Crisi banche italiane, voragine dei prestiti dubbi fino a 120 miliardi

La crisi delle banche italiane preoccupa Bruxelles e i 20 miliardi stanziati dal governo per il salvataggio di MPS e altre appaiono persino insufficienti. La montagna dei crediti dubbi è difficile da smaltire e le perdite potenziali sarebbero enormi.

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La crisi delle banche italiane preoccupa Bruxelles e i 20 miliardi stanziati dal governo per il salvataggio di MPS e altre appaiono persino insufficienti. La montagna dei crediti dubbi è difficile da smaltire e le perdite potenziali sarebbero enormi.

Le vicissitudini legate al dibattito sui conti pubblici e alla manovra da 3,4 miliardi richiesta dalla Commissione europea per frenare la corsa del nostro debito ci hanno forse fatto perdere di vista i rischi a tutt’oggi sussistenti con la crisi delle banche italiane. Il varo del decreto da 20 miliardi, con cui il governo Gentiloni sta cercando di mettere in sicurezza i nostri istituti, a partire da MPS, Veneto Banca e Popolare di Vicenza, non solo ha solo avviato un processo del tutto in itinere, ma ancora non siamo nemmeno in grado di comprendere bene cosa accadrà agli obbligazionisti subordinati di Siena, date le divergenze di veduta tra BCE e Commissione sul punto, con la prima a chiudere un occhio sul salvataggio pubblico dei piccoli investitori, che Bruxelles vede, invece, come un aiuto di stato e tale da fare scattare il “bail-in”, il complesso delle nuove norme sui salvataggi bancari.

La preoccupazione dell’Europa sulle banche italiane deriva dalla consapevolezza, che persino più del nostro ingente debito pubblico, una loro crisi sarebbe in grado di propagarsi nel resto dell’unione monetaria e di travolgerne l’impalcatura. Nel migliore dei casi, ragionano i commissari, questa situazione di crisi perdurante ormai da anni non consentirà all’economia italiana di ripartire, visto che imprese e famiglie non potranno giovarsi del sostegno del credito, nonostante condizioni sui mercati mai così vantaggiose. (Leggi anche: Tra banche e italiani non c’è fiducia)

Sofferenze bancarie non accennano a diminuire

Le banche italiane sono gravate da crediti deteriorati lordi per 356 miliardi (176 miliardi netti), di cui al dicembre scorso 200,9 miliardi erano sofferenze, ovvero realmente a rischio insolvenza, delle quali 86,9 miliardi al netto delle svalutazioni. Messe peggio delle nostre vi sono solo le banche di Grecia, Portogallo e Spagna.

Il fatto che di mese in mese, trimestre in trimestre, i progressi siano quasi impercettibili sul fronte della riduzione dello stock dei crediti dubbi segnala la difficoltà che le nostre banche incontrano nello smaltimento. Le dimensioni del nostro mercato degli Npl (“Non performing loans”) sono molto ridotte e non tali da consentire agli istituti di sbarazzarsi con rapidità desiderata delle zavorre presenti nei loro bilanci.

(Leggi anche: Sofferenze bancarie: tempi lunghi, ricorso all’Europa obbligato)

Perdite su sofferenze sarebbero più alte

Un mercato piccolo e poco liquido non solo non consente la cessione di stock adeguati, ma smaltisce anche a prezzi di gran lunga inferiori a quelli di iscrizione nei bilanci, con la conseguenza di aggravare lo stato di salute patrimoniale delle banche italiane.

Queste hanno svalutato di poco più del 50% il valore dei crediti deteriorati, cioè hanno già tenuto conto che oltre la metà di quei 356 miliardi di prestiti erogati e sopra indicati non tornerà indietro. La parte più a rischio di questi prestiti, le sofferenze, è stata svalutata già del 57%. Basta? E’ proprio questo il dramma; potrebbe sembrare che le banche italiane abbiano fatto pulizia nei loro bilanci, mentre le cose appaiono diversamente. (Leggi anche: Crisi banche italiane durerà a lungo)

Rischio di prezzi su cessioni molto bassi

In questa fase, tra cessioni in itinere e altre in programma, i nostri istituti punterebbero a smaltire sul mercato sui 70 miliardi di euro di crediti a rischio, una cifra enorme, se si considera che in tutto il 2016 non si sarà andati oltre a una trentina di miliardi ceduti, pur in netta crescita dai 19 miliardi dell’anno precedente, cifra a sua volta più che raddoppiata rispetto al 2014.

