Banche italiane in fuga dai BTp? Ecco cosa sta accadendo

Le banche italiane stanno vendendo BTp a ritmi da record. Ma è il caso di gridare all'allarme?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le banche italiane stanno vendendo BTp a ritmi da record. Ma è il caso di gridare all'allarme?

Hanno fatto scalpore i calcoli della banca d’affari Jefferies, secondo cui a dicembre le banche italiane hanno venduto BTp per un controvalore di 12,6 miliardi di euro e nell’ultimo trimestre dell’anno per complessivi 40 miliardi. La riduzione del portafoglio titoli di stato domestici da parte degli istituti tricolori sarebbe stata senza precedenti per dimensioni. La banca ha anche calcolato che dall’avvio del “quantitative easing” della BCE alla fine del 2017, l’alleggerimento totale sarebbe stato di 100 miliardi, un ammontare passato di mano dalle banche italiane per l’appunto alla BCE.

Viste così le cose, sembra che vi sia una fuga dal nostro debito sovrano. In realtà, il discorso è ben più complesso. Era la fine del 2011, quando in piena emergenza spread, da neo-governatore Mario Draghi lanciava le aste Ltro, replicate due mesi dopo a febbraio e che iniettavano liquidità alle banche dell’Eurozona per oltre 1.000 miliardi, un quarto dei quali alle sole italiane. Quel denaro sarebbe dovuto servire per sostenere il credito all’economia reale, ma i dati dei bilanci dimostrano senza ombra di dubbio che fu utilizzato nel nostro Paese, in particolare, per aumentare le esposizioni verso il debito pubblico nazionale, a discapito proprio del più rischioso credito a famiglie e imprese. Del resto, la crisi che aveva colpito i BTp ne aveva fatto impennare i rendimenti, ovvero crollare i prezzi. Alle banche italiane non parve vero di potere acquistare bond a valori stracciati e grazie a liquidità ottenuta a medio-lungo termine a costo quasi azzerato.

Se fino ad allora, il portafoglio titoli di stato domestici era stato nell’ordine di 150-200 miliardi per le banche italiane, successivamente esplodeva fino all’apice di circa 430 miliardi di inizio 2015, quando la BCE inizia ad acquistare bond sovrani, Abs, covered bond e successivamente anche corporate bond al ritmo di 60 miliardi al mese, innalzato tra la metà del 2016 e quella dell’anno scorso a 80 miliardi e da questo gennaio dimezzato a 30 miliardi mensili fino al settembre prossimo. Circa l’80% di questa liquidità aggiuntiva si è riversata sui titoli di stato dell’Eurozona e l’Italia ha rappresentato intorno a più di un ottavo degli acquisti complessivi. (Leggi anche: Sulle banche italiane in arrivo doppia mazzata UE su Npl e bond)

Lo scenario con l’avvento del QE

I rendimenti sono letteralmente precipitati con l’avvio del QE, tanto che i decennali italiani, che alla fine del 2011 erano arrivati fino al 7,4%, a un certo punto sono scesi a un minimo di poco superiore all’1% e oggi si attestano intorno al 2%. Man mano che i prezzi sono saliti e i rendimenti scesi, le banche italiane hanno trovato opportuno liberarsene, vuoi per realizzare plusvalenze, vuoi anche per la normalizzazione dei corsi, che nei fatti ha reso meno appetibili i titoli nostrani rispetto ai mesi drammatici della crisi.

C’è di più: il legame eccessivo tra banche e Tesoro è stato notato anche dalle istituzioni europee, che da tempo minacciano interventi per giungere a un rapporto meno incestuoso tra le due parti. Perché? Con l’Unione bancaria, pur incompleta, i rischi degli istituti nell’Eurozona vengono progressivamente mutualizzati, ma la Germania guida il fronte, anche in questi giorni di trattative per varare il terzo governo di Grosse Koalition a guida Angela Merkel, di chi crede che nessuna condivisione dei rischi è possibile, se non prima questi vengono abbassati. Da qui, due proposte sinora solo teoriche, ma che forse verranno tradotte in realtà già dai prossimi mesi: porre un tetto massimo alla detenzione di bond sovrani rispetto a un qualche criterio patrimoniale; valutare i bond sovrani al pari dei prestiti privati, obbligando le banche, cioè, ad accantonare capitale a copertura delle possibili perdite.

In previsione di possibili mutamenti normativi punitivi, le banche italiane potrebbero avere accelerato la cessione dei BTp negli ultimi mesi, anche se il fenomeno in sé s’inquadra in una tendenza più che naturale e dovrebbe, anzi, essere salutato positivamente, perché segnala un graduale ritorno alla normalità, dopo anni di acquisti a iosa, ma frutto di una condizione straordinariamente negativa sui mercati. Certo, fino a quando le vendite vengono assorbite dalla BCE, di fatto oggi unico acquirente netto di BTp, non avvertiremo grosse anomalie, tanto che in questi mesi i rendimenti sono rimasti sostanzialmente stabili. Il problema si porrà con la fine del piano di stimoli, quando gli acquisti di Francoforte verranno meno e dovremmo cercare acquirenti sul mercato. E se le banche italiane non comprano, dovremmo rivolgersi essenzialmente a quelle straniere, oltre che alla famiglie italiane. La ricerca non sarà indolore, perché spingerà i rendimenti in alto e aumenterà il costo del debito. Forse, i nostri istituti si stanno preparando a questo scenario, per cui trovano più conveniente vendere prima che debbano farlo a prezzi calanti, in assenza del sostegno di Draghi. Avendo in pancia ancora sui 340 miliardi di BTp, saremmo solo agli inizi. (Leggi anche: Banche e BTp, perché saremmo alla vigilia di una tempesta perfetta)

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Banche italiane, Bce, bond sovrani, Crisi delle banche, Economia Italia, quantitative easing, stimoli monetari

I commenti sono chiusi.