Banche italiane e titoli di stato: la doppia mazzata dello spread

L'impennata dello spread colpisce le banche italiane in diversi modi e la sfiducia del mercato verso l'Italia cresce, man mano che si avvicina la data del referendum costituzionale.

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L'impennata dello spread colpisce le banche italiane in diversi modi e la sfiducia del mercato verso l'Italia cresce, man mano che si avvicina la data del referendum costituzionale.

Le azioni delle banche italiane in borsa si sono ripresa del 25% rispetto ai minimi toccati agli inizi di luglio, pur restando in calo del 47% quest’anno. Il clima sui mercati finanziari è di grande attesa per l’esito del referendum costituzionale in Italia del 4 dicembre prossimo, il quale potrebbe porre fine all’esperienza del governo Renzi. La risalita dello spread BTp-Bund, sopra i 150 punti base per la scadenza decennale, rispecchia la maggiore accelerazione dei rendimenti dei titoli di stato tricolori nelle ultime settimane, una prospettiva poco piacevole per i nostri istituti e sotto diversi profili.

Le banche italiane detengono nei loro bilanci oltre 400 miliardi di euro investiti in BoT e BTp, livelli più che doppi di quelli di cinque anni fa. Un aumento dei rendimenti dei nostri titoli di stato corrisponde a un calo dei loro prezzi. Secondo Bloomberg, nell’ultimo mese si è registrato un ribasso medio dei prezzi dei nostri bond governativi del 2,5%, di gran lunga superiore a quello accusato dai titoli degli altri stati dell’Eurozona. Il BTp 2067, emesso meno di un mese fa, ha già perso fino all’8,5%. (Leggi anche: Spread tra Italia e Spagna in area 45 punti)

I BTp delle banche valgono di meno

Ora, grosso modo, nelle ultime settimane, i titoli di stato nelle mani delle banche varrebbero qualcosa come 10 miliardi in meno. Non si tratta di minusvalenze vere e proprie, perché il confronto va effettuato con i prezzi di acquisto, che presumibilmente saranno stati ben più bassi dei livelli attuali, dato che i nostri istituti hanno acquistato il grosso dei nuovi bond dal 2011 a rendimenti nettamente superiori di quelli odierni. Di certo, il trend accresce la pressione sui ratios patrimoniali.

L’evoluzione del quadro è meno favorevole e implica per le banche italiane plusvalenze attese sempre più basse, man mano che i rendimenti si normalizzano. A subire il colpo più duro sarebbero le banche che hanno investito sui BTp a più lunga scadenza, come MPS, la cui duration è nettamente superiore alla media. Se, per ipotesi, anche per via delle nuove pressioni regolamentari europee, fossero costrette a disinvestire parte dei titoli accumulati, la tendenza rialzista dei rendimenti si rafforzerebbe e con essa il rischio di accusare vere e proprie minusvalenze, l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno il nostro sistema bancario sotto-capitalizzato.

(Leggi anche: Banche italiane, capitali alla finestra)

 

 

 

Il mercato resta alla finestra prima del referendum

Ma l’impennata dello spread, ai massimi da inizio 2012 con la Spagna, segnala anche la maggiore sfiducia sui mercati verso l’Italia, indizio per nulla da sottovalutare per le nostre banche, a caccia di svariati miliardi di euro per ricapitalizzarsi e di acquirenti di parte di quella montagna di sofferenze, ad oggi ferma a 85 miliardi.

Le ragioni dell’ampliamento del divario tra Italia e Spagna, infatti, sono le stesse alla base dei rischi temuti dai nostri istituti: il referendum costituzionale. Gli investitori stanno riducendo le esposizioni in assets italiani, come segnala anche il boom delle passività captate dal Target 2, il sistema dei pagamenti intra-euro. Essi temono una devastante crisi politica, nel caso di vittoria del “no”, con caduta del governo Renzi e possibile uscita dell’Italia dall’euro. (Leggi anche: Banche italiane, ecco lo scenario se Renzi perde a dicembre)

Italia fuori dall’euro più probabile della Grecia per il mercato

Un sondaggio realizzato dall’istituto Sentix tra mille investitori ha trovato in questi giorni che l’Italia viene percepita come il paese con le più alte probabilità di uscire dall’Eurozona entro i prossimi 12 mesi, più della stessa Grecia: 9,9% contro 8,5%. Per la prima volta dal giugno 2012, data di inizio di queste rilevazioni, Roma sarebbe considerata più a rischio di Atene nell’unione monetaria.

Che siano esasperazioni o meno degli investitori, ciò che conta è che vi è una forte e crescente sfiducia sui mercati verso l’Italia, un fattore molto negativo per quanti, come le banche, aspettano i capitali esteri per adeguare la loro posizione patrimoniale ai target minimi imposti dalla BCE o percepiti come essenziali per gli investitori.

(Leggi anche: Italia fuori dall’euro?)

 

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