Banche italiane, contagio in vista con il flop della Popolare di Vicenza?

Banche italiane a rischio contagio dopo il fallimento dell'aumento di capitale della Popolare di Vicenza? Il fondo Atlante non riesce a garantire alcuna fiducia tra gli investitori, è solo l'ennesimo flop degli espedienti trovati per mettere in sicurezza il nostro sistema bancario.

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Banche italiane a rischio contagio dopo il fallimento dell'aumento di capitale della Popolare di Vicenza? Il fondo Atlante non riesce a garantire alcuna fiducia tra gli investitori, è solo l'ennesimo flop degli espedienti trovati per mettere in sicurezza il nostro sistema bancario.

Parlare di insuccesso per l’aumento di capitale della Banca Popolare di Vicenza è farle un complimento. Degli 1,5 miliardi di euro chiesti al mercato, questi gliene ha offerti appena 115 milioni, ovvero poco meno del 7,7%. E quasi il 70% è arrivato da un unico investitore: Mediobanca. Il resto, ovvero circa 35 milioni, è quanto la banca vicentina è riuscita a sollecitare tra 9 investitori istituzionali e la clientela retail, ovvero tra i piccoli investitori, che hanno messo sul piatto appena 115 mila euro. Numeri shock, che danno il senso della totale assenza di fiducia regnante sul mercato verso gli istituti più deboli del Belpaese. A questo punto, il meglio (o peggio, fate voi) è arrivato nel tardo pomeriggio di ieri, anche se era parzialmente previsto: Borsa Italiana ha respinto la richiesta di BPVi di quotarsi a Milano. L’IPO non s’ha da fare, perché per regolamento una società a Piazza Affari deve quotare almeno un quarto del suo capitale, in modo che vi sia sufficiente flottante libero da negoziare e il meccanismo di formazione dei prezzi ne risulti efficiente. Qui, eravamo in presenza di meno dell’8%. Un’interpretazione alquanto interessata puntava ugualmente alla quotazione, in considerazione del frazionamento del capitale detenuto dai soci di Atlante, che sono i veri sconfitti di quanto accaduto.

Fondo Atlante è un altro flop

Questi dovranno accollarsi adesso l’intero aumento, arrivando a detenere complessivamente il 99,33% della Popolare di Vicenza, visto che i vecchi soci hanno visto scendere la loro quota totale a un ridicolo 0,66%. Questi non possono aspirare nemmeno a rivendere i titoli sul mercato, trovandosi in una posizione di estrema minoranza e ai margini del processo decisionale dell’istituto. Contrariamente alle attese ottimistiche della grande stampa finanziaria italiana, sempre attenta a suonare lo spartito sottopostole dal sistema bancario nazionale, la nascita di Atlante non ha smosso di un solo euro il mercato. Nessuna ritrovata fiducia sui salvataggi a carico dei privati, sull’operazione di sistema benedetta dal governo Renzi, che sperava così di stendere un velo pietoso a un suo insuccesso, quello sull’ottenimento dalla UE della possibilità di garantire pubblicamente le cessioni delle sofferenze bancarie.

     

Crisi di fiducia su banche non frenata da Atlante

Scartata da Bruxelles l’ipotesi della “bad bank”, rivelatasi un flop la garanzia pubblica del governo, naufragato tra l’indifferenza degli investitori l’espediente di Atlante, le banche italiane sono rimaste senza un vero patrono. Il fondo era sorto proprio per impedire che l’eventuale insuccesso di una ricapitalizzazione di Vicenza e di Veneto Banca desse il via a una crisi di fiducia sul nostro sistema bancario. Ciò è appena accaduto, anche se la ricapitalizzazione è ugualmente avvenuta, ma a carico di Atlante, ovvero di alcune grandi banche e assicurazioni italiane, oltre che della Cdp. Se non vi fosse stato il fondo, a doversi fare carico di tutto l’inoptato sarebbe stata Unicredit, che aveva ingenuamente accettato di garantire l’aumento. E qui arriviamo al vero punto di domanda: ma Atlante puntava e punta davvero a ricapitalizzare gli istituti deboli o mirava semplicemente a sgravare Unicredit dall’incombenza? Il dubbio è lecito, perché era evidente fino a poche settimane fa il guaio in cui si sarebbe cacciata la seconda banca italiana per valore di capitalizzazione in borsa, nel caso in cui avrebbe dovuto impiegare 1,5 miliardi per salvare di fatto Vicenza. A quel punto – il timore del gotha finanziario – sarebbero potute scattare grosse vendite sul titolo della salvatrice suo malgrado, e ciò avrebbe rischiato di degenerare in un contagio, quando già i titoli bancari hanno perso mediamente circa un terzo del loro valore dall’inizio dell’anno. Dobbiamo chiederci, però, se paradossalmente il rischio contagio oggi non possa risultare persino accresciuto. Il mercato potrebbe evidenziare il fatto, che pur in presenza di un veicolo garante, la prima ricapitalizzazione avvenuta dopo la sua nascita sia stata un flop totale. Se nemmeno la certezza di un intervento del sistema bancario “solido” a garanzia degli aumenti ha avvicinato un solo investitore, cos’altro servirà per ripristinare la fiducia?      

Rischio contagio imminente forse non c’è, ma sarà lotta contro il tempo

D’altra parte, non si capisce la ragione, per cui la nascita di Atlante avrebbe dovuto incentivare gli acquisti delle azioni della Popolare di Vicenza, così come di quelle di Veneto Banca nelle prossime settimane.

Il fondo garantisce, infatti, che l’operazione vada a buon fine, non che i prezzi dei titoli siano destinati a crescere. Vero è che la buona riuscita della ricapitalizzazione consolida la banca beneficiaria e ciò spingerebbe verso l’alto il suo valore in borsa, ma il caso MPS dimostra che continue iniezioni di capitali, a fronte di elevate sofferenze, di inefficienze gestionali e di grosse esposizioni verso il debito sovrano, non hanno praticamente alcun effetto positivo. Siena ha perso dall’ultima maxi-ricapitalizzazione di 5 miliardi i due terzi del suo valore, valendo oggi meno del 40% delle risorse apportate all’istituto nell’estate scorsa. I dubbi sul raggiungimento degli obiettivi da parte del fondo sono seri, anche perché i già scarsi 6 miliardi di raccolta a cui puntavano i soci sono scesi a 4,25 miliardi effettivi e dopo quanto accaduto ieri è improbabile che aumentino. Minori capitali raccolti sul mercato e la copertura integrale del primo aumento riducono fortemente le risorse disponibili sia per i successivi aumenti (900 milioni sarebbero da stanziare per Veneto Banca), sia anche per l’acquisto delle sofferenze bancarie. Senza una soluzione concreta e veloce alle maggiori criticità del nostro sistema bancario – sofferenze, bassa redditività, alte esposizioni verso il nostro debito pubblico – il rischio di un avvitamento della fiducia è elevato e potrebbe riguardare anche gli istituti più solidi, sui quali aleggerebbe lo spettro di salvataggi e fusioni a loro carico, di cui Atlante sarebbe stato solo un assaggio.  

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