Crisi MPS, scontro Roma-Bruxelles verte su perdite per obbligazionisti

Nessun accordo tra Roma e Bruxelles sulle modalità di intervento del governo italiano per salvare MPS e non si prevede che sarà trovato prima del 29 luglio, giorno in cui la BCE renderà noti i risultati degli stress-test. In quell’occasione, sapremo se Siena necessita di una ricapitalizzazione e in quale misura. A quel punto, avvalendosi […]

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Nessun accordo tra Roma e Bruxelles sulle modalità di intervento del governo italiano per salvare MPS e non si prevede che sarà trovato prima del 29 luglio, giorno in cui la BCE renderà noti i risultati degli stress-test. In quell’occasione, sapremo se Siena necessita di una ricapitalizzazione e in quale misura. A quel punto, avvalendosi […]

Nessun accordo tra Roma e Bruxelles sulle modalità di intervento del governo italiano per salvare MPS e non si prevede che sarà trovato prima del 29 luglio, giorno in cui la BCE renderà noti i risultati degli stress-test. In quell’occasione, sapremo se Siena necessita di una ricapitalizzazione e in quale misura.

A quel punto, avvalendosi della stessa disciplina prevista dal bail-in, il governo italiano potrebbe sostenere in un qualche modo l’aumento di capitale, che già ieri MPS ha paventato dopo avere messo in atto la cessione di parte delle sofferenze.

Un’ipotesi sarebbe di garantirlo, attraverso la sottoscrizione delle azioni rimaste invendute o l’acquisizione del bond convertibile o convertendi emesso allo scopo. L’intervento pubblico siffatto non vedrebbe contraria l’Europa, ma a una condizione: che gli investitori privati partecipino alle perdite. Parliamo, anzitutto, degli azionisti, che subiscono il colpo della caduta dei prezzi dei titoli per effetto della ricapitalizzazione, che diluisce la loro quota; secondariamente, la palla passa agli obbligazionisti subordinati, che secondo Bruxelles dovrebbero in un qualche modo accettare di perdere parte del capitale.

Salvataggio banche italiane, quali modalità

E qui giace lo scontro con il premier Matteo Renzi, che tutto può permettersi, tranne che la condivisione dell’onere (“burden sharing”) con 60.000 risparmiatori. Segnerebbe la fine del suo governo, dopo che già ha dovuto subire un duro attacco mediatico da parte dei 10.500 obbligazionisti subordinati delle quattro banche salvate nel novembre scorso.

Ieri, il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, vicino alle posizioni tedesche, ha avvertito l’Italia che non potrà permettersi di violare le regole sul bail-in, ricordando come in passato altri paesi siano ricorsi agli interventi pubblici, che allora erano consentiti, mentre il nostro paese decise di non farlo. Adesso, ha aggiunto, chiede di potere intervenire con aiuti, ma le nuove regole non lo permettono.

 

 

 

Sofferenze bancarie, scende in campo Cdp?

Già, perché il bail-in non esclude che in casi di eventi eccezionali, come potrebbe essere considerata la Brexit, un governo possa aiutare una banca in risoluzione, ma per farlo è necessario che azionisti e obbligazionisti condividano l’onere.

Per ovviare a tale problema, formalmente potrebbe scendere in campo la Cassa depositi e prestiti, o acquistando le obbligazioni subordinate a rischio e riducendo così le perdite a carico dei titolari, oppure acquistando i crediti in sofferenza, che così aumenterebbero di prezzo, avvicinandosi ai valori di carico nel bilancio e riducendo il fabbisogno di capitale, se l’operazione fosse eseguita contestualmente alla ricapitalizzazione.

Unione bancaria a rischio

Il tutto resta oggetto della discussione in corso con i commissari europei, che si preannuncia tutt’altro che breve. In gioco c’è la tenuta dell’Eurozona. Se le banche italiane crollassero, il contagio verso il resto degli istituti europei scatterebbe quasi automatico, ma se per impedire un simile scenario, si consentisse al governo di Roma di intervenire con denaro pubblico, le pressioni interne alla Germania andrebbero nella direzione di porre fine a qualsiasi ipotesi di mutualizzazione dei rischi bancari, ponendo un veto insormontabile sulla garanzia unica sui depositi, voluta fortemente da Commissione e BCE.

E la cancelliera Angela Merkel rischia anche di assistere all’avanzata della destra euro-scettica dell’AfD, che da tempo tuona contro i salvataggi delle banche e degli stati in Europa a carico dei contribuenti tedeschi, chiedendo il rispetto della disciplina fiscale, oppure l’uscita dall’euro dei trasgressori o della Germania come alternativa.

 

 

 

La difficile mediazione di Juncker

Il presidente Jean-Claude Juncker, uscito molto indebolito dal referendum sulla Brexit e ormai isolato dallo sponsor tedesco, dovrà trovare un difficile equilibrio tra due opposte esigenze: quella del governo Renzi di evitare un “massacro” degli obbligazionisti italiani, che aprirebbe la strada a una crisi politica interna e a una vittoria pressoché scontata del Movimento 5 Stelle, di tendenze euroscettiche, e quella di Berlino di tenere la barra dritta e mostrarsi abbastanza rigorosa per non perdere consensi in favore della destra anti-bail-out.

Sembra una mission impossible quella di far contente entrambe le parti, tranne che le concessioni all’Italia siano puntellate di tali condizioni, da rendere una vittoria di Pirro.

La Commissione potrebbe, ad esempio, mostrarsi meno flessibile sui target assegnati ai nostri conti pubblici, in modo da venire incontro alle richieste di una maggiore valutazione obiettiva dei numeri da parte dei tedeschi.

E non è detto che in casa sarà accolta dall’opinione pubblica come una svolta positiva l’eventuale salvataggio a carico dello stato di MPS. Trasferire le perdite dai privati allo stato esporrebbe il governo Renzi alle critiche di quanti gli ricorderanno certamente, che a Siena sinora hanno comandato la banca quelli del PD, per il tramite della Fondazione. Insomma, saranno mesi di fuoco.

 

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