Banche italiane nei guai, se la Germania sgancia la bomba nucleare sui bond

Sulle banche italiane potrebbe abbattersi una nuova potente bufera, se passerà la linea tedesca sul debito sovrano. Grave la crisi potenziale per MPS.

di , pubblicato il
Sulle banche italiane potrebbe abbattersi una nuova potente bufera, se passerà la linea tedesca sul debito sovrano. Grave la crisi potenziale per MPS.

I titoli bancari stanno anche oggi trascinando in calo i listini a Piazza Affari, dopo un’apertura all’insegna degli acquisti. Delle banche italiane si parla anche al di fuori dei nostri confini nazionali, perché nonostante tendiamo a pensare che il nostro sistema del credito sia solido, esso presenta alcune debolezze abbastanza preoccupanti e che la UE considera alla base della mancata ripresa solida della nostra economia. Sappiamo già che le sofferenze bancarie hanno superato i 200 miliardi di euro e che i crediti deteriorati ammontano a 350 miliardi. In poche parole, a fronte di un rapporto tra crediti dubbi e impieghi del 3,4% in Germania, da noi siamo al 16,7%. In realtà, le cifre sono note da tempo, ma allora perché questa improvvisa fuga dai nostri istituti in borsa? Negli ultimi giorni, lo scontro tra Italia e Commissione europea s’infittisce proprio sulla questione della “bad bank”, oltre che sui conti pubblici.

Il governo Renzi, guidato a Bruxelles dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, chiede di potere dare vita a un veicolo partecipato dallo stato, che si accolli parte delle sofferenze bancarie del nostro paese. Il commissario alla Concorrenza, la danese Margrethe Vestager, ritiene che questo espediente rappresenti un aiuto di stato, qualora tale veicolo pagasse i crediti alle banche più di quanto li valuti il mercato. E il ragionamento alla base di questa critica è che se così non fosse, non si vede il motivo per cui debba essere lo stato a intervenire, quando potrebbero farlo i privati.        

Scontro su valutazione crediti bancari

Il governo italiano replica che il prezzo al quale si accollerebbe le sofferenze sarebbe quello di medio termine, ossia al quale sarebbero valutate dallo stesso mercato, se si desse alle banche il tempo per cederle. La Commissione controreplica, in contrasto con il suo stesso orientamento del 2009, che il prezzo debba essere quello che si formerebbe nell’immediato, qualora le sofferenze fossero cedute sul mercato. Così facendo, però, le banche sarebbero potenzialmente oberate da un nuovo “buco”, che potrebbe arrivare fino ai 40-50 miliardi, considerando la distanza attuale tra le valutazioni del mercato (20%) e le svalutazioni mediamente iscritte nei bilanci bancari (45%).

Le contrapposizioni tra Roma e Bruxelles allontanerebbero una soluzione, specie tenendo presente dello scontro verbale tra il presidente Jean-Claude Juncker e il premier Matteo Renzi, sintomo di una mancata reciproca fiducia tra i due. Ma il peggio per le nostre banche dovrebbe arrivare, se sarà formalizzata la proposta della Bundesbank, già fatta propria da alcuni esponenti conservatori del partito della cancelliera Angela Merkel, secondo la quale dovrebbe essere consentito anche ai governi di emettere bond subordinati, ovvero titoli di stato, che potenzialmente farebbero ricadere sugli acquirenti parte delle perdite, al verificarsi di eventi prefissati.        

Perdite ingenti a carico delle banche con proposta tedesca

Che impatto avrebbe una simile proposta sul mercato, qualora fosse trasformata in legge europea? Gli investitori inizierebbero a fuggire dai bond governativi del Sud Europa, perché interpreterebbero ciò come la conferma che si vorrebbe addossare loro il peso di un default non dichiarato in paesi come Italia, Spagna, Portogallo. La vendita massiccia dei nostri titoli di stato ne farebbe aumentare i rendimenti e diminuire i prezzi. Per le banche italiane sarebbe un grosso problema, detenendo in portafoglio 406,8 miliardi di titoli di stato tricolori, pari al 10,2% dei loro attivi, e un’altra quarantina di miliardi in bond governativi del resto dell’Eurozona. Infatti, gli istituti sarebbero costretti a iscrivere a bilancio perdite virtuali sui bond, che potrebbero ammontare complessivamente a miliardi di euro. Sul valore esatto delle perdite potenziali si potrebbe dibattere, anche perché dalla Germania non arriva solo la richiesta di consentire l’emissione dei bond sovrani subordinati, ma anche quella di limitare i titoli di stato che una banca può detenere nel suo portafoglio, nonché di farli valutare in futuro non più a rischio zero.        

Le potenziali perdite per Intesa, Unicredit e MPS

Fermiamoci su quest’ultimo punto, perché avrebbe implicazioni assai serie per il nostro sistema bancario.

