low” assegnato ai nostri bond. E’ l’unico rating di classe “A”, visto che S&P, Moody’s e Fitch valutano il nostro debito pubblico nella categoria B, a pochi gradini dal livello “spazzatura”, quello degli emittenti speculativi.

Dbrs ha minacciato un “downgrade” nei prossimi mesi, a causa dell’incertezza politica, della ripresa debole, della crisi delle nostre banche e della congiuntura poco dinamica internazionale, che pesa sul nostro export. Se scivolassimo anche per i canadesi in serie B, i nostri titoli di stato, che le banche italiane esibiscono a Francoforte come collaterale di garanzia, sarebbero considerati più rischiosi e, quindi, verrebbe loro applicato un “haircut” maggiore, che Bankitalia stima al 6% per i bond con durata residua fino a un anno (dallo 0,5% attuale) e all’11,5% per quelli fino ai 10 anni (dal 3% attuale).

 

 

 

Liquidità banche sarebbe più costosa

Che cosa vuol dire? Che se una banca italiana necessita di liquidità della BCE, oggi può ottenerla, presentando come collaterale di garanzia i nostri titoli di stato. Su BoT per un controvalore nominale di 100.000 euro, ad esempio, la BCE applica oggi un taglio di appena lo 0,5% (500 euro), mentre con un eventuale declassamento di Dbrs, dovrebbero farlo del 6%, ovvero di ben 6.000 euro. Ancora peggio andrebbe per i titoli, poniamo, a 10 anni: su 100.000 euro, oggi effettua un taglio del 3% o di 3.000 euro, in futuro potrebbe farlo per 11.500 euro.

Cosa implica questo colpo ai nostri bond? Che le banche italiane dovrebbero o aumentare le garanzie da esibire, al fine di non vedersi ridurre la liquidità massima erogabile, oppure dovrebbero accontentarsi di minori prestiti da parte di Francoforte, rivolgendosi altrove.

Le conseguenze

Quanto alla prima opzione, le banche potrebbero o acquistare ancora più titoli di stato italiani, oppure accumulare più bond sovrani “core”, come i Bund, su cui l'”haircut” sarebbe minimo. E’ più probabile, stando alla stessa Bankitalia, che ricorrano ai titoli degli altri paesi con rating più elevato. Quanto alla seconda opzione, ovvero di rivolgersi ad altri canali di raccolta di liquidità, va detto che nessun privato oggi offrirebbe condizioni migliori di quelle praticate dalla BCE.

In definitiva, le forti esposizioni delle nostre banche verso i BTp non sono già oggi un buon affare nel medio-lungo termine, sia per le stesse (potrebbero subire gli effetti di una nuova regolamentazione europea più penalizzante), sia per l’economia nazionale. Nel caso di “downgrade”, gli effetti negativi sarebbero immediati e potrebbe scattare una fuga dai BTp verso i Bund e un possibile trasferimento a carico della clientela dei tassi negativi per compensare l’aumento dei costi. Di una cosa i nostri istituti non hanno bisogno: essere penalizzate in fase di assegnazione di liquidità fresca e ai fini di bilancio.

 

 

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