Banche italiane e BTp, per la ripresa è un legame perverso da non difendere più

Banche italiane e titoli di stato, un legame ormai "perverso", che il nostro governo non dovrebbe difendere contro le proposte tedesche, ma cercare di recidere per il bene della ripresa economica.

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Banche italiane e titoli di stato, un legame ormai

Le banche italiane possedevano alla fine del 2015 quasi 390 miliardi di euro di titoli di stato italiani, quasi una ventina in meno in appena un mese, ma il doppio dei livelli registrati solamente alla fine del 2011, quando la crisi del nostro debito sovrano era appena esplosa. Potrebbe sembrare curioso, ma proprio durante la fase più critica per i nostri titoli di stato, le esposizioni dei nostri istituti sono più che raddoppiate, arrivando al top di 424 miliardi nel febbraio dello scorso anno, a poche settimane dall’inizio dell’attuazione del “quantitative easing” della BCE. Al momento, la quantità di bond governativi in pancia al nostro sistema bancario rappresenta quasi l’11% degli attivi, una percentuale tripla rispetto a quella registrata dalle banche tedesche. E’ evidente come i titoli bancari del Belpaese siano stati penalizzati profondamente in borsa negli ultimi anni, man mano che lo spread BTp-Bund lievitava, innescando un circolo vizioso tra bilanci dello stato e quelli degli istituti.

Troppi bond nei bilanci bancari

Il legame tra banche e Tesoro si è consolidato proprio con la crisi e aldilà delle interpretazioni, è stato fortemente voluto e perseguito, a partire dalla BCE. Nel dicembre del 2011 e poi nel febbraio del 2012, Francoforte teneva 2 aste Ltro, con le quali erogava liquidità illimitata alle banche dell’Eurozona fino a 3 anni e al tasso di appena l’1%. Degli oltre mille miliardi di liquidità iniettata nel circuito creditizio, un quarto andò ai nostri istituti: ben 255 miliardi! Questo denaro, lungi dall’essere stato impiegato per sostenere gli impieghi in favore di imprese e famiglie in Italia, si è tradotto in un aumento di 200 miliardi di euro di titoli di stato detenuti. Si capisce benissimo, quindi, perché nonostante tutta questa liquidità messa a disposizione degli istituti, non un solo euro sia arrivato all’economia reale.    

Aste Ltro sono un acquisto indiretto di bond

Si è trattato di una scelta ben precisa del governatore Mario Draghi, che appena insediatosi a capo della BCE, si ritrovò dinnanzi al rischio di dovere dichiarare la fine dell’unione monetaria, effettivamente sfiorata nell’estate del 2012.

Non potendo acquistare direttamente i bond emessi dai governi, né essendo pronto un reale piano di sostegno diretto ai titoli dell’Eurozona, a Francoforte ci s’inventò le aste Ltro, ovvero liquidità a bassissimo costo e a fiumi per le banche, le quali l’avrebbero potuta così impiegare per acquistare bond sul mercato e impedirne la caduta dei prezzi, alias la forte crescita dei rendimenti. La strategia funzionò nella sostanza, anche se non fu il solo elemento a fare rientrare per Italia, Spagna e Portogallo l’allarme spread. Resta il fatto che il rafforzamento del legame tra banche e governi inizia a mostrare qualche effetto collaterale: per i bilanci delle prime i corsi dei titoli di stato diventano sempre più influenti, mentre i secondi non possono fare a meno della domanda degli istituti.

Più bond, meno prestiti

E’ stato calcolato che per ogni euro che le banche acquistano dei titoli di stato, riducono di 70 centesimi il monte-prestiti. In pratica, le maggiori esposizioni degli istituti di credito verso il Tesoro si traducono in un calo degli impieghi produttivi e, quindi, in un freno alla ripresa. D’altra parte, il boom delle sofferenze induce le banche a puntare proprio sui bond, che a rischio zero e con la prospettiva di una continua crescita dei corsi, grazie agli stimoli incessanti della BCE, si mostrano vantaggiosi e sicuri. Perché mai una banca dovrebbe rischiare di perdere in tutto o in parte il denaro prestato a un’impresa italiana, che opera in un’economia ancora lontana dai livelli di ricchezza raggiunti nel 2007, quando può acquistare titoli di stato, attingendo all’elevata liquidità sui mercati e a costo quasi nullo (i tassi di mercato sono stati azzerati dalle politiche accomodanti delle principali banche centrali) e confidando nella tenuta dei corsi o persino in una loro risalita, grazie al QE e non solo?        

