Banche italiane a rischio? Diffidate dalla difesa d’ufficio di Visco e governo

Istituzioni e stampa in Italia corrono in difesa del nostro sistema bancario. Ma merita davvero la nostra fiducia?

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Istituzioni e stampa in Italia corrono in difesa del nostro sistema bancario. Ma merita davvero la nostra fiducia?

“Le banche italiane sono bene patrimonializzate, anche grazie all’azione prudente e pressante della Vigilanza”. Lo ha dichiarato ieri il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che aggiunge così la sua voce a quella dei banchieri italiani e del governo Renzi, scesi tutti in difesa del bistrattato sistema bancario italiano, oggetto di attacco da parte degli investitori stranieri in borsa, nelle settimane scorse, nonché delle preoccupazioni delle istituzioni europee, che vedono in esso un punto di debolezza per l’economia del nostro paese.

In effetti, alcune considerazioni restano imprescindibili sulle nostre banche, come quella degli aiuti quasi nulli ottenuti dallo stato in questi anni, pari ad appena 4 miliardi di euro (i famosi Tre-Monti-bond di MPS), quando la Germania è intervenuta nello stesso periodo per circa 240 miliardi. Un rapporto di 120 ad uno, che la dice lunga su chi abbia davvero aiutato le banche.

Business tradizionale per banche italiane

Il modello di business dei nostri istituti è ancora (per fortuna) di tipo tradizionale, ovvero incentrato sul credito a famiglie e imprese. I numeri dicono che ciò resta vero anche oggi: le banche italiane vantano uno stock di prestiti all’economia reale di 1.420 miliardi di euro, al quale si sommano altri 410 miliardi di titoli del debito pubblico. Al contempo, la raccolta equivale a un totale di 1.700 miliardi tra conti correnti, conti deposito, pronti contro termine, obbligazioni e certificati di deposito. Contrariamente a quanto avviene per molti colossi stranieri, quindi, le nostre banche continuano a fare quello per cui sono nate: raccolgono il denaro tra i risparmiatori e lo impiegano in favore del credito alle imprese, ai privati e allo stato. Eppure, i numeri sono numeri, anche quando raccontano una verità scomoda.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Business banche italiane è corretto, ma sconta la crisi economica   [/tweet_box]      

Sofferenze bancarie altissime

Dal 2007 ad oggi, il pil italiano si è contratto del 9%, naturale che anche le banche abbiano risentito della crisi. E la spia di qualcosa che non va sono i crediti deteriorati (scaduti, ristrutturati e in sofferenza), pari a quasi 360 miliardi di euro, circa un quinto del totale degli impieghi, di cui 201 sono sofferenze, ovvero il nucleo degli impieghi più a rischio.

Queste ultime sono oggi iscritte al bilancio, al netto delle svalutazioni, a 89 miliardi, di gran lunga al di sopra del valore di mercato stimato, che presumibilmente sarebbe di non oltre una cinquantina di miliardi. In altri termini, le banche potrebbero essere costrette nei mesi e anni prossimi ad iscrivere a bilancio altri 40 miliardi di perdite, anche perché la garanzia statale, su cui il governo italiano e la Commissione europea hanno trovato un accordo appena una settimana fa, si mostrerebbe alquanto inefficace nel sostenere i prezzi in fase di cessione di tali crediti sul mercato.

Banche salvate e investitori pagano

Preso atto che non ci si può più nascondere dietro un dito, è partita la difesa mediatica delle banche, dell’organo preposto alla loro vigilanza (Bankitalia) e del governo, tutti nel tentativo di rassicurare i risparmiatori che non ci sarebbero rischi a loro carico. Ebbene, quanto siano credibili queste rassicurazioni lo lasciamo intuire ai lettori. Qui, vi proponiamo una carrellata di fatti e di ipotesi risolutive, che dimostrerebbero quanta ipocrisia esista nelle alte sfere finanziarie e politiche nazionali. Il mantra del “le nostre banche sono sicure” è stato ripetuto quasi ossessivamente sin dall’ultimo governo Berlusconi ad oggi, passando per i governi Monti, Letta e Renzi. Tutto bene, se non fosse che poco più di 2 mesi fa, oltre 10.000 piccoli investitori si siano svegliati, scoprendo che le obbligazioni subordinate da loro acquistate ed emesse da Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti fossero state azzerate, a causa di un salvataggio pubblico dei suddetti istituti, reso necessario per evitarne il crac totale.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Banche italiane solide? Prima dei salvataggi la rassicurazione funzionava   [/tweet_box]        

Obbligazioni bancarie, rischi maggiori delle cifre ufficiali

Peccato, che i bond subordinati oggi in circolazione ammontino a circa 61 miliardi in Italia, di cui il 40% sarebbe nelle mani delle famiglie. Ma non è tutto: i piccoli risparmiatori sarebbero esposti anche inconsapevolmente verso questi titoli, attraverso le quote detenute in fondi di investimento, che a loro volta rappresentano quel restante 60% di detentori. E non è finita, perché a partire dall’1 gennaio scorso, il Capodanno ci ha portato in dote il “bail-in”, che significa che il rischio insolvenza di una banca ricade nell’ordine sugli azionisti, sugli obbligazionisti subordinati, sugli obbligazionisti ordinari e, infine, sui conti correnti al di sopra dei 100.000 euro e limitatamente per la somma eccedente tale soglia.

Il principio in sé è sacrosanto: se fallisce una banca, non deve andarci di mezzo il contribuente, ma al limite (male minore) chi vi ha portato i suoi soldi.

