Banche italiane affondate in borsa e il governo valuta aiuti per 40 mld

Banche italiane affossate in borsa, tornano nel mirino dei mercati. Vediamo cosa le rende deboli e rischiose. Allo studio aiuti del governo Renzi per 40 miliardi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Banche italiane affossate in borsa, tornano nel mirino dei mercati. Vediamo cosa le rende deboli e rischiose. Allo studio aiuti del governo Renzi per 40 miliardi.

Venerdì scorso, il giorno dei risultati sulla Brexit, le banche italiane sono letteralmente precipitate in borsa, chiudendo la seduta in perdita di oltre il 22% e portando il passivo da inizio anno a oltre il 50%. Le banche europee non hanno fatto granché meglio, avendo mandato in fumo mediamente il 18,5% del loro valore di capitalizzazione, ma non è sfuggito a tanti che il “panic selling” abbia affondato, in particolare, il nostro comparto bancario, anche considerando che nel resto dell’Eurozona, il rosso quest’anno si ferma, si fa per dire, al 33%.

Stando a un’indiscrezione riportata da Bloomberg, il governo Renzi avrebbe allo studio un piano di aiuti per le nostre banche da 40 miliardi, in forma di iniezioni dirette di capitali o garanzie statali, dopo un incontro tenutosi nel fine settimana tra i suoi rappresentanti e quelli della Banca d’Italia sull’analisi delle conseguenze dopo la Brexit.

Dunque, le banche italiane sono “oversold”, diremmo in gergo finanziario. Di cosa hanno paura, in particolare, gli investitori? Sono tre i punti di debolezza delle nostre banche, rispetto alle altre in Europa: sofferenze, titoli di stato e crescita economica.

Sofferenze bancarie, crisi e bond

I nostri istituti detengono quasi 84 miliardi di crediti in sofferenza netti, pari a poco meno del 5% dell’intera massa dei finanziamenti erogati. Su ogni euro prestato, quindi, 5 centesimi sono a rischio. Ciò sta creando un “buco” potenziale nei loro conti, ma che ancora non si palesa del tutto (tranne che per le svalutazioni già effettuate), in quanto nei bilanci, tali crediti vengono ancora iscritti mediamente al 44% del loro valore nominale, quasi il doppio dei prezzi di mercato.

A fine gennaio, il governo aveva “strappato” a Bruxelles la possibilità di concedere una garanzia pubblica (Gacs) sulle sofferenze bancarie cedute dagli istituti a veicoli appositi, in modo da sostenerne i prezzi, avvicinandoli a quelli di bilancio e minimizzando le ulteriori perdite. Le modalità tecniche con le quali la garanzia è stata acconsentita dai commissari europei hanno contribuito al flop dell’iniziativa, tanto che un paio di mesi fa è stata annunciata la nascita del fondo Atlante, un’operazione di sistema, benedetta dal governo Renzi e che vede tra gli azionisti le banche, le assicurazioni e la Cdp.

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Fondo Atlante non convince

L’intento del fondo è di sostenere le ricapitalizzazioni degli istituti più deboli, partendo dalla Popolare di Vicenza e da Veneto Banca, nonché di acquistare le sofferenze a prezzi vicini a quelli iscritti a bilancio. Ad oggi, si è rivelato un altro flop, dato il fallimento pressoché totale delle prime due ricapitalizzazioni effettuate, anche in conseguenza dello scarso capitale di cui dispone, avendo raccolto tra i soci appena 4,25 miliardi.

Con la Brexit, il fondo Atlante si è rivelato per quello che è: incapace di generare fiducia, tanto che si parla già di affiancargli un secondo fondo. Sarebbe la terza iniziativa in favore delle banche italiane in un semestre, un attivismo che la direbbe lunga sullo stato di salute del nostro credito.

Titoli di stato, arma a doppio taglio

Passiamo al secondo fattore di debolezza delle nostre banche: i titoli di stato. Ne detengono per oltre 400 miliardi, quasi tutti italiani, risentendo del loro andamento sul mercato. Finora, grazie al “quantitative easing” della BCE, i prezzi dei bond sono esplosi e i rendimenti crollati. Un’ottima notizia per gli istituti, che hanno potuto rivendere a prezzi più alti e avere a bilancio assets valutati molto positivamente dal mercato.

Ma il legame eccessivo con il debito sovrano (vale oltre il 10% degli attivi bancari) ha spinto la Germania a fare pressione su Bruxelles, affinché si ponga fine alla valutazione dei bond governativi a rischio zero, imponendo anche limitazioni alla loro detenzione. Ciò indebolisce in prospettiva le nostre banche, che dovrebbero iniziare sin d’ora a prendere seriamente in considerazione l’accantonamento di nuovo capitale per coprirsi dai rischi del nostro debito.

 

 

Ripresa Italia è lenta

Infine, la ripresa dell’economia. In Italia è debole, nel resto dell’Eurozona appena poco più dinamica. Senza ripresa, però, non ci sarà operazione finanziaria che tenga, i crediti resteranno a rischio e il loro recupero sarà sempre più complicato.

Per tutte le banche dell’Eurozona, poi, esiste la grana dei tassi negativi, che colpiscono i loro margini, traducendosi in oneri e andando a discapito della stessa ripartenza del credito.

Rischio bail-in fa effetto

La Brexit esacerba tutti questi fattori di debolezza, in quanto allontana il mercato dal puntare sui titoli più a rischio, come vengono avvertiti quelli bancari italiani. Questo aspetto non deve essere sottaciuto, perché nel tempo potrebbe rendere più difficili e onerosi (per i soci attuali) le ricapitalizzazioni, così come i rifinanziamenti sul mercato tramite emissioni obbligazionarie.

Gli investitori potrebbero essere allettati dal crollo verticale dei nostri titoli, ma c’è un rischio di cui tengono conto e che frenerà il ritorno agli acquisti: il “bail-in”. Nessuno è in grado di escludere chi e se avrà bisogno di imporre perdite sugli azionisti. Nel dubbio, meglio tenersi lontani dall’Italia, anche perché tra crisi dei debiti sovrani potenzialmente di ritorno e indebolimento del governo Renzi, le prospettive di investimento per il nostro paese si sono molto deteriorate nell’ultimo periodo.

 

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Argomenti: Banche italiane, Brexit, Crisi delle banche, Crisi economica Italia, Economia Italia, sofferenze bancarie, tassi negativi