Proposta tedesca avrebbe duri effetti d’impatto

La proposta ufficiosa della Germania di limitare a un quarto del capitale gli acquisti di bond delle banche sarebbe certamente un disastro per l’Italia nel breve termine, se fosse applicata in maniera rigida e senza una dovuta fase di transizione.

Significherebbe prima il Tesoro italiano di una parte consistente di domanda per il suo ampio mercato del debito, aumentando il costo di rifinanziamento dei titoli in scadenza, che si riverserebbe sulle casse statali. Inoltre, spingerebbe le stesse banche a precipitarsi a sbarazzarsi dei bond eccedenti, con la doppia conseguenza negativa di un crollo dei prezzi e la registrazione di perdite nei loro bilanci. In questo caso, si assisterebbe a un nuovo fabbisogno di capitale per i nostri istituti. Tuttavia, alla Germania non andrebbe opposta una resistenza ideologica, perché chi ritiene che sia compito delle banche assicurare che il debito di nuova emissione dello stato sia rifinanziato mostra una visione distorta del ruolo del sistema creditizio, che consiste nel sostenere gli investimenti delle imprese e gli acquisti di beni durevoli delle famiglie.

Ma niente chiusura aprioristica

Poiché un euro impiegato per un BTp significa quasi un euro sottratto all’economia reale, proprio questa difesa del legame quasi perverso tra banche e Tesoro rischia di trasformarsi in un boomerang per l’Italia, allontanando la ripresa. E’ evidente come Berlino utilizzi il tema quale contropartita per la garanzia unica sui depositi, avversata strenuamente, ma anche in questo caso la battaglia dell’Italia per ottenere quest’ultima appare senza un vero senso. Draghi e la Commissione europea propongono di istituire una garanzia unica su tutti i depositi dell’Eurozona, a prescindere dal paese in cui sono realizzati, in modo da creare fiducia intorno all’unione monetaria e alle sue banche, cosicché i risparmiatori evitino di spostare il loro denaro laddove avvertono che esso sia più tutelato. Ma l’Italia non è tra i paesi a dovere temere una fuga dei capitali per una simile ragione, perché al contrario è uno di coloro che maggiormente assicura i risparmi in banca. Dunque, la condivisione dei rischi è persino tendenzialmente controproducente per il nostro sistema bancario, perché fa venire meno uno dei aspetti dei suoi tratti distintivi positivi.

       

Ripresa economica necessita meno bond in pancia alle banche

Meglio sarebbe, se il governo Renzi opponesse alla Germania una controproposta, tesa a recidere in un arco di anni sufficiente e con gradualità il legame tra banche e titoli di stato. Ne beneficerebbe l’economia italiana, seppure non da subito, perché le banche tornerebbero a fare il mestiere per cui sono nate. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, qualche settimana fa, commentando la proposta dei 5 “saggi” economici del governo tedesco, ha spiegato che la soluzione voluta da Berlino sarebbe un’ingerenza nelle politiche delle banche. In effetti, così com’è stata concepita, sarebbe un’interferenza con la loro policy. Ma la stessa Germania, stavolta per bocca del governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, propone anche di limitare gli acquisti dei bond con la fine della loro valutazione “risk free”, ossia prevedendo che anche questi titoli, similmente a qualsivoglia tipo di impiego alternativo siano valutati sulla base del rischio effettivo, come da rating emessi dalle agenzie internazionali.

Fine del rischio zero per i titoli sovrani

Si porrebbe fine a una distorsione, che è proprio alla base del boom dei titoli in pancia ai nostri istituti: prestare denaro a un’impresa significa ponderarne il rischio e accantonare un minimo di capitale, mentre comprare BTp, Bonos, Bund, etc., non richiede alcun accantonamento. Dunque, è conveniente anche per questa ragione. Niente limiti arbitrari, dunque, ma almeno si dia vita a regole omogenee, che possano creare quelle condizioni di neutralità normativa di stimolo al credito all’economia. Più che una battaglia di retroguardia dagli effetti negativi nel medio-lungo termine, l’Italia faccia un passo avanti alla Germania e guardi a ciò che maggiormente interessa il nostro paese: la crescita.  

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