Indietro sul bail-in, la credibilità a pezzi dell’Italia

Tuttavia, nessuno lo ha spiegato agli italiani e da settimane si è diffuso un timore, a tratti ingiustificato, ma frutto della disinformazione tipica dell’Italia, secondo cui i conti bancari sarebbero tutti a rischio. Tanto, che il governatore Visco ha chiesto una revisione della stessa normativa appena entrata in vigore, chiarendo che una fase sospensiva sarebbe prevista dalla stessa direttiva UE. Ora, quanto credibile sarebbe un governo e un Parlamento, che qualche mese dopo avere approvato convintamente le nuove norme, accusando di “fare populismo” quanti invocavano una riflessione più approfondita sul tema, adesso versano lacrime di coccodrillo, sostenendo che il “bail-in” non andrebbe bene? Vi fidereste di un tizio, che prima firma un contratto e dopo si lamenta che sarebbe troppo complicato rispettarlo? [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Sul bail-in è il solito vizio dell’Italia, che prima firma e poi rinnega tutto[/tweet_box]        

Conti pubblici legati a quelli bancari, ecco come

Non è la prima volta, in effetti, che il legislatore italiano si “pente” di ciò che ha appena approvato. Un precedente fresco e di estrema importanza riguarda il Fiscal Compact. La stragrande maggioranza dei parlamentari, con le sole eccezioni di leghisti e dipietristi, nel 2012 approvò le nuove norme fiscali, concordate in Europa, che impongono un taglio progressivo del rapporto tra debito e pil.

Non solo, gli stessi hanno inserito in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio. A distanza di qualche anno, destra e sinistra accusano l’Europa di essere eccessivamente rigida in materia di conti pubblici, sostanzialmente sconfessando quanto hanno esse stesse recepito senza sindacare alcunché. Perché abbiamo citato il Fiscal Compact? Che ci azzecca con le banche? Apparentemente nulla, ma non è così. Le banche italiane detengono al momento 401 miliardi di euro in titoli di stato nazionali, oltre che altri 260 miliardi di crediti verso gli Enti locali. Finora, tali impieghi sono stati considerati un investimento sicuro e redditizio, perché prendendo a prestito denaro illimitato e a costo zero o quasi dalla BCE, hanno potuto acquistare BoT, BTp, CTz, CcT, CcTeu, BTpi, anche a rendimenti negativi, ma confidando in una risalita dei loro prezzi, innescata a sua volta sempre dalla BCE, che con il “quantitative easing” sta acquistando dal marzo del 2014 titoli di stato dell’Eurozona.

Rating debito pubblico inciderà sulle banche

Questi bond sono convenienti anche sotto un altro aspetto, in quanto considerati a “rischio zero” e non imponendo così alcun accantonamento per i loro acquisti. Attenzione, però, perché la pacchia starebbe finendo: la Bundesbank sta facendo pressione sulla Commissione europea e la BCE, affinché tali titoli siano valutati rischiosi, sulla base del rating emesso dalle principali agenzie internazionali, nella convinzione che la situazione attuale distorcerebbe il mercato del credito, distogliendo risorse dall’economia reale. Ora, cosa accadrebbe se con i nuovi possibili criteri, le banche italiane fossero costrette ad accantonare capitale anche solo per il 5% della montagna dei titoli del debito detenuti? Dovrebbero segnare tra le riserve non meno di 20 miliardi in tutto, di cui circa 1,5 miliardi per la sola MPS. Molti istituti sarebbero costretti a ricapitalizzarsi, inizierebbero a dismettere titoli di stato e i rendimenti di questi ultimi aumenterebbero, insieme al costo di rifinanziamento per lo stato.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] I titoli di stato saranno una zavorra per le banche italiane, se cambiano le norme europee   [/tweet_box]        

Poste Italiane e il matrimonio impossibile con MPS

Che le acque siano tutt’altro che tranquille lo dimostrerebbe anche l’ipotesi circolata sulla stampa di accollare MPS a Poste Italiane, che stamattina ha smentito qualsiasi interesse. Poste è stata appena privatizzata per il 40% e vale oggi in borsa 9 miliardi, quasi 5 volte in più dell’istituto senese. Qualcuno nel governo dimentica che, pur continuando a controllare il 60%, gli uffici postali sono ormai una realtà soggetta alle condizioni del mercato e che, pertanto, non può essere utilizzata per operazioni “di sistema”, ovvero per scaricare su di essa le perdite della mala gestione di MPS. In teoria, Poste Italiane potrebbe anche attuare un concambio azionario, attraverso il quale assumere il controllo di MPS, acquisendone fino al 30% e cedendo in cambio non più del 7-8%, se valutasse la banca al 20% in più del suo valore attuale. Ma se ciò accadesse, si aprirebbe un capitolo insidioso per la società, che sarebbe a tutti gli effetti un operatore bancario, ma godendo di una posizione privilegiata rispetto alla concorrenza, possedendo di 14.000 sportelli in tutta Italia, una cifra doppia rispetto a quella, ad esempio, di Unicredit e pari a quasi la metà del numero complessivo sul territorio nazionale. Dunque, l’operazione risulta non fattibile e il matrimonio per MPS dovrà essere combinato con qualche altro “agnello sacrificale”. Ma quanto appena detto ci fa capire come la realtà bancaria italiana, che ha sì fondamentali solidi, segnala criticità abbastanza serie e che il mantra del “quanto sono belle e sicure le nostre banche” non risolverà alcunché.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Poste Italiane non può fare la banca con 14.000 sportelli, sarebbe soluzione anti-mercato   [/tweet_box]      

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