CRISI DELLE BANCHE, DEFLAZIONE, SOFFERENZE BANCARIE, BANCHE ITALIANE, DEFLAZIONE

Banche italiane, Paolo Cardenà: con bail-in rischiamo controlli sui capitali

Imperdibile intervista a Paolo Cardenà, uno dei più popolari blogger economici italiani, su banche, mercati e ripresa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Imperdibile intervista a Paolo Cardenà, uno dei più popolari blogger economici italiani, su banche, mercati e ripresa.

Pubblichiamo l’intervista concessaci gentilmente da Paolo Cardenà, Private Banker – Consulente finanziario, tra i più popolari blogger di economia e finanza in Italia. Il suo www.vincitorievinti.com è punto di riferimento quotidiano per i risparmiatori e i piccoli investitori del nostro paese, che siano alla ricerca di informazioni fuori dal coro e dalle posizioni molto spesso critiche verso le “verità” ufficiali propinate dalla grande stampa nazionale. Sul Suo blog dimostra di essere piuttosto scettico sulla ripresa economica in Italia. Eppure nel 2015 siamo tornati a crescere dopo 4 anni. Cosa non la convince? In realtà sono poche le cose che mi convincono, nel contesto attuale. Però, una di queste riguarda proprio l’Italia. Che, nell’anno appena trascorso, è stata beneficiata da una congiunzione astrale estremamente favorevole, quasi irripetibile, data dal basso prezzo del petrolio, dall’euro debole e dai tassi di interesse al zero. Eppure la crescita dell’Italia, dopo la caduta del Pil di quasi il 10% registrata negli ultimi anni,  nonostante questi fattori assai favorevoli,  è stata assai debole, essendosi fermata ad appena lo 0,6%, ben lontana dallo 0,9% previsto dal Governo nella Nota di aggiornamento Def dello scorso ottobre. E la cosa più preoccupante è riscontrare che, dopo una crescita abbastanza soddisfacente nel primo trimestre2015, il ritmo di espansione è andato via via a ridursi, fino ad arrivare al misero 0,1% dell’ultimo trimestre. Cosa che, alla luce del deterioramento del quadro economico delle ultime settimane e della caduta dei mercati azionari, getta non poche ombre sul futuro dell’Italia. Purtroppo, per l’Italia si conferma lo scenario che, nel corso dell’ultimo anno, ho descritto sul blog, e che può essere così riassunto. Dalla crisi del 2009 tutte le economie si sono riprese: tutte, tranne l’Italia che nel frattempo ha conosciuto altri  tre anni (abbondanti) di profonda recessione dalla quale stenta ancora a riemergere. Magari si potrà discutere sulla qualità della crescita di quelle economie che hanno superato la crisi del 2009 (lo faremo più avanti), ma non sul fatto che siano cresciute. La ripresa intervenuta in quelle aree, per larga parte, ha consentito all’Italia di mantenersi a galla per via delle esportazioni, che hanno avuto un ruolo fondamentale nella tenuta del nostro paese e che, in un certo qual modo, hanno compensato (almeno in parte) la caduta dei consumi e degli investimenti interni. In un’economia, come quella italiana, che cresce solo se al traino di altre economie (e sotto questo aspetto, la posizione di vulnerabilità dell’Italia si è ulteriormente aggravata) la domanda esterna  costituisce elemento cruciale che,  soprattutto negli ultimi anni, ha consentito di colmare almeno in parte la caduta dei consumi e degli investimenti interni. Ma questa medaglia, come tutte le altre, ha anche il suo rovescio. Ossia, che l’eventuale rallentamento dell’attività economica estera (soprattutto se forte) rischia di imprimere un duro colpo all’Italia, stante la posizione di estrema fragilità che si protrarrà ancora per un lungo periodo di tempo. Detta in altre parole, possiamo dire che le altre economie si trovano in una fase di ciclo economico assai più avanzata rispetto all’Italia. Non vi è dubbio che quando queste economie rallenteranno