Banche italiane: rischiamo l’uscita dall’euro con una nuova crisi in stile 2011

La crisi delle banche italiane è un rischio sistemico, tale da far parlare di "Italeave", ovvero del rischio che il nostro paese esca dalla UE, o meglio, dall'euro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi delle banche italiane è un rischio sistemico, tale da far parlare di

Così lontano e così vicino è il ricordo di un premier in fuga da Palazzo Chigi per il “bombardamento” dei mercati finanziari. Era il novembre 2011, meno di 5 anni fa, quando Silvio Berlusconi lasciava il governo tra i fischi e le urla dei centinaia di italiani ammassatisi davanti alla sede dell’esecutivo. Un’eternità sul piano politico, tempi biblici per i mercati, ma come una maledizione torna vivida l’immagine di quell’addio così improvvisato e così drammatico. Quando sembrava che ci fossimo messi alle spalle almeno il peggio, proprio il peggio sta forse per tornare davanti ai nostri occhi. E lungi dal ripetersi, la storia potrebbe semplicemente essere stavolta peggiore del recente passato.

Le banche italiane stanno collassando sotto i colpi di quella montagna di 360 miliardi di crediti deteriorati, di cui 200 miliardi sono le sofferenze lorde e 84 quelle al netto delle svalutazioni. Il caso più allarmante è quello di MPS, che a fronte di 27 miliardi di sofferenze, detiene un patrimonio netto di appena 9,5 miliardi e vale in borsa in questi giorni intorno agli 800 milioni di euro, dopo aver mandato in fumo l’80% del suo valore in appena un anno.

Crisi banche, rischio sistemico

Le cose non si sono messe bene anche per Unicredit, unica banca sistemica italiana inserita nella lista Sifi, che quest’anno perde in borsa circa i due terzi del suo valore di capitalizzazione. Attualmente, vale qualcosa come 11 miliardi, 5 volte in meno il suo patrimonio.

Dall’inizio dell’anno, le 17 banche italiane quotate a Piazza Affari hanno perso il 57%, trascinando nel baratro i listini milanesi, che cedono quasi il 28% in poco più di 6 mesi. Numeri, che danno il senso dell’emergenza in corso, come segnalano i titoli in prima pagina dedicati alla crisi del nostro sistema bancario presso tutti i grandi quotidiani internazionali.

 

 

Italia fuori dall’euro per alcuni analisti

Perché tanta attenzione sul palcoscenico mondiale verso l’Italia, così spesso ignorata? Potremmo tirarla per le lunghe, ma bastino le parole dello strategist di Wells Fargo, Brian Jacobsen, secondo cui dopo la Brexit, la crisi delle banche italiane potrebbe portare presto all’“Italeave”, ovvero all’uscita dell’Italia dalla UE.

Parole grosse, sproporzionate, ma che colgono la drammaticità del momento. La permanenza dell’Italia nelle istituzioni comunitarie non è minimamente in dubbio, quella nell’euro, invece, sì. Alla base del rischio c’è un mix insostenibile ancora a lungo: economia, banche, debito pubblico e governo.

Ripresa Italia già finita

La Brexit sta colpendo la ripresa già fragile dell’Italia, attraverso una crisi di fiducia verso i nostri assets finanziari, che potrebbe comportare un rallentamento anche superiore alle previsioni del pil. Tutto questo, mentre l’inflazione resta negativa e segnala così un avvitamento dei prezzi, senza che i consumi ripartano.

Il salvataggio delle banche con un intervento pubblico tout court viene escluso dalla Commissione europea, ma per ragioni di Realpolitik è assai probabile che Bruxelles conceda qualcosa al governo Renzi, magari una condivisione delle perdite tra privati e stato. Lasciare le banche italiane al loro destino implicherebbe il travolgimento dell’intera Eurozona, un secondo Lehman Brothers, il cui effetto finale sarebbe la fine della moneta unica.

[tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Avvertite #Renzi che già si parla di #Italeave[/tweet_box]

 

 

 

Salvataggio banche non sarà pasto gratis

Tuttavia, il trasferimento di almeno parte delle perdite dalle banche al bilancio dello stato non avverrà senza conseguenze. Bruxelles, su pressione crescente della Germania, pretenderà come contropartita il commissariamento di fatto dei nostri conti pubblici, anche perché il nostro debito è nel frattempo esploso al 133% del pil e nuovi oneri, unitamente alla bassa crescita, potrebbero farlo salire a ridosso di quella soglia del 140%, oltre la quale gli economisti avvertono che si travalichi il punto di non ritorno.

Se negli ultimi tempi abbiamo evitato di sentir parlare di crisi del debito sovrano, è solo perché la BCE tiene a livelli infimi i rendimenti dei titoli di stato, altrimenti saremmo probabilmente già in default. Tuttavia, il difficile equilibro sinora trovato è quello fondato sul sostegno della leva monetaria, mai così accomodante come in questi anni, in cambio di riforme strutturali e di un risanamento progressivo dei conti pubblici.

Crisi governo Renzi già nell’aria

Questo equilibrio, da tempo precario, sta per saltare. Il governo Renzi è indebolito per via del pessimo risultato del PD alle elezioni amministrative di giugno, così come anche per le vicissitudini interne alla sua maggioranza, non ultime quelle di natura giudiziaria. Per non parlare delle elevate probabilità di una bocciatura in ottobre del referendum costituzionale sulle riforme istituzionali, evento che farebbe scattare un’immediata crisi di governo.

Dunque, mentre a Bruxelles cresce la pressione per il rispetto delle regole fiscali, a Roma il pensiero è rivolto ad altro. E senza considerare che l’applicazione pur parziale del bail-in a uno o più istituti del nostro paese potrebbe tradursi in una reazione elettorale furente, di stampo prettamente euro-scettico.

 

 

 

Senza crescita, uscita da euro non più improbabile

O il governo Renzi salva i conti delle banche, peggiorando quelli pubblici, oppure tiene la barra dritta, ma al costo di un tracollo del nostro credito. Nel primo caso, riaccenderà i fari sulla sostenibilità del nostro debito, nel secondo rischia di provocare una vera depressione economica, che avvicinerebbe l’Italia più alla Grecia che ai paesi “core” dell’Europa.

Comunque vada, la nostra permanenza nell’euro diverrà problematica. Il rispetto delle condizioni per continuare a fare parte del progetto della moneta unica non sarà ancora a lungo politicamente sostenibile senza una vigorosa ripresa dell’economia, che si esplichi in un miglioramento visibile delle condizioni materiali degli italiani. Ma per quanto ci è dato vedere in queste settimane, con la Brexit siamo oggi più vicini all’ipotesi di una nuova recessione che non a quella di una crescita pur modesta.

 

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Argomenti: bail in, Banche italiane, Crisi del debito sovrano, Crisi delle banche, Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, Governo Renzi, Matteo Renzi