Banche italiane, salvataggio pubblico concesso dalla UE in cambio di cosa?

Il salvataggio delle banche italiane a carico dello stato ci sarà molto probabilmente, ma è il prezzo da pagare alla UE che dobbiamo temere.

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Il salvataggio delle banche italiane a carico dello stato ci sarà molto probabilmente, ma è il prezzo da pagare alla UE che dobbiamo temere.

Una soluzione alla crisi delle banche italiane deve essere trovata. Lo sanno benissimo tutte le parti in commedia, ad iniziare dalla stessa Germania, consapevole che un loro crollo sarebbe l’inizio della fine dell’euro. L’Economist ha reso chiaro il concetto venerdì scorso, attraverso una copertina dedicata al rischio sistemico provocato dall’Italia, sostenendo che non si potrà pretendere che le perdite di eventuali risoluzioni ricadano sugli obbligazionisti subordinati, molti dei quali semplici famiglie nel nostro paese, la cui disperazione alimenterebbe una vittoria del Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni politiche (imminenti?), segnando la fine della vocazione europeista di Roma.

Se intervento pubblico sarà, a quali condizioni la Commissione europea a trazione tedesca lo avallerà? Il salvataggio a carico dello stato implica un trasferimento delle perdite dai privati ai contribuenti. I conti pubblici saranno peggiorati, nel senso che il debito pubblico salirà, sebbene le risorse destinate all’intervento non saranno conteggiate tra il deficit ai fini del Patto di stabilità.

Salvataggio banche ci sarà, ma a quale prezzo?

Questo è l’aspetto politicamente più problematico, perché i tedeschi non intendono avallare alcun lassismo fiscale, specie a favore di un paese, il cui rapporto debito/pil è già esploso al 133%. Per questo, il placet ai salvataggi pubblici saranno accompagnati da una serie di condizioni restrittive sul fronte della politica fiscale, come il raggiungimento senza se e senza ma dei target concordati sul deficit per l’anno prossimo e un impegno più fattivo per smaltire il peso del debito più celermente.

Per l’Italia significa che i 15 miliardi di euro di clausole di salvaguardia potrebbero essere almeno in parte a rischio, ovvero che le aliquote IVA saranno ritoccate all’insù di qualche punto percentuale. I lavoratori ultra-sessantenni e prossimi alla pensione, invece, vedrebbero sfumare le varie ipotesi di flessibilità in uscita e dovrebbero accontentarsi del prestito pensionistico, che chiaramente è una presa in giro bell’e buona.

 

 

 

Fine Unione bancaria

Ma la sospensione del bail-in, ovvero dell’imposizione delle perdite a carico degli investitori privati delle banche, avrebbe anche la diretta ripercussione di porre fine alle richieste di completamento dell’Unione bancaria con l’istituzione di una garanzia europea sui depositi.

Nessuna condivisione dei rischi con i contribuenti degli altri paesi, se questi non vengono sostenuti, in primis, da azionisti e obbligazionisti.

Attenzione, però, perché il vero rischio nell’immediato per l’Italia sarebbe un altro, ovvero che la Germania avalli il salvataggio pubblico, ma in cambio dell’applicazione del suo piano di separazione tra i bilanci statali e quelli bancari. Come? Berlino potrebbe pretendere una completa ristrutturazione del nostro sistema bancario, a partire dal business. Il portafoglio dei titoli di stato nazionali, che oggi ammonta a oltre 405 miliardi di euro, dovrebbe essere smaltito e ricondotto a livelli ordinari.

Rischi da proposte Bundesbank

A tale proposito, la Bundesbank ha da tempo in serbo due proposte: non fare valutare più nei bilanci bancari i titoli di stato come se fossero a rischio zero e limitare la quantità di acquisti dei bond, magari legandoli al capitale disponibile.

Per le banche italiane e il Tesoro sarebbe un contraccolpo durissimo da digerire, perché le massicce vendite di BTp farebbero schizzare i rendimenti, provocando minusvalenze a carico delle prime (da coprire eventualmente con ulteriori ricapitalizzazioni) e un aumento dei costi di rifinanziamento del nostro debito pubblico per il secondo, con in prospettiva una maggiore austerità fiscale necessaria.

 

 

 

Controllo capitali?

Non ultimo, guardando ai casi Cipro e Grecia, Bruxelles potrebbe anche pretendere il “congelamento” dei conti correnti accesi presso le banche salvate con soldi pubblici, in modo da arrestarne la potenziale fuga dei risparmi, evitando problemi sul lato della liquidità. Sarebbero controlli sui capitali, certamente introdotti in modalità soft, attraverso limitazioni stringenti ai prelievi quotidiani o ai pagamenti con carta di credito e bancomat (ricordate i 60 euro al giorno della Grecia?), oltre che l’impossibilità di chiudere un conto corrente o di trasferirlo altrove.

Stiamo parlando solo di ipotesi, ma ciascuna abbastanza razionale e credibile.

Il salvataggio dell’euro dall’arrivo dei grillini al governo, temuta dai commissari, non sarebbe gratis e sarebbe il prezzo (alto) da pagare per mettere in sicurezza le nostre banche senza provocare una crisi politica.

 

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