Crisi banche italiane, intervento statale per 20 miliardi sarà pure insufficiente

Le banche italiane potrebbero non salvarsi nemmeno con i 20 miliardi messi a disposizione dal governo. I numeri ci spingono a ritenere che potrebbe servire fino a tre volte tanto.

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Le banche italiane potrebbero non salvarsi nemmeno con i 20 miliardi messi a disposizione dal governo. I numeri ci spingono a ritenere che potrebbe servire fino a tre volte tanto.

Questione di ore e dovremmo conoscere finalmente il destino di MPS, che si avvia verso la nazionalizzazione, se non sarà in grado di reperire in piena autonomia i 5 miliardi di euro necessari per ricapitalizzarsi. Il governo ha già attivato la previsione contenuta nella legge di stabilità 2017, quella che lo autorizza ad elevare fino a 20 miliardi di euro il debito pubblico, al fine di mettere in sicurezza le banche italiane.

Una cifra notevole, che farà schizzare al 134% del pil il nostro indebitamento sovrano, ma che potrebbe risultare persino insufficiente a salvare del tutto il sistema bancario italiano.

I numeri forniti da Deutsche Bank spiegano che di quattrini pubblici potrebbero servirne 30 miliardi. La cifra deriva da un calcolo, quello effettuato da Unicredit per coprire le perdite potenziale sui crediti deteriorati al 40% e al 75% sulle sofferenze, la categoria più a rischio dei prestiti. (Leggi anche: Banche italiane salvate con le tasse dei contribuenti)

I numeri delle banche italiane

Secondo l’istituto tedesco, seguendo tale logica, le banche italiane avrebbero oggi un “buco” nel loro capitale di 52 miliardi, di cui sarebbero in grado di coprire solo una ventina di miliardi sul mercato. Il resto glielo dovrebbe mettere, quindi, lo stato. Ed ecco, perciò, che i 20 miliardi destinati dal governo Gentiloni potrebbero non bastare.

Deutsche Bank a parte, facciamo qualche calcolo anche noi. Alla fine del giugno scorso, le banche italiane detenevano crediti deteriorati (“Non performing loans”) per 356 miliardi di euro, pari al 18% dei prestiti complessivi, una percentuale di gran lunga superiore alla media europea, che si attesta poco al di sopra del 5%. In Germania, gli Npl sono scesi, addirittura, al 2,34%, in Francia sono elevati in valore assoluto, ma valgono appena il 4% dei prestiti, mentre nella stessa Spagna sono ormai solamente a poco più del 6%. (Leggi anche: Crisi banche italiane, servono troppi soldi per salvarle)

 

 

 

 

Mercato Npl limitato, rischio di crisi prolungata

Se dovessimo abbattere gli Npl ai livelli europei, dovremmo ridurli di due terzi a non oltre 120 miliardi, 75 miliardi in meno dei livelli netti attuali.

Tenendo conto dei 20 miliardi pubblici sul piatto, mancano ancora 55 miliardi. Non è nemmeno detto che queste cifre siano il conto definitivo, perché presuppongono una valutazione dei crediti deteriorati al prezzo medio di un terzo di quello nominale, in linea con quello fissato per l’operazione MPS, che a fronte di 27,6 miliardi ceduti, spera di incassarne 9,2.

Ma sul mercato (ridotto) degli Npl, le valutazioni sono arrivate a scendere fino al 16% e in molti casi sono state pari al 25%. In altri termini, gli investitori starebbero prezzando il rischio di insolvenza sui crediti in forse delle nostre banche a livelli molto più elevati di quanto non stiano facendo gli istituti nei loro bilanci, nonostante la garanzia statale accordata su tali cessioni.

Il problema sta proprio nella ridotta capacità del nostro mercato di assorbire elevate quantità di crediti ceduti. Quest’anno, si è registrato sì un boom delle transazioni, ma pur sempre ad appena 22 miliardi stimati e Pwc calcola in 50 miliardi il loro valore atteso per l’anno prossimo. Troppo poco, rispetto alle reali necessità dei nostri istituti, che rischiano di dovere attendere anni, prima di fare reale pulizia nei loro bilanci, esponendosi a lungo alle incertezze degli investitori. (Leggi anche: Crisi banche italiane durerà a lungo)

 

 

 

 

 

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