Azioni banche italiane a +85% da luglio 2016, ecco perché i tassi le sostengono

Il boom delle banche in borsa ha a che fare anche con il rialzo atteso dei tassi. Ecco perché e come sta cambiando il business.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il boom delle banche in borsa ha a che fare anche con il rialzo atteso dei tassi. Ecco perché e come sta cambiando il business.

Dall’inizio dell’anno, guadagnano mediamente l’11,6% a Piazza Affari, surclassando l’andamento della borsa italiana, che nello stesso periodo risulta sì cresciuta, ma di un più contenuto +4,5%. Sembra un momento magico per le banche italiane, che dal luglio del 2016 hanno messo a segno rialzi nell’ordine di oltre l’85%. I tempi bui sembrano alle spalle, anche se non bisogna nemmeno chiudere gli occhi dinnanzi ad altri dati poco rassicuranti. Le posizioni corte accese sul titolo Unicredit, ad esempio, ammontano a 1 miliardo di euro, l’importo in valore assoluto maggiore per un titolo del comparto in Europa. In altri termini, c’è una parte consistente del mercato che sta ancora scommettendo sul ripiegamento delle azioni bancarie italiane in borsa.

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Il mood, tuttavia, può dirsi certamente diverso rispetto a quello di pochi mesi fa. Grazie allo smaltimento progressivo dei crediti deteriorati, i bilanci si stanno dando una ripulita, pur se fronteggiando laute perdite. MPS, ad esempio, nel 2017 ha chiuso con un profondo rosso di 3,66 miliardi, a causa proprio delle svalutazioni effettuate sui cosiddetti Npl. Le sofferenze nette sfiorano ancora i 66 miliardi di euro, incidendo per il 3,71% degli impieghi, in deciso calo di oltre l’1,2% in un anno, ma risultando quadruplicate rispetto ai livelli pre-crisi di fine 2007.

Ma a cosa dobbiamo questo lungo rally in borsa nell’ultimo anno e mezzo? Di certo, ha inciso il varo del decreto con cui il governo Gentiloni, appena insediatosi, nel dicembre 2016 decise di salvare le banche italiane a rischio crac con lo stanziamento di 20 miliardi di euro. Si pone così fine al rischio di contagio della crisi da parte di piccole entità come la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, così come della ex terza banca più grande d’Italia, MPS.

L’effetto tassi da una mano

Come dicevamo, l’accelerazione delle cessioni di Npl ha concorso a sostenere il clima positivo sui mercati finanziari, anche se solo l’anno prossimo, stando all’Abi, le banche italiane dovrebbero tornare a subire tassi di deterioramento sui nuovi prestiti in linea con i livelli pre-crisi. L’abbattimento dei crediti a rischio negli ultimi mesi è stato, quindi, non tanto frutto di un rientro da parte della clientela, quanto delle maxi-cessioni delle loro posizioni a terzi, pur a fronte delle perdite da iscrivere a bilancio, come abbiamo scritto sopra.

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Anche il ritorno alla crescita dell’economia italiana sta sostenendo le quotazioni azionarie, in generale, tra cui quelle bancarie, che risentono più direttamente della congiuntura, perché è evidente che in un ambiente economico positivo si riducono i rischi di sofferenza sui crediti erogati. Tuttavia, c’è un’altra ragione che giustificherebbe il rimbalzo dei titoli del comparto bancario: la reflazione. Dalla tarda estate del 2016, il mercato ha iniziato ad attendersi tassi futuri d’inflazione nell’Eurozona più alti. Ciò, in conseguenza di vari fattori, tra cui il successo del “quantitative easing” della BCE nel contrastare la deflazione strisciante degli anni precedenti, nonché l’accelerazione della ripresa economica nell’area.

I rendimenti sovrani hanno iniziato a lievitare proprio dopo il Ferragosto di due anni fa, con i decennali italiani ad essere lievitati dal poco più dell’1% al 2,30% del novembre successivo, anche se nel nostro caso ha concorso pesantemente l’attesa instabilità politica per il referendum costituzionale celebrato il 4 dicembre 2016 e il cui esito negativo costrinse il governo Renzi alle dimissioni. Lo stesso Bund a 10 anni, però, è passato dallo 0,2% all’attuale 0,6-0,7%, segno che gli investitori si aspettano adesso inflazione e tassi futuri più alti e non si accontentano più dei rendimenti infimi e spesso negativi sulle medio-lunghe scadenze di un anno e mezzo fa.

Non solo interessi, commissioni più preziose

Tassi più alti sono una buona notizia per le banche. Esse fanno profitti prestando denaro a interessi più alti di quelli a cui lo raccolgono tra la clientela. Da questa attività di intermediazione, dunque, ricavano un “margine”. Ebbene, nonostante quanto sinora abbiamo scritto, l’agenzia canadese Dbrs ha notato nei mesi scorsi come dal gennaio al settembre 2017, il margine d’intermediazione per le prime 10 banche italiane fosse diminuito del 3% su base annua, mentre i costi operativi fossero aumentati dell’1%. In sostanza, anche di recente le nostre banche hanno continuato ad assistere a un’erosione dei margini, anche a causa delle perdite subite sui crediti deteriorati. E dovendo investire sulla tecnologia per camminare al passo con i tempi, hanno speso di più, nonostante il taglio di filiali e organico.

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A gennaio, su 1.770 miliardi di prestiti erogati, le banche italiane hanno ricavato un margine d’interesse del 2,69% miliardi, mentre per i 1.717 miliardi raccolti hanno dovuto remunerare la clientela (famiglie e società non finanziarie) per lo 0,75%, ottenendo un margine positivo dell’1,94%, in lieve crescita dall’1,93% del mese precedente e, soprattutto, dall’1,85% medio del 2017. Annualizzando i dati, si ottiene che le banche italiane mostrerebbero oggi un margine d’interesse nell’ordine di 47-48 miliardi di euro, di almeno 23 miliardi più basso di quello che avrebbero, se i tassi si portassero ai livelli del 2007, quando i margini sugli interessi si attestavano ancora a 329 punti base (3,29%).

Che cosa significa tutto questo? Che le banche italiane si avvierebbero, così come le loro concorrenti europee, a guadagnare di più sui prestiti erogati, non solo perché il rischio di un loro deterioramento si sta abbassando di trimestre in trimestre grazie alla ripresa economica, ma anche per effetto di un rialzo atteso dei tassi, sebbene non si sia ancora materializzato. Nel frattempo, gli istituti non se ne stanno stando con le mani in mano, mutando parzialmente il loro business, puntando maggiormente sulle commissioni. Intesa-Sanpaolo si è posta un obiettivo di ricavi del 50% del totale dal 43% attuale, mentre Unicredit mostra ancora di derivare da questa voce non più del 30% dei ricavi totali. E l’aspetto positivo delle commissioni sta nel fatto che si tratti di ricavi certi, perché non assorbono capitale e non sono esposti a rischi di credito, come l’attività di erogazione dei crediti.

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia

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