Banche italiane recuperano in borsa, ma ecco perché restano fragili

Banche italiane promosse da S&P, ma i veri rischi sarebbero legati ai processi di digitalizzazione. Ecco come ne sarebbero colpite.

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Banche italiane promosse da S&P, ma i veri rischi sarebbero legati ai processi di digitalizzazione. Ecco come ne sarebbero colpite.

Dall’inizio dell’anno, le banche italiane a Piazza Affari hanno guadagnato mediamente il 21,5%, dopo che il governo Gentiloni ha varato alla sua nascita un decreto per salvare con soldi pubblici le due banche venete in dissesto e MPS. Le azioni di quest’ultima sono tornate agli scambi da poche sedute, sospese dalle contrattazioni da ben 10 mesi, in attesa che si attuasse il piano di salvataggio per Siena. Il peggio sembrerebbe alle spalle, come segnala il pur lento calo dello stock di crediti deteriorati, nonché delle sofferenze, la parte più a rischio degli attivi. Tuttavia, la discesa sta passando non per un miglioramento dei tassi di recupero dei crediti dubbi, bensì per un’accelerazione nelle svalutazioni di detti prestiti. E ciò sta lasciando il segno nei bilanci bancari, come denotano i Roe bassi o negativi, in molti casi.

Per Roe s’intende “return on equity”, ovvero il rendimento del capitale proprio di una banca. In sostanza, si tratta di un indice, che certifica quanto renda in termini di utili un istituto, rapportandoli al suo patrimonio netto. Secondo il Global Banking Annual Review 2017 di McKinsey, le banche nel mondo sarebbero definitivamente uscite dalla crisi finanziaria, mostrandosi più resilienti agli shock, ma il loro Roe è sceso mediamente all’8,6% nel 2016, un punto percentuale in meno dell’anno precedente e attestandosi per il settimo anno consecutivo tra l’8% e il 10%.

Molto peggio è andata alle grandi banche italiane, pur reduci in questi giorni da un upgrade di Standard & Poor’s in favore dei rating di 11 istituti tricolori, tra cui Intesa-Sanpaolo e Unicredit, dopo la promozione avvenuta per il nostro debito sovrano. Il legame tra banche italiane e debito pubblico è stretto, considerando che le prime detengono circa 365 miliardi del secondo, qualcosa pari a circa un quinto dei loro attivi. Ebbene, analizzando i risultati delle grandi realtà bancarie di casa nostra, scopriamo che nel 2019 il loro Roe è stato negativo del 9,9%, quando nel 2015 era stato positivo del 3,5%. Il forte peggioramento è dovuto essenzialmente alle svalutazioni dei crediti deteriorati di cui dicevamo, ovvero gli istituti stanno facendo pulizia nei loro bilanci, coprendo le maxi-perdite attese nei successivi trimestri per il cattivo esito nel recupero di una montagna di prestiti a rischio. (Leggi anche: Banche e BTp, perché saremmo alla vigilia di una tempesta perfetta)

La digitalizzazione bancaria è una sfida difficile

Prendendo in considerazione i bilanci di 5 grandi banche, come Intesa-Sanpaolo, Unicredit, MPS, Ubi Banca e BancoBPM, troviamo che nei 4 trimestri al 30 giugno 2016, il Roe totale ponderato è stato del -10%. Le suddette 5 banche capitalizzano oggi in borsa quasi 95 miliardi, più del 68% del loro patrimonio netto combinato. Il basso rapporto tra capitalizzazione e patrimonio non è una caratteristica specifica dell’Italia, come il rapporto di McKinsey evidenzia. Questi spiega, poi, che entro il 2025 il Roe delle banche nel mondo salirebbe al 9,3%, specie in un contesto favorevole, come quello dell’aumento dei tassi (gli istituti di credito guadagnano fondamentalmente dalla differenza tra i tassi attivi e quelli passivi). E, però, esiste un grande rischio per tutte, ovvero la digitalizzazione. Se non ci si adeguasse alle tecnologie e i clienti passassero alle società digitali con lo stesso ritmo con cui sono passate alle tecnologie più recenti, il Roe sprofonderebbe al 5,2%, mentre se la maggior parte lo facesse, aggiungerebbe ai propri bilanci qualcosa come 350 miliardi di dollari da qui alla metà del prossimo decennio.

La cosiddetta “fintech” rappresenta una minaccia o una sfida vincente, a seconda dell’atteggiamento di ciascuna banca. La Digital Banking Expert Survey del 2016, condotta da GFT Technologies SE sulle banche di Brasile, Germania, Regno Unito, Messico, Italia, Svizzera e Spagna, non avrebbe trovato risultati entusiasmanti sul nostro paese, in quanto da un lato il 78% dei managers intervistati ha risposto di avere già un piano per la digitalizzazione e l’86% che sarebbe già in via di implementazione, ma solo il 27% ritiene di avere le competenze adeguate per gestirlo.

Dunque, solamente un quarto dei banchieri italiani si giudica capace di gestire la delicata fase della digitalizzazione e ciò non potrà che avere effetti ritardanti sull’attuazione dei piani, i quali risultano, invece, più che necessari per aumentare quel Roe di cui sopra, ovvero per migliorare la produttività del capitale investito. Le banche italiane sarebbero a rischio di un ulteriore shock, nel caso in cui, ammesso che si saranno liberate presto del peso dei crediti deteriorati, dovessero trovarsi indietro rispetto alle concorrenti globali sui processi di digitalizzazione. Dalla loro, hanno una clientela mediamente “anziana” e, pertanto, non precipitosa nell’adottare le nuove tecnologie. Per contro, hanno quel 73% di managers dalle competenze insufficienti per tenere il business al passo con i tempi e un sindacato poco incline a favorire piani di ammodernamento, ambendo quasi esclusivamente a tutelare la figura dello sportellista. (Leggi anche: Rivoluzione in banca, con fintech denaro gestito da un robot)

 

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