Banche italiane, sofferenze record e in 3 anni persi quasi 100 miliardi di prestiti

Le banche italiane continuano a registrare una crescita dei crediti in sofferenza e una riduzione dei prestiti, pur con qualche miglioramento nei primi mesi dell'anno.

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Le banche italiane continuano a registrare una crescita dei crediti in sofferenza e una riduzione dei prestiti, pur con qualche miglioramento nei primi mesi dell'anno.

Le sofferenze bancarie continuano a crescere in Italia, come segnala l’ultimo rapporto mensile dell’Abi, l’associazione che rappresenta l’80% dei prestiti erogati dal sistema delle banche in Italia. A marzo, risalgono a 80,9 miliardi di euro i crediti sofferenti netti, dopo la discesa nei 2 mesi precedenti, mentre quelle lorde arrivano a 189,52 miliardi, quasi il 12% del pil, pari al 9,8% degli impieghi, in netto aumento dall’8,6% dello stesso mese del 2014 e dal 2,8% di fine 2007, ultimo anno prima dello scoppio della crisi finanziaria. Le sofferenze salgono al 16,7% tra le imprese, mentre tra le famiglie sono al 7,1%. E sempre l’Abi rimarca come sin dall’aprile del 2012 si registri un calo dei prestiti a famiglie e imprese. Se 3 anni fa si attestavano a 1.500 miliardi, lo scorso mese risultavano pari a 1.407 miliardi, -93 miliardi in 36 mesi, equivalenti a un calo del 6,2%. D’altra parte, però, il rapporto rileva un netto miglioramento dei nuovi prestiti alle imprese nel primo trimestre dell’anno, per una crescita dell’8,1%, mentre è vero boom per i mutui concessi alle famiglie (+50%). Quanto alla raccolta, ad aprile si segnala un calo annuo di 28 miliardi a 1.693,9 miliardi, in netto aumento dai 1.513 miliardi di fine 2007. Complessivamente, i dati indicano che le banche italiane vedono crescere i crediti in sofferenza, reagendo con una riduzione dei prestiti erogati a famiglie e imprese, pur riuscendo a raccogliere un maggiore risparmio, considerando anche le obbligazioni, nonostante i tassi in fortissimo calo.   APPROFONDISCI – Le banche non fanno prestiti, ma continuano a comprare titoli di stato. Colpa del QE?

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