l’espansione o, peggio, precipiteranno in recessione, l’Italia sarà costretta a pagarne un prezzo altissimo per via della fragilità e per via del fatto che, quando accadrà, con ogni probabilità, si troverà ancora a fare i conti con l’ultima crisi che è ben lontana dal considerarsi risolta. A quel punto, è assai difficile immaginare che l’Italia possa trovarsi nella condizione di arginare una forte riduzione dell’attività estera, magari per via di maggiori consumi interni o maggiori investimenti. Il quadro è inoltre aggravato dalla fragilità di una parte non marginale del sistema bancario, che potrebbe trovarsi a fronteggiare un’eventuale crisi non in perfetta forma. La realtà è che l’Italia, da questa crisi, ha subito un durissimo colpo e una parte certamente non marginale del tessuto produttivo è andata distrutta. Il quale tessuto produttivo, per potersi rigenerare e ricreare, presuppone periodi temporali dilatati rispetto a quelli a disposizione dell’Italia e, soprattutto, presuppone che vengano rimossi tutti i fattori che ne hanno determinato la scomparsa e la distruzione. Non mi sembra che il quadro di riferimento abbia subito significativi cambiamenti, né che possa essere modificato nei tempi solleciti richiesti dalla gravità della situazione italiana. Spero che si sia compreso cosa mi convince dell’Italia.         Il debito pubblico italiano è salito a 2.170 miliardi, il 133% del PIL. Il deficit nel 2015 dovrebbe essersi attestato al 2,6%. Come trova lo stato dei nostri conti pubblici? Ritiene ci siano margini per strappare alla UE maggiore flessibilità? E il premier Renzi fa bene a puntare su questo tema, a Suo avviso?   Prima di tutto bisognerebbe far comprendere bene agli italiani a cosa ci riferiamo quando parliamo di debito pubblico che, come  lei ben dice, è giunto al 133% in rapporto al PIl.  Questa metrica, proprio perché espressa percentualmente in rapporto al prodotto interno lordo, rischia di non essere ben compresa dall’opinione pubblica. Che invece dovrebbe sapere che, dall’inizio del 2008,  fino ai giorni nostri, il debito è aumentato di circa 600 miliardi di euro, a fronte di un PIL che, pressappoco, è cresciuto di appena una ventina di miliardi di euro.  E il debito continua a crescere: di 34 miliardi di euro, nel solo 2015, al netto dei rituali ritocchi di fine anno per rendere i conti più presentabili. Penso che questo spaccato sia più esaustivo e rappresenti in modo più adeguato la situazione in cui ci troviamo.  Ciò premesso, lo stato dei conti pubblici è e rimane in equilibrio precario. Tanto più precario se si considerano le nubi che si stanno addensando nel contesto globale, che rischiano di minacciare e incidere significativamente sulle prospettive di crescita che il governo, come avviene ritualmente ormai da molti anni, interpreta in modo eccessivamente ottimistico. Quindi, la previsione di un Pil a +1.6% nel 2016 (dato desumibile dalla nota di aggiornamento al Def dello scorso settembre) è già ampiamente superata e la minore crescita impatterà anche sui conti pubblici. Inoltre, già  nella legge di stabilità  per il  2015 furono inserite delle clausole di salvaguardia, che sono delle clausole automatiche a salvaguardia, appunto, dei saldi di finanza pubblica,  qualora risultassero inferiori alle previsioni. In buona sostanza, altro non sono che delle garanzie volte ad  assicurare il raggiungimento  dei target di bilancio. Target necessari per sterilizzare gli effetti delle manovre di respiro fiscale (es Bonus Renzi) volute dal Governo Renzi per lo più per  accaparrarsi consensi, con discutibili risultati sul piano economico, ma differendo in avanti il conto per i contribuenti, nella speranza che nel frattempo fosse sopraggiunta un’improbabile ripresa robusta. Fatto è che, come detto, queste clausole valgono 30 miliardi di euro e riportarle a nuovo per i prossimi esercizi, tenendo indenni i contribuenti, rischia di essere un esercizio assai arduo, se non impossibile, soprattutto se il rallentamento dell’economia dovesse essere confermato dai prossimi dati.                  