Fino ad oggi, le banche hanno acquistato titoli di stato, sia perché rappresentano un impiego sicuro della liquidità, sia perché non devono accantonare capitale, diversamente di quanto accada per l’erogazione di prestiti a famiglie e imprese. Ciò ha distorto gli impieghi in favore dei primi: in 4 anni, anche grazie alla liquidità a costo quasi zero concessa dalla BCE con le aste Ltro prima e Tltro dopo, le banche italiane hanno più che raddoppiato le loro esposizioni verso i BTp, confidando in buona parte dei casi in un aumento dei prezzi sul mercato, quindi, nella possibilità di realizzare plusvalenze. E ciò è avvenuto sino ad oggi, dopo la potente crisi dello spread tra il 2011 e il 2013, grazie al sostegno dei prezzi da parte della BCE con l’attuazione del “quantitative easing”. Ma se d’ora in avanti dovessero considerarli titoli a rischio, i loro bilanci ne uscirebbero devastati. Non dimentichiamoci che il nostro debito pubblico gode di una valutazione bassa da parte delle agenzie di rating, pari a BBB-, l’ultimo livello prima di essere considerato “spazzatura”. In effetti, sembra un controsenso che la banca acquisti i BTp come se fossero a rischio zero, mentre le agenzie li considerino i meno sicuri tra i titoli più pregiati. Secondo alcuni studi, un bond con rating BBB (superiore al nostro) dovrebbe essere svalutati tra il 20% e il 50% del loro prezzo nominale. Ora, se passasse un simile ragionamento, le nostre banche sarebbero come bombardate. Leggiamo qualche dato: Intesa-Sanpaolo detiene titoli di stato italiani per un controvalore di 57 miliardi, Unicredit per 50 miliardi e MPS per 30,4 miliardi, limitandoci ai primi 3 gruppi bancari del Bel Paese. Parliamo di cifre superiore in tutti e 3 i casi al loro valore di capitalizzazione in borsa, ma il caso più eclatante riguarda l’istituto di Siena, non a caso preso di mira in borsa in questi giorni (ieri ha perso il 15%). A fronte di un patrimonio netto di 9,4 miliardi e di una capitalizzazione a Piazza Affari di 2,5 miliardi, le sue esposizioni verso BoT e BTp valgono rispettivamente più di 3 e 12 volte tanto.
         

Rischiamo un’altra crisi dello spread

Se per ipotesi, passasse la linea tedesca, le svalutazioni potrebbero incidere per i 2 terzi del patrimonio netto di MPS e per oltre il doppio del suo valore in borsa, mentre Intesa e Unicredit dovrebbero iscrivere a bilancio fino a 12 e 10 miliardi di perdite rispettivamente. Non abbiamo finito con le cattive notizie: nel caso di un aumento dei rendimenti sovrani periferici, a subire maggiormente un calo dei prezzi sarebbero i bond a medio-lungo termine. Ebbene, scopriamo che più del 61% dei titoli in pancia a MPS sono decennali, contro il 35% di Intesa e il 17% di Unicredit. Significa che non solo Siena ha troppi BTp, ma li ha acquistati anche a lunga scadenza, per cui non può attendere semplicemente la scadenza per eliminare gradualmente le perdite dai suoi conti (i titoli sono rimborsati al 100% del loro valore nominale), ma dovrà accusare queste ultime per anni o rivendere i bond sul mercato, registrando con ogni probabilità una minusvalenza. Vi ricordate la crisi dello spread, che obbligò alle dimissioni da premier Silvio Berlusconi? Fu scatenata nelle settimane precedenti dalla decisione dell’Eba (“European banking authority”) su pressione di Germania e Francia di valutare i titoli di stato a bilancio per le banche al loro prezzo di mercato al 30 settembre del 2011. Il Cavaliere lasciò meno di 6 settimane dopo.

Depositi bancari in calo, allarme o solo effetto una tantum?

Per le banche tricolori arrivano, infine, segnali poco rassicuranti anche dalla stessa Italia. A novembre, il monte-depositi è sceso di 6 miliardi a 1.396,5 miliardi di euro. Parliamoci chiaro, abbiamo ancora moltissima liquidità depositata in banca, ma se i deflussi dovessero proseguire anche nei mesi successivi, sarebbe un indizio preoccupante su una probabile minore fiducia degli italiani verso le loro banche in era di “bail-in”. Non a caso è stato a fine novembre che sono stati salvati dal governo 4 istituti minori, con perdite a carico degli obbligazionisti subordinati. Che la situazione sia seria, lo fa intendere anche la Consob, che chiede lumi sulle sofferenze a Intesa, Unicredit, MPS, Ubi Banca, Bpm, Credem, Banca Popolare di Sondrio, Veneto Banca, Carige, Bper e Banca Popolare di Vicenza, mentre la BCE vorrebbe attenzionare i bilanci di Banco Popolare e Carige.  

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti:
>