Banche italiane, investitori in fuga sul referendum e la crisi colpisce anche i BTp

Banche italiane travolte dalle vendite, mentre anche i BTp crollano e la sfiducia sull'economia italiana sui mercati si riflette in numeri cupi sui rischi di default.

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Banche italiane travolte dalle vendite, mentre anche i BTp crollano e la sfiducia sull'economia italiana sui mercati si riflette in numeri cupi sui rischi di default.

E’ stata una settimana da dimenticare in borsa per le banche italiane, che hanno perso mediamente oltre il 6%, scendendo ai minimi da 5 settimane. Le perdite quest’anno raggiungono il 50%, doppiando quelle dell’intera Piazza Affari, che nell’ultima ottava ha bruciato più del 3% del suo valore di capitalizzazione.

La crisi che sta investendo i nostri istituti è più generale e riguarda l’attesa instabilità politica seguente al referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo, dopo che anche tutti gli ultimi sondaggi pubblicati, prima dell’entrata in vigore del divieto, segnalano una vittoria del “no”, che porterebbe il governo Renzi alle dimissioni.

I mercati sono preoccupati, in generale, del futuro dell’economia italiana, temendo che il vento euro-scettico possa compromettere le riforme necessarie alla ripresa e la permanenza del nostro paese nell’Eurozona. Più specificatamente, ritengono che nel caso il premier Matteo Renzi si dimettesse, non ci sarebbero più sufficienti capitali privati disponibili ad essere impiegati per mettere in sicurezza le banche italiane, a partire da MPS, che anche nello scenario più ottimistico avrebbe difficoltà a varare il maxi-aumento da 5 miliardi e la contestuale cessione di quasi 28 miliardi di sofferenze lorde. (Leggi anche: Crisi banche italiane, piani fumosi e attendismo pre-referendum)

Rischio default percepito esploso quest’anno

I credit default swaps (cds), i titoli che assicurano contro il rischio fallimento, segnalano un trend preoccupante sia per le nostre banche, sia per i nostri titoli di stato. Ieri, assicurare per 5 anni i bond Unicredit comportava un esborso del 2,2%, superiore persino al costo per mettersi al riparo da un rischio default di Deutsche Bank. All’inizio di quest’anno, i cds Unicredit erano ancora all’1,35%. Va meglio per quelli di Intesa-Sanpaolo, pari all’1,64%, ma anch’essi in forte rialzo dallo 0,97% di inizio anno, mentre assicurarsi contro il crac MPS costa oltre il 4%, quando all’inizio del 2016 lo era meno del 3%.

Numeri, che segnalano quanto il mercato stia percependo un aumento del rischio, che non riguarda solo le banche italiane, bensì pure il mercato del debito sovrano.

Se i rendimenti decennali sono saliti al 2,10-2,20%, segnando un distacco di 50 punti base con i titoli spagnoli e di 180 bp con quelli tedeschi, si tratta di livelli raddoppiati rispetto a quelli vigenti solamente a metà agosto. Nel frattempo, anche i cds a 5 anni per assicurarsi contro il rischio default sovrano sono rimasti fermi, balzando in area 1,7% da meno dell’1% di inizio anno, sostanzialmente alla pari con paesi come il Messico. (Leggi anche: Spread vola, rendimenti s’impennano)

 

 

 

Economia italiana la più temuta dopo la Grecia

In Europa, peggio di noi fa solo la Grecia, mentre pure il Portogallo viene adesso considerato appena meno rischioso di noi, tutti gli altri stati sono percepiti più sicuri. A titolo di confronto, assicurarsi contro un possibile crac del governo tedesco costa appena lo 0,22%, in Francia lo 0,38%, in Spagna lo 0,86-87%. Le probabilità di default sui BTp sono stimate al 2,4%, percentuali basse in valore assoluto, ma inusitate presso le economie avanzate. In Germania sarebbero allo 0,4-0,5%.

Questa ridda di cifre ci fornisce un’immagine poco rassicurante sulla resilienza della nostra economia a un eventuale shock di natura finanziaria, magari scaturente da una crisi politica. L’altro ieri, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha raffreddato gli entusiasmi sul pil, sostenendo che ritorneremmo ai livelli pre-crisi del 2007 solo a metà degli anni Venti. Per quell’ora, quindi, avremmo perso non uno, bensì due decenni, ma considerando che già prima della crisi eravamo sostanzialmente fermi da oltre un decennio, la nostra economia rischia di bruciare trenta anni. Chi fosse nato a metà degli anni Novanta e oggi avesse sui 20 anni, potrebbe iniziare a percepire un minimo di crescita solo all’età di 30 anni. Un incubo! (Leggi anche: Ripresa Italia nel 2025)

 

 

 

 

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