Da settimane, l’opinione pubblica italiana è scossa dal crac delle 4 banche salvate con un decreto del governo, a discapito di azionisti e obbligazionisti subordinati, anticipando in parte l’entrata in vigore della nuova normativa sul “bail-in”. Lei palesa spesso avversione a questa nuova impostazione di matrice europea, ma non ritiene che sia un male minore rispetto all’epoca dei salvataggi bancari a carico del contribuente?   Il tema è molto spinoso e delicato. Come spiegato sul blog, la “risoluzione” delle quattro banche dello scorso novembre ha determinato una fuga di capitali che non si è limitata solo alle banche oggetto del provvedimento, ma si è estesa (almeno in parte) ad altre banche percepite come meno solide. Di conseguenza i risparmiatori (e i mercati) si stanno chiedendo cosa potrebbe accadere se il bail-in fosse applicato anche ad altre banche, magari di dimensioni più grandi rispetto a quelle  risolte. Dubbi che accrescono le già pressanti preoccupazioni. Tanto è vero che, nelle scorse settimane, si sono intensificati gli appelli, provenienti da vari esponenti delle istituzioni italiane,  affinché venga sospeso il bail in nella risoluzione delle banche in crisi. La sensazione offerta da questi appelli è che la situazione possa rivelarsi assai più grave rispetto a quello che viene dato in pasto all’opinione pubblica. Per questo motivo credo che sui governanti italiani pendano rilevanti profili di gravi responsabilità e pressapochismo che si sostanzia proprio negli appelli volti a sconfessare ciò che il governo ha accettato senza valutarne le conseguenze. Introdurre nel nostro ordinamento le nuove regole di risoluzione e, a distanza di pochi giorni dall’entrata in vigore, auspicarne la sospensione e la  revisione, esprime al meglio lo stato di confusione che imperversa su chi, più di ogni altro,  dovrebbe premurarsi di garantire la fiducia dei risparmiatori, che è elemento essenziale ed imprescindibile per garantire la stabilità finanziaria e la solidità del sistema bancario. In realtà, ritengo che le responsabilità colpiscano in modo trasversale tutti i governi che si sono alternati negli ultimi anni, sui quali gravano la colpa di aver accettato le nuove regole senza prima premurarsi di mettere in sicurezza quelle banche che si sono rivelata meno sicure o, peggio, a rischio di risoluzione. E questo a partire dal 2011, con il Governo Monti. Il quale Monti, dopo la feroce manovra varata al fine di riequilibrare la bilancia commerciale per via della distruzione della domanda interna (circostanza confermata da Monti stesso), immaginando gli effetti che avrebbe prodotto la sua politica economica sul rallentamento economico e quindi sull’esplosione delle sofferenze bancarie, avrebbe dovuto contestualmente varare, già a quell’epoca, una bad bank di sistema allo scopo di favorire il progressivo smaltimento delle sofferenze che andavano via via a crearsi, in modo da non arrivare al punto in cui siamo. Questo avrebbe contribuito a far emergere progressivamente le criticità delle singole banche, anche in termini di procedure osservate nella valutazione delle sofferenze. Di conseguenza, anche grazie al favorevole andamento  dei mercati fino allo scorso luglio, si sarebbero potute implementare soluzioni finalizzate ad irrobustire il capitale delle banche con maggiori criticità, oppure quelle aggregazioni che oggi rischiano di apparire tardive. In questo si sarebbe potuto prendere ad esempio la solerzia di altri paesi che si sono