Banche italiane salvate con i soldi delle pensioni? L’ultima oscenità del governo

Banche italiane salvate con i soldi dei fondi pensione? E' solo l'ultima ipotesi folle, che circola in questi giorni. I pensionati pagherebbero per le perdite provocate dalla cattiva gestione di cattivi manager.

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Banche italiane salvate con i soldi dei fondi pensione? E' solo l'ultima ipotesi folle, che circola in questi giorni. I pensionati pagherebbero per le perdite provocate dalla cattiva gestione di cattivi manager.

“Per MPS servono soldi veri”. Lo ha dichiarato nel fine settimana il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (PD), attaccando forse velatamente il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che da mesi tratta con la Commissione UE una soluzione di compromesso tra l’esigenza di provvedere a un salvataggio delle banche italiane anche con soldi pubblici e la necessità di rendere tale intervento compatibile con il bail-in, entrato in vigore all’inizio di quest’anno e che contempla sì la possibilità di un aiuto dello stato agli istituti, ma passando per il coinvolgimento nelle perdite anche degli azionisti e degli obbligazionisti, subordinati in primis.

Il problema con il governo Renzi ruota tutto intorno a questo aspetto. Avallare una soluzione solamente privata, come quella del fondo Atlante o prima ancora con la garanzia pubblica sulle sofferenze cedute (Gacs), si è rivelata una strategia perdente. D’altronde, se il mercato valuta i crediti a rischio delle banche italiane al 20-25% del loro valore nominale, quando nei bilanci vengono ancora iscritti al 45%, è evidente che esiste una distanza abbastanza ampia tra investitori privati e istituti sull’ammontare delle perdite potenziali ancora accusabili.

Pensioni salveranno banche?

Ecco, quindi, che il governo Renzi starebbe spingendo, in assenza dell’avallo europeo a un eventuale salvataggio pubblico senza perdite per gli obbligazionisti subordinati, a un potenziamento del fondo Atlante, che dopo le fallite ricapitalizzazioni della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca ha ancora a disposizione solo 1,75 miliardi, di cui un miliardo per nuove operazioni a sostegno del capitale e appena 750 milioni per l’acquisto delle sofferenze a prezzi più vicini a quelli di iscrizione nei bilanci bancari, ovvero superiori a quelli di mercato.

Anche ipotizzando un elevato effetto-leva per l’acquisto delle tranche equity, le cifre disponibili sarebbero largamente insufficienti a sostenere il mercato delle sofferenze in Italia. Per questo, Palazzo Chigi vorrebbe che a metterci nuovi quattrini fossero i fondi pensione del nostro paese, partendo dalle casse previdenziali delle categorie professionali. Lo ha già fatto indirettamente la cassa per i geometri, tra i controllanti di Quaestio Sgr, la società di gestione di Atlante.

E proprio Quaestio starebbe dando vita al cosiddetto Atlante 2, partecipato dall’Adepp (Associazione degli enti privati di previdenza), Cdp, Sga e il fondo Atlante. Quest’ultimo apporterebbe gli 1,2 miliardi di capitali rimasti nel suo bilancio dopo le ricapitalizzazioni dei due istituti veneti.

 

 

Salvataggio banche tramite pensioni è ipotesi non irreale

L’ipotesi ardita, la “soluzione finale” di Renzi-Padoan sarebbe un salvataggio quasi obbligato delle nostre banche ad opera della previdenza complementare italiana. Chi pensa che tali soluzioni siano palesemente incostituzionali e che cozzino con la tutela del risparmio, oltre che della libertà del mercato, dovrebbe leggere quanto è accaduto negli anni recenti in Polonia e Ungheria, dove si è arrivati a un vero esproprio dei fondi pensione per ragioni di pubblica utilità, cioè per rimettere a posto i conti pubblici.

Potrete eccepire che l’Italia non è né la Polonia, né l’Ungheria, ma non scordiamoci che siamo l’unico tra i grandi paesi avanzati ad avere introdotto un prelievo forzoso ai danni dei correntisti nel 1992, sotto l’allora governo Amato. Il “pregio” di una simile misura sta nel fatto di non essere immediatamente avvertibile, in quanto l’investimento più o meno coatto delle risorse dei fondi per la previdenza dei clienti non si tradurrebbe in una perdita immediata e quand’anche quest’ultima arrivasse, sarebbe mascherata dall’andamento complessivo del mercato, grazie alla diversificazione del portafoglio.

Il tonfo di ieri delle azioni MPS e l’andamento complessivamente negativo dei titoli bancari italiani a Piazza Affari nella settimana dei risultati degli stress-test segnalano le crescenti difficoltà sul piano politico di trovare un compromesso accettabile per Roma, ovvero un salvataggio pubblico senza perdite per i privati. Teniamoci pronti alle fantomatiche “soluzioni di mercato” di ispirazione padoaniana, che si tradurranno in un ennesimo intervento di sistema in favore di pochi e a discapito dei soliti noti.

 

 

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