Banche italiane, ecco lo scenario se Renzi perde a dicembre

La crisi delle banche italiane si è presa una pausa nelle ultime settimane in borsa, ma se il governo Renzi perde il referendum, ci sarebbe già pronto un piano per evitare il contagio. Vediamolo.

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La crisi delle banche italiane si è presa una pausa nelle ultime settimane in borsa, ma se il governo Renzi perde il referendum, ci sarebbe già pronto un piano per evitare il contagio. Vediamolo.

Una dichiarazione di ieri del tedesco Klaus Regling, presidente dell’ESM, il Fondo europeo di salvataggio, ha rilanciato l’ipotesi di un intervento dell’istituto in favore delle banche italiane, nel caso di necessità. Regling ha, infatti, da un lato sostenuto che l’Italia non avrebbe bisogno di aiuti europei, essendo in difficoltà non già l’intero suo sistema bancario, ma singoli istituti; dall’altro, però, ci ha tenuto a ricordare, come il modello di sostegno per le banche spagnole resti valido anche per altre realtà. E per logica, sono proprio le banche italiane le maggiori indiziate della necessità di un sostegno da parte dell’ESM, nel caso la situazione degenerasse.

Già, perché nell’ultimo mese, i nostri titoli bancari hanno sì recuperato il 16%, portandosi ai livelli massimi dal referendum sulla Brexit e riducendo le perdite dall’inizio dell’anno al 43% dall’oltre il 50% a cui erano arrivate nelle settimane passate, ma il trend positivo non deve trarre in inganno. In una decina di sedute, le azioni MPS sono balzate del 60%, quelle Unicredit del 14% in un paio di settimane. (Leggi anche: Crisi MPS, svanita fiducia per soluzione solo di mercato)

Decisivo sarà il referendum

Adesso, Siena capitalizza intorno agli 800 milioni, Piazza Gae Aulenti 14,5 miliardi. Entrambi gli istituti sono alle prese con il varo dei rispettivi piani industriali, anche se l’attenzione dei media e del mercato è certamente concentrata sulla prima. E c’è anche entusiasmo per la fusione in itinere tra Bpm e Banco Popolare, che darà vita alla terza banca italiana, dopo Intesa-Sanpaolo e Unicredit, rappresentando la prima operazione del genere tra le banche popolari, andando incontro all’imposizione tassativa della riforma del governo Renzi, che punta alla trasformazione in spa per gli istituti con assets al di sopra di un certo livello.

Gli investitori stanno dando credito ai lavori in corso, tra cui il piano dell’ad Marco Morelli, che prevede un aumento di capitale da 5 miliardi, da attuarsi dal 7-8 dicembre prossimo, ossia dopo il referendum costituzionale e “compatibilmente con le condizioni sui mercati finanziari”, una conferma diretta del fatto che nel caso di sconfitta del premier Matteo Renzi alla consultazione popolare del 4 dicembre prossimo, salteranno diverse operazioni bancarie e, in particolare, quella di MPS non vedrebbe la luce per diversi mesi. (Leggi anche: Crisi banche, salvataggio MPS e referendum intrecciati)

 

 

Aiuti ESM alle banche italiane con la vittoria del “no”?

Cosa accadrebbe, quindi, nel caso di vittoria del “no” al referendum? I capitali stranieri starebbero alla finestra e renderebbero impossibile l’esercizio di qualsivoglia aumento di capitale delle banche italiane. Non avrebbe alcuna speranza Rocca Salimbeni di reperire anche solo un paio dei 5 miliardi richiesti dal piano. Poiché, però, la banca non potrebbe restare per mesi in balia degli umori del mercato, finendo altrimenti per contagiare anche gli altri istituti del nostro paese e persino quelli del resto dell’Eurozona, urgerà un salvataggio ad hoc.

Escluso un intervento diretto del Tesoro di Roma, che farebbe scattare il “bail-in” a carico degli obbligazionisti subordinati, retail inclusi, l’unica reale soluzione in vista sarebbe la richiesta di aiuto dell’Italia all’ESM, che come per la Spagna nel 2012, metterebbe a disposizione fino a una cifra massima (allora, di 100 miliardi, di cui solo 40 spesi), in modo da ricapitalizzare i nostri istituti. Resta da vedere se si dovrà ugualmente passare per il coinvolgimento nelle perdite degli investitori privati, ipotesi respinta a priori da Roma.

L’ostacolo maggiore agli aiuti dell’ESM resterebbe il governo Renzi, contrario, perché vede in essi una sorta di commissariamento della UE nei confronti dell’Italia. Il problema verrebbe meno con le dimissioni del premier, che arriverebbero certamente con una sconfitta e potrebbero essere seguite dall’assegnazione dell’incarico da parte presidente Sergio Mattarella a una personalità “tecnica”, come l’attuale ministro dell’Economia e filo-UE, Pier Carlo Padoan, oppure il presidente dell’Inps, Tito Boeri. (Leggi anche: Tito Boeri premier di un governo tecnico?)

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