Banche italiane a +20% dalle dimissioni di Renzi: che il problema fosse lui?

Dalle dimissioni di Matteo Renzi, le azioni delle banche italiane sono salite del 20%. Perché?

di , pubblicato il
Dalle dimissioni di Matteo Renzi, le azioni delle banche italiane sono salite del 20%. Perché?

La crisi delle banche italiane e il referendum costituzionale del 4 dicembre scorso sono stati considerati legati tra di loro. Il voto era percepito quale punto di svolta in un senso o nell’altro delle lunghe convulsioni dei nostri istituti, alle prese con svariate operazioni di mercato per mettere in sicurezza il proprio patrimonio. Quello che non ci si aspettava era il tipo di reazione all’esito referendario, che a grande maggioranza ha bocciato le riforme istituzionali del premier Matteo Renzi e del suo governo.

Com’è già accaduto con la Brexit e più velocemente con le elezioni USA, gli investitori hanno quasi immediatamente attutito il colpo e nonostante le dimissioni annunciate sin dalla mezzanotte tra il 4 e il 5 dicembre da parte dell’ormai ex premier, sono tornati gli acquisti a Piazza Affari e, in particolare, sul comparto bancario. (Leggi anche: Banche, investitori in fuga sul referendum)

Boom delle azioni bancarie dopo Renzi

E così, nelle ultime due settimane, Milano ha guadagnato l’11%, più che dimezzando le perdite accusate quest’anno e portandole dal 25% a poco più del 10%. Ancora meglio hanno fatto i titoli bancari, che hanno registrato aumenti medi del 20%, quando nel resto d’Europa non si è andati oltre a un +5,5%, nello stesso arco di tempo. I nostri istituti perdono così quest’anno meno del 37%, una percentuale ingente, ma niente rispetto a oltre il 50% a cui era scivolati fino a poche settimane fa.

Eppure, si era detto che la crisi di fiducia scatenata da un’eventuale bocciatura della riforma costituzionale renziana avrebbe aggravato la crisi in borsa delle nostre banche. Come mai sta accadendo l’esatto contrario? Gli investitori da giorni sconterebbero un intervento pubblico per salvare diversi istituti, in primis, MPS. (Leggi anche: Banche, fiducia scarsa e troppo soldi per salvarle)

 

 

 

 

I pasticci sulle banche del governo Renzi

Con Renzi a Palazzo Chigi, sono state adottate diverse soluzioni-tampone, ma ognuna delle quali ha fatto acqua da tutte le parti. Soltanto qualche mese fa veniva “licenziato” dal Tesoro, con una telefonata del ministro Padoan, l’ad Fabrizio Viola, reo di essersi messo di traverso all’operazione intavolata dal governo con il boss di JP Morgan, Jamie Dimon.

A distanza di settimane, sappiamo che la banca d’affari americana si è persino semi-sfilata dal salvataggio, limitandosi a restare disponibile a mediare con il mercato per l’aumento da 5 miliardi entro l’anno. Ennesima disfatta di una serie di azioni del governo Renzi, che nell’ordine vanno dal salvataggio pasticciato delle quattro banche nel novembre 2015, alla garanzia statale sulle cessioni di crediti deteriorati, alla nascita del fondo Atlante, alla garanzia sulla liquidità delle banche fino a tutto il 2016 e, infine, alla gestione dilettantesca del dossier MPS. (Leggi anche: Ecco i disastri di Padoan)

Verso soluzione pubblica con Gentiloni

Alla vigilia del referendum, il Consiglio di Stato ha bocciato persino la riforma delle banche popolari sulle modalità con cui è stata varata: il decreto legge risulta uno strumento inappropriato, la possibilità per gli istituti di escludere per i soci il diritto di recesso pure, così come la Banca d’Italia non potrebbe disciplinare i casi di tale esclusione, essendo quello dei soci un diritto tutelato dalla Costituzione e dalle leggi ordinarie.

Insomma, Renzi ha fatto un gran pasticcio sulle banche, mentre adesso che a Palazzo Chigi c’è un premier senza ambizioni elettorali – ragionano i mercati – diverse soluzioni concrete, giuste o sbagliate che siano, saranno prese. E, infatti, il governo Gentiloni avrebbe nel cassetto un decreto per sostenere le banche italiane fino a 15 miliardi di euro. (Leggi anche: Banche, nazionalizzazione e bail-in light)

 

 

 

 

La borsa festeggia lo scarico delle perdite sui contribuenti

Come tale denaro pubblico sarà impiegato non è ancora chiaro e potrebbe non esserlo fino a ridosso del Natale. MPS necessita di non meno di un paio di miliardi per portare a termine con successo la ricapitalizzazione entro fine mese, mentre servono quattrini anche per la Popolare di Vicenza e Veneto Banca. E sempre MPS potrebbe avere bisogno della Cdp per smaltire 27,7 miliardi dei suoi crediti deteriorati a un terzo del valore originario. Infine, non possiamo escludere che lo stato non sia costretto per ragioni di opportunità politica a istituire un fondo, con cui rimborsare gli obbligazionisti subordinati per le perdite subite dall’eventuale acquisto, sempre da parte del Tesoro, dei loro titoli a valori di mercato, inferiori a quelli nominali di rimborso alla scadenza.

Comunque vada, dopo un anno di improbabili conigli tirati fuori dal cilindro dell’accoppiata Renzi-Padoan, qualcosa si muove. I mercati lo fiutano e, confidando nell’ombrello dello stato, tornano ad acquistare persino i bond più a rischio. Non stiamo dicendo che ciò sia un bene in sé, perché si tratterà di trasferire rischi e perdite dalle banche ai contribuenti. E proprio questo starebbero festeggiando in borsa. (Leggi anche: Banche italiane salvate con le tasse dei contribuenti)

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , ,