Banche italiane salvate dai bond? Dalla crisi dei prestiti un’opportunità storica

Le banche italiane prestano meno soldi alle imprese, ma potrebbe fare bene alla nostra economia. Vediamo perché.

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Le banche italiane prestano meno soldi alle imprese, ma potrebbe fare bene alla nostra economia. Vediamo perché.

Il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, intervenendo alla 49-esima conferenza sul credito a Ginevra (Svizzera), ha strigliato il sistema economico italiano, notando come le imprese restino ancora troppo dipendenti dai prestiti delle banche, nonostante gli indubbi miglioramenti mostrati negli ultimi anni dalla nostra struttura finanziaria. Le banche ricoprirebbero un ruolo dominante nell’erogazione di prestiti al mondo delle imprese e ciò si riversa loro contro nelle fasi avverse dell’economia, continua l’esponente di Palazzo Koch.

Che l’Italia sia una realtà “banco-centrica” è fuori di dubbio. Il legame tra imprese e banche è stato storicamente molto forte nel nostro paese e affonda le sue radici in fattori anche culturali, oltre che più prettamente economici. Le banche sono nate nel Medioevo proprio nel Centro-Nord dell’Italia, all’epoca delle signorie. MPS resta l’istituto di credito più antico del mondo, segno di quanto sia connaturata alla nostra realtà l’attività bancaria. Il resto lo hanno fatto le piccole dimensioni delle imprese italiane, che in quanto tali non sono in grado di finanziare i propri investimenti in altri modi. (Leggi anche: Crisi banche italiane: nessuno vuole salvarle con i propri soldi)

Un’alternativa al prestito bancario è data dall’emissione di obbligazioni, strumenti finanziari, che assegnano al titolare un diritto di credito verso la società che li ha emessi. A fronte del rischio, gli obbligazionisti hanno diritto a una cedola periodica e al rimborso integrale del capitale alla scadenza pattuita. Il mercato dei corporate bond non è stato particolarmente vivace in Italia, ma la musica sembra essere cambiata e piuttosto in fretta negli ultimi anni. Si stima che per dimensioni assolute sia oggi secondo solo a quello tedesco e nemmeno di tanto. Ammonterebbe a 1.200 miliardi di euro, il 75% del pil, 1,5 volte i valori dei bond olandesi, il doppio di quelli belgi e 4 volte superiore a quelli spagnoli. Cosa molto più interessante è che le obbligazioni tricolori risultano oggi di importo complessivo doppio rispetto ai livelli del 2007. Ad avere stimolato le nostre emissioni obbligazionarie avrebbe concorso pure la BCE, che attraverso il suo “quantitative easing”, l’anno scorso ha acquistato sul mercato secondario bond per 92 miliardi di euro nell’unione monetaria, di cui 10 miliardi emessi da società non finanziarie italiane.

Boom di corporate bond, ma meno prestiti bancari

Secondo Moody’s, nel biennio in corso, le emissioni di bond in Italia sarebbero attese nell’ordine di 22-25 miliardi, in netta ripresa dai 13,5 del 2016, anche se inferiori al picco di 35,4 miliardi del 2009, quando le imprese corsero a rastrellare liquidità sui mercati per mettersi al riparo da eventuali crisi di cash, non potendo confidare verosimilmente sulle banche. E, in effetti, i prestiti bancari alle imprese non finanziarie sono scesi bruscamente, passando dai circa 894 miliardi di fine 2011 ai 776 miliardi del 2016. Caratteristica che continua a contraddistinguerci in Europa, invece, sta nelle erogazioni di prestiti bancari alle imprese italiane più elevate di quelle alle famiglie, segno sia del legame sopra accennato tra i due lati del mercato, sia anche del basso grado di indebitamento delle famiglie, quest’ultimo motivo di vanto nazionale.

Dunque, gli impieghi bancari in favore delle imprese italiane diminuiscono, ma crescono di molto le emissioni obbligazionarie. Il trend non può che essere considerato positivo. Anzitutto, perché diversificare i canali di accesso alla liquidità è sempre un bene per coloro che sono costretti a indebitarsi per finanziare i propri programmi di investimento. Prendiamo la crisi finanziaria del 2008. Essa è esplosa con conseguenza più drammatiche per l’Italia rispetto alle altre grandi economie, nonostante non fossimo nemmeno parte delle cause che portarono al crac globale, in quanto le nostre piccole e medie imprese, essendo troppo dipendenti dal credito bancario, subirono sin da subito gli effetti devastanti della chiusura dei rubinetti della liquidità da parte degli istituti. (Leggi anche: Crisi banche, rischio recessione con atteso calo prestiti)

Verso una crescente disintermediazione del credito

L’allentamento del legame tra imprese e banche, ovvero l’indebolimento del modello banco-centrico, non è un male nemmeno per le banche stesse, come dimostra la seconda parte della crisi finanziaria ed economica di questi anni. Come un gatto che si morde la coda, è accaduto, infatti, che gli istituti abbiano prestato molti meno soldi alle imprese, che queste siano andate in crisi e di conseguenza non siano più state in grado di ripagare i loro debiti alle prime, alimentando l’esplosione delle sofferenze e provocando sconquassi bancari, i quali a loro volta sono finiti per penalizzare l’intera economia italiana. (Leggi anche: Crisi banche italiane, voragine prestiti dubbi fino a 120 miliardi)

Che le imprese si possano finanziare in autonomia è positivo sia per loro, in quanto consente di superare l’intermediazione delle banche e i suoi costi, sia per le banche, che nei casi di crisi dell’economia, patiscono molto meno le difficoltà del mondo delle imprese. Certo, non illudiamoci che il modello banco-centrico stia venendo meno ovunque e per tutti. Nei primi 5 mesi di quest’anno, ad esempio, su 13,8 miliardi di euro di bond emessi, il 68% ha riguardato solo 5 grandi imprese (Eni, Enel, Snam, Atlantia e Telecom), segno che la diversificazione delle fonti di credito sarebbe roba da grandi aziende, non alla portata delle piccole, malgrado la normativa sui “mini-bond”.

In ogni caso, la notizia resta in sé positiva. Il fatto che le grandi imprese italiane facciano minore ricorso al credito bancario libera risorse in favore delle altre imprese più piccole, anche se la diversa affidabilità ci lascia immaginare che lo spostamento di tali capitali non avverrà mai integralmente (una cosa è finanziare Enel, un’altra è prestare denaro alla società di Mario Rossi). Comunque, siamo a una svolta storica per il nostro mercato del credito, che avvicina gradualmente le imprese alla platea diffusa dei creditori, dribblando il sistema bancario. Un’opportunità per le prime di indebitarsi a costi inferiori e per i secondi di spuntare un rendimento un po’ più alto.

 

 

 

 

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