Se tutte le banche si precipitano a vendere, non si richiede una laurea in economia per capire che di conseguenza i prezzi dei prestiti ceduti tenderanno a diminuire. E, infatti, è quanto le stesse protagoniste stanno mettendo in conto in questi mesi. Unicredit vorrebbe liberarsi di crediti deteriorati per 17 miliardi, ma sapete a quale prezzo medio? Del 12,9%! Significa che ipotizza di incassare non più di 2,2 miliardi e ciò inevitabilmente ha già gravato i conti 2016 di svalutazioni per 12 miliardi e che hanno mandato il bilancio d’esercizio in profondo rosso, rendendo necessario un maxi-aumento da 13 miliardi, appena conclusosi con successo, fortunatamente.

(Leggi anche: Sofferenze, perché in Italia non c’è un mercato per smaltirle?)

E se le maggiori perdite fossero di 120 miliardi?

Il 12,9% è percentuale da fare arrossire persino il 17,5% applicato dal Tesoro nel novembre 2015 per stimare il valore dei crediti dubbi delle quattro banche salvate (Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti). Allora iniziò una lenta e costante bufera in borsa sul comparto bancario, dato che le ipotesi più pessimistiche si fondavano su valutazioni intorno al 25-30% medio per gli Npl delle banche italiane.

Immaginiamo un attimo, che il 13-15% diventi un prezzo di riferimento (“benchmark”) per tutto il mercato dei crediti dubbi italiani. Ciò implica che i quasi 360 miliardi lordi di cui sopra sarebbero valutati appena 50-55 miliardi, ovvero a circa 120 miliardi in meno rispetto al valore netto iscritto nei bilanci. Sarebbe un massacro per i conti bancari, perché ne risulterebbe intaccato il 60% del patrimonio netto tangibile. (Leggi anche: Crisi banche, come siamo arrivati a tanto

Anche dai BTp arrivano cattive notizie

Il pessimismo inizia a farsi strada, non fosse altro perché più passa il tempo, più il valore dei crediti tende a diminuire. Una cosa, infatti, è che un cliente sia in ritardo di un mese con la banca per il pagamento di un prestito o un mutuo, un’altra è che l’inadempienza salga a 1-2 anni, etc. In questo secondo caso, le speranze di rivedere restituita anche solo una minima parte del prestito crollano drasticamente e le banche sono costrette a “svendere” tali crediti a percentuali anche risibili, scontando come alternativa un incasso pari a zero.

Di fronte a questo scenario, i 20 miliardi stanziati dal governo per impedire il fallimento di MPS e qualche altra piccola banca appaiono noccioline. E i problemi per i nostri istituti non si fermano alle sofferenze. A bilancio detengono titoli di stato italiani per 375 miliardi. Il valore di questi assets si sta riducendo, come evidenzia l’aumento dei rendimenti dei BTp negli ultimi sei mesi. (Leggi anche: Crisi banche italiane, intervento statale da 20 miliardi sarà anche insufficiente)

Senza credito, l’economia italiana non riparte

Per ogni 1% di diminuzione dei prezzi medi, il colpo virtualmente accusato dalle banche italiane sarebbe pari a quasi 4 miliardi, anche se parliamo di perdite solo potenziali, ovvero di minusvalenze nel caso di cessioni sul mercato prima delle scadenze.

E il riferimento è al mese di agosto, quando i prezzi toccarono il picco, ma le nostre banche hanno iniziato a rastrellare i BTp sin dal 2011, quando i rendimenti erano alti e i prezzi bassi, per cui non è detto che il bilancio sia per loro negativo nemmeno da qui ai prossimi mesi. Il trend, però, non giova, perché dalla compravendita di bond sovrani era emersa la capacità per le nostre banche di maturare profitti, limitati per altra via sia dall’elevato stock di crediti a rischio, sia dagli interessi infimi vigenti sul mercato.

Mettiamoci in testa, che senza il sostegno dei prestiti bancari, l’economia italiana non ripartirà. Dal 2007, gli investimenti sono crollati del 20%, mentre i consumi sono diminuiti in termini reali. Per fare lievitare i primi e i secondi, servirebbe riaprire i rubinetti del credito, cosa altamente improbabile con un prestito su cinque a rischio, che sale a uno su quattro, scorporando i prestiti verso la Pubblica Amministrazione. E parliamoci chiaramente, serviranno anni prima di risolvere il problema e le prospettive a breve non appaiono affatto rasserenanti, stretti come siamo tra uno stallo politico interno e tensioni nel resto dell’Eurozona, dove il responso delle urne in diversi stati potrebbe mettere in forse la sopravvivenza della moneta unica stessa. (Leggi anche: Crisi italiana, investimenti crollati dal 2007)

 

 

 

 

 

 

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