attivati con maggiore tempestivamente. Sarebbero stati interventi di buon senso che avrebbero consentito di arrivare all’appuntamento con l’entrata in vigore delle nuove regole sulle risoluzioni bancarie in una posizione di maggiore forza. Questo, unitamente ad un’adeguata campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica avrebbe consentito di minimizzare gli effetti collaterali che abbiamo visto e che sembrano destare molta preoccupazione tra alcune istituzioni italiane. Invece si è preferito andare avanti spot, “urlando” in tutte le sedi e in tutte le occasioni la solidità del sistema bancario. Salvo poi scoprire, lo scorso novembre, che 4 banche hanno bruciato i risparmi di 140 mila risparmiatori.       In che stato reale versano le banche italiane? Davvero il loro livello di sofferenze dovrebbe allarmarci? E rischia, in particolare, una banca specifica? In Italia esistono banche la cui possibilità di fallimento è eventualità assai remota. Ma il problema non è tanto questo, ma quello di un’eventuale bail-in su altre banche, magari di medie dimensioni; oppure l’acuirsi della crisi che finirebbe per imprimere un’ulteriore accelerazione alla formazione delle sofferenze. La preoccupazione è che un eventuale bail in su altre banche più grandi rispetto a quelle risolte, possa aggravare la sfiducia dei risparmiatori e favorire una fuga di capitali che potrebbe estendersi anche su altre banche. Da qui al blocco dei capitali il passo potrebbe essere breve, con tutte le conseguenze del caso, che sarebbero assai pericolose in un paese con un elevato debito pubblico e con un bisogno disperato di crescere. Sarebbe curioso chiedere al Ministro Padoan o ai vertici della Banca d’Italia se ritengono  di escludere la possibilità che qualche altra banca possa essere sottoposta a bail-in, o se ritengono remoto il rischio di un eventuale blocco di capitali, nell’ipotesi di un’eventuale risoluzione di qualche banca di dimensioni più grandi rispetto a quelle dello scorso novembre. Ritornando al discorso delle sofferenze bancarie, la misura tampone pensata dal governo (il veicolo di cartolarizzazione con garanzia pubblica sulle tranche con merito creditizio investment grade) non risolve il problema dell’asimmetria esistente tra i prezzi espositi in bilancio al netto delle svalutazioni e i prezzi di mercato per dette sofferenze. Giova ricordare che, mediamente, nei bilanci bancari tali crediti sono valutati al 45% del valore nominale e sono prezzi ben lontani da quelli che il mercato è disposto a pagare. Quindi è verosimile attendersi che la cessione di tali crediti a prezzi più bassi di quelli esposti in bilancio determineranno ulteriori perdite che assorbiranno ulteriore capitale, anche se in modo più dilatato nel tempo. [tweet_box design=”box_13_at” float=”none” author=”Paolo Cardenà” pic_url=”http://www.investireoggi.it/economia/files/2016/02/paolo-cardenà.png”]Con nuovo bail-in, Italia rischia controllo sui capitali [/tweet_box]       La Germania con la Bundesbank in testa chiede di porre limiti alla detenzione di titoli di stato per le banche. Il tetto del 25% del capitale la convince o ritiene che la misura avrebbe conseguenze più negative per il nostro paese? E non pensa che, in ogni caso, vada rescisso il legame ormai stretto tra istituti e Tesoro? E’ un’altra questione che rischia di abbattersi sui bilanci delle banche europee e, soprattutto, italiane, che sono gravate da oltre 420 miliardi di euro di titoli di stato. Se l’ipotesi (per il momento in discussione) dovesse portare a qualcosa di più realistico, le banche  si troverebbero a dover fare degli accantonamenti che aggiungerebbero ulteriori elementi di stress sui bilanci bancari, con effetti che sarebbero assai deleteri per il sistema bancario e per l’economia del paese. Certo, magari verrebbe fatto in modo graduale, ma esistono pochi dubbi sul fatto che il verificarsi di uno scenario del genere produrrebbe forti tensioni sulle banche, non solo italiane. Inoltre, questo porterebbe ad un ulteriore restrizione del credito. L’alternativa sarebbe che le banche iniziassero a vendere titoli di stato determinando la caduta dei prezzi. Questo contribuirebbe ad aumentare i rendimenti dei titoli di stato e quindi favorirebbe l’allargamento dello spread: circostanza che farebbe lievitare il differenziale dei tassi sul credito tra le imprese italiane e quelle tedesche, accentuando le divergenze esistenti  in termini di competitività. Che poi debba essere rescisso il legame tra il debito pubblico e sistema bancario, credo che sia il rovescio della stessa medaglia. Se il paese è solido e non ha difficoltà  di sostenibilità delle finanze e del debito, non vedo particolari problemi nell’investimento in titoli di stato da parte della banche. Contrariamente, il problema ci sarebbe, eccome. Ecco quindi che anche questa questione pone più di un dubbio sulla solidità delle finanze pubbliche italiane, in un contesto di prolungata stagnazione e di bassa inflazione che non aiuta a smaltire il debito per via inflattiva. Tant’è che, proprio di recente, la Commissione Europea, nel suo consueto Rapporto annuale sulla finanza pubblica, ha affermato che “l’alto debito pubblico Italiano limita la capacità dell’economia di reagire agli choc economici e la lascia esposta a possibili aumenti dei rendimenti sovrani, mentre limita anche lo spazio per la spesa pubblica produttiva a causa del considerevole ‘conto’ degli interessi pari al 4,3% del pil nel 2015″. Credo che la volontà tedesca di porre un limite agli acquisti dei titoli da parte della banche,  vada letta anche in questo senso, nell’ottica del raggiungimento di un accordo sulla garanzia europea sui depositi. Evidentemente si suppone che l’Italia, presto o tardi,  potrebbe essere costretta a ristrutturare il debito pubblico, incidendo pesantemente sulle banche. Tra l’altro, l’ipotesi della ristrutturazione del debito, è stata evocata anche da prestigiosi economisti, tra cui Lucrezia Reichlin (si veda l’Espresso del 30 Maggio 2014). [tweet_box design=”box_13_at” float=”none” author=”Paolo Cardenà” pic_url=”http://www.investireoggi.it/economia/files/2016/02/paolo-cardenà.png”]Preoccupa una possibile ristrutturazione del debito, non titoli nelle banche in sé[/tweet_box]       Il governatore della BCE, Mario Draghi, si tiene pronto a “sfornare” nuovi stimoli monetari al board di marzo, nel tentativo di ravvivare l’inflazione nell’Eurozona. Questa incessante iniezione di liquidità segnala, a Suo dire, forza o impotenza da parte di Francoforte? Esiste un detto, che dice che un’economia senza fallimenti è come una chiesa senza crocifisso. E questo è assai rappresentativo della situazione attuale. Gli interventi delle banche centrali di tutto il mondo, sono stati anche finalizzati a mantenere in vita soggetti (privati e pubblici) che altrimenti sarebbero falliti. Quindi sono stati tagliati i tassi ferocemente e sono stati immessi miliardi di dollari di liquidità nel sistema, al fine di evitare una lunga serie di fallimenti privati e pubblici. Fatto è che il debito globale, dalla crisi del 2008, è aumentato di quasi sessanta trilioni di dollari (60 mila miliardi), soprattutto nelle economie avanzate. La ripresa intervenuta in molte aree è stata per lo più determinata dal grande indebitamento che, tuttavia, oltre certi limiti, produce anche degli effetti collaterali che sono, almeno in parte, causa della stagnazione secolare di cui tanto si parla. In questo contesto, gli Stati, ormai alle prese con spazi fiscali limitati, si trovano a dover ridurre l’indebitamento. Questo processo, in molte aree del mondo, sta avvenendo per via fiscale, sottraendo risorse ai  cittadini e quindi comprimendo la capacità di spesa. La stessa cosa avviene dal lato privato, con le famiglie che destinano parte dei loro redditi al rimborso dei prestiti. E il fenomeno riguarda anche le imprese. Con l’aggravante che l’epoca dei tassi a zero della FED ha favorito l’indebitamento in dollari da parte di molte imprese, e ora la forza del biglietto verde rende meno sostenibili i piani di rimborso, sopratutto per quelle imprese che hanno ricavi in valuta locale. Insomma, l’eccesso di indebitamento, se da un lato ha fornito sostegno alla crescita degli ultimi anni, dall’altro, ha creato e amplificato alcuni squilibri. Si pensi, ad esempio, all’errata allocazione risorse stimolata dai bassi tassi di interesse, che hanno reso possibili investimenti in macchinari o tecnologie aumentando significativamente la capacità produttiva, senza che la domanda possa assorbire l’incremento  di questa capacità. Ora, questo fenomeno sta presentando il conto, che si riflette sia in termini di bassa inflazione (o deflazione) sia in termini di minore crescita economica. Le banche centrali, in questo contesto, possono poco o nulla, se non proseguire nell’esperimento che stanno conducendo,  che non ha precedenti nella storia, e che sta portando i tassi sotto lo zero in diverse parti del mondo. E’ una sorta di repressione finanziaria, finalizzata per lo più ad aggredire il risparmio, costringendo i cittadini a spendere i propri risparmi immettendo  liquidità nel sistema, in modo da creare inflazione utile allo smaltimento dei debiti. Dove porterà questo esperimento? Non lo sappiamo: il territorio è inesplorato, come dicono le stesse banche centrali. Ma i mercati hanno fiutato che i tassi di interessi negativi sono veleno anche per le banche, in quanto riducono i margini di profitto. Ecco spiegate, almeno in parte, le pesanti vendite sul settore bancario in giro per il mondo.       Passiamo ai mercati finanziari: dall’inizio dell’anno, le borse europee hanno registrato pesanti ribassi e in misura minore anche Wall Street. Siamo alla vigilia di una nuova crisi finanziaria in stile 2008 o in presenza di un riassestamento fisiologico, dettato dall’avvio della stretta monetaria negli USA?   E’ una domanda alla quale ho in parte risposto con poco fa. Ad oggi è difficile fare dei paragoni con la crisi del 2008. Ogni crisi ha delle connotazioni differenti e, di conseguenza, anche i risvolti sono diversi. Quella di  allora fu innescata dalla crisi dei mutui subprime, che travolse alcune banche e, successivamente, si propagò ad altre banche e quindi anche ad altre economie. Oggi la situazione, per certi aspetti, è diversa. Non dico meno pericolosa, ma senza dubbio diversa. Fermo restando quanto appena detto nella risposta precedente, oggi esistono diversi fattori di criticità che rendono il quadro incerto e assai fragile: il rallentamento della Cina, dopo decenni di crescita esponenziale; il deflusso di capitali dalla Cina per via dei timori (magari anche fondati) di un’ampia svalutazione della moneta cinese; la diminuzione significativa delle riserve valutarie per via degli interventi della banca centrale cinese, finalizzati al sostenimento del cambio; la debole domanda di materie prime e quindi il crollo del prezzo del petrolio, che si riflette nei bilanci dei paesi esportatori e quindi sulla svalutazione delle rispettive valute; la forza del dollaro che rende meno sostenibile i debiti contratti in dollari; il deflusso dei capitali dai paesi emergenti; la crisi di molte imprese Usa operanti nello shale oil;  il basso livello di crescita globale ; le ripetute tensioni nel contesto dell’eurozona e via dicendo. Sono tutti fattori che, come detto, rendono il quadro assai fragile e altrettanto incerto. Quindi, fare paragoni con crisi precedenti è esercizio assai arduo. Ma non va dimenticato che nel mondo ci sono circa 60 banche centrali che stanno facendo manovre espansive e che molto hanno speso in termini di potenza di fuoco espressa per contrastare il rallentamento economico e la bassa inflazione. Di conseguenza, una crisi su ampia scala, in qualche modo, significherebbe sfiduciare le banche centrali nel ruolo naturale  di soggetti preposti all’emissione e al controllo della moneta. Con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare.       Se dovesse puntare su un titolo o asset per il 2016, quale sceglierebbe e perché?  E’ difficile da dire, se si considera lo scenario di cui abbiamo già detto. E’ vero che esistono fattori di criticità che suggeriscono cautela,  ma è altrettanto ovvio che i ripetuti crolli dei mercati, in un ottica di lungo periodo e di piani di investimenti coerenti con le aspettative dei risparmiatori (anche in termini di avversione o meno al rischio) stanno creando anche delle occasioni di acquisto. A mio parere, alcuni paesi emergenti potrebbero rivelarsi molto interessanti in un’ottica di lungo periodo. Ma sarà essenziale che si attenuino alcune pressioni e ricorrano alcuni presupposti, come ad esempio la stabilizzazione del prezzo del petrolio, magari verso livelli più alti; l’indebolimento del dollaro (o quantomeno non un rafforzamento); il miglioramento dei saldi della bilancia commerciale di alcune economie emergenti.

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi delle banche, deflazione, sofferenze bancarie, Banche italiane, deflazione

6 Responses

  1. […] Di Paolo Cardenà , il 18 febbraio 2016 – Replica Segui Di seguito Vi segnalo una mia intervista pubblicata su Investire Oggi, che ringrazio per l’ospitalità. E’ uno scritto che Vi suggerisco di legegre, fino in fondo, in quanto analizza, nel sui complesso,  le maggiori dinamiche che si stanno esprimendo nel contesto globale, evidenziandone i rischi e anche alcune opportunità. Buona lettura Pubblichiamo l’intervista concessaci gentilmente da Paolo Cardenà, Private Banker – Consulente finanziario, tra i più popolari blogger di economia e finanza in Italia. Il suo www.vincitorievinti.com è punto di riferimento quotidiano per i risparmiatori e i piccoli investitori del nostro paese, che siano alla ricerca di informazioni fuori dal coro e dalle posizioni molto spesso critiche verso le “verità” ufficiali propinate dalla grande stampa nazionale. Sul Suo blog dimostra di essere piuttosto scettico sulla ripresa economica in Italia. Eppure nel 2015 siamo tornati a crescere dopo 4 anni. Cosa non la convince? In realtà sono poche le cose che mi convincono, nel contesto attuale. Però, una di queste riguarda proprio l’Italia. Che, nell’anno appena trascorso, è stata beneficiata da una congiunzione astrale estremamente favorevole, quasi irripetibile, data dal basso prezzo del petrolio, dall’euro debole e dai tassi di interesse al zero. Eppure la crescita dell’Italia, dopo la caduta del Pil di quasi il 10% registrata negli ultimi anni,  nonostante questi fattori assai favorevoli,  è stata assai debole, essendosi fermata ad appena lo 0,6%, ben lontana dallo 0,9% previsto dal Governo nella Nota di aggiornamento Def dello scorso ottobre. E la cosa più preoccupante è riscontrare che, dopo una crescita abbastanza soddisfacente nel primo trimestre2015, il ritmo di espansione è andato via via a ridursi, fino ad arrivare al misero 0,1% dell’ultimo trimestre. Cosa che, alla luce del deterioramento del quadro economico delle ultime settimane e della caduta dei mercati azionari, getta non poche ombre sul futuro dell’Italia. Purtroppo, per l’Italia si conferma lo scenario che, nel corso dell’ultimo anno, ho descritto sul blog, e che può essere così riassunto. Dalla crisi del 2009 tutte le economie si sono riprese: tutte, tranne l’Italia che nel frattempo ha conosciuto altri  tre anni (abbondanti) di profonda recessione dalla quale stenta ancora a riemergere. Magari si potrà discutere sulla qualità della crescita di quelle economie che hanno superato la crisi del 2009 (lo faremo più avanti), ma non sul fatto che siano cresciute. La ripresa intervenuta in quelle aree, per larga parte, ha consentito all’Italia di mantenersi a galla per via delle esportazioni, che hanno avuto un ruolo fondamentale nella tenuta del nostro paese e che, in un certo qual modo, hanno compensato (almeno in parte) la caduta dei consumi e degli investimenti interni. In un’economia, come quella italiana, che cresce solo se al traino di altre economie (e sotto questo aspetto, la posizione di vulnerabilità dell’Italia si è ulteriormente aggravata) la domanda esterna  costituisce elemento cruciale che,  soprattutto negli ultimi anni, ha consentito di colmare almeno in parte la caduta dei consumi e degli investimenti interni. Ma questa medaglia, come tutte le altre, ha anche il suo rovescio. Ossia, che l’eventuale rallentamento dell’attività economica estera (soprattutto se forte) rischia di imprimere un duro colpo all’Italia, stante la posizione di estrema fragilità che si protrarrà ancora per un lungo periodo di tempo. Detta in altre parole, possiamo dire che le altre economie si trovano in una fase di ciclo economico assai più avanzata rispetto all’Italia. Non vi è dubbio che quando queste economie rallenteranno l’espansione o, peggio, precipiteranno in recessione, l’Italia sarà costretta a pagarne un prezzo altissimo per via della fragilità e per via del fatto che, quando accadrà, con ogni probabilità, si troverà ancora a fare i conti con l’ultima crisi che è ben lontana dal considerarsi risolta. A quel punto, è assai difficile immaginare che l’Italia possa trovarsi nella condizione di arginare una forte riduzione dell’attività estera, magari per via di maggiori consumi interni o maggiori investimenti. Il quadro è inoltre aggravato dalla fragilità di una parte non marginale del sistema bancario, che potrebbe trovarsi a fronteggiare un’eventuale crisi non in perfetta forma. La realtà è che l’Italia, da questa crisi, ha subito un durissimo colpo e una parte certamente non marginale del tessuto produttivo è andata distrutta. Il quale tessuto produttivo, per potersi rigenerare e ricreare, presuppone periodi temporali dilatati rispetto a quelli a disposizione dell’Italia e, soprattutto, presuppone che vengano rimossi tutti i fattori che ne hanno determinato la scomparsa e la distruzione. Non mi sembra che il quadro di riferimento abbia subito significativi cambiamenti, né che possa essere modificato nei tempi solleciti richiesti dalla gravità della situazione italiana. Spero che si sia compreso cosa mi convince dell’Italia. CONTINUA SU INVESTIRE OGGI […]

  2. […] ho spiegato nell’intervista pubblicata su Investire Oggi (ne suggerisco la lettura QUI), lo stato dei conti pubblici è e rimane in equilibrio precario. Tanto più precario […]

  3. […] Banche italiane, Paolo Cardenà: con bail-in rischiamo controlli sui capitali […]

  4. […] ho spiegato nell’intervista pubblicata su Investire Oggi (ne suggerisco la lettura QUI), lo stato dei conti pubblici è e rimane in equilibrio precario. Tanto più precario se si […]

  5. […] fa, avevo espresso lo stesso concetto  in occasione di una mia intervista pubblicata su Investire Oggi, nella quale […]

  6. […] europea sugli aiuti di stato, ai suoi confini si sta dando vita al primo caso europeo di “bail-in”. Come dire, finora abbiamo scherzato e parlato, adesso